Isgrò il cancellatore, Isgrò il concettuale, Isgrò il poeta (di G. Bocchio)

Isgrò il cancellatore, Isgrò il concettuale, Isgrò il poeta
A cura di Giulia Bocchio

L’origine della scrittura è il segno, la forma del pensiero che diviene linea, tratto, punto, sino a ramificarsi in lettera, lemma, frase e altre arzigogolate soluzioni in cui tutto si mescola, rinasce e sì, si cancella anche.
Ma cancellare non significa per forza ridurre o depauperare, non nell’arte di Emilio Isgrò almeno.
Cancellare è anche ridefinire, ri-finire disegnando un linguaggio nuovo, che parla per iscritto e per non detto, pur rimando fisso sulla pagina, pur servendosi della riga, dello spazio e della comune parola.
Tutto questo sarebbe piaciuto a Guillaume Apollinaire, artista che con lo sperimentalismo grafico del calligramma aveva sconvolto la metrica, nonché la poesia stessa, e l’aveva letteralmente tramutata in immagine. Nel 1918 i suoi Calligrammes influenzarono anche i poeti e gli artisti italiani, che non potevano certo ignorare il forte impatto delle Avanguardie Artistiche né le innovazioni del futurismo, che già nel manifesto di Marinetti aveva esplicitato la sua portata internazionale e il dovuto legame con “il mondo moderno”, il “mondo veloce”, questione di adattamento in fondo.
L’arte è il modo di raccontare il mondo, l’arte è la migliore versione del tempo: quella di Emilio Isgrò è da sempre un tipo di arte concettuale che trova nella scrittura e nella sua stessa cancellatura l’origine e la sintesi di un messaggio in cui il risultato estetico è riconoscibilissimo e illeggibile, ma qui la grammatica non c’entra, quel che conta è una rarefazione che dà respiro al messaggio espresso.
Pensare a Isgrò artista figurativo, significa portare naturalmente alla mente quei grandi pannelli che ricordano un gigantesco libro aperto, in cui intere frasi vengono cancellate, annerite. Eppure è proprio lì che la parola acquisisce grande visibilità, grande vigore, in un’estetica nuova, concettuale ma interattiva: ogni cancellatura è un messaggio.
Ciò che è visivo si trasforma naturalmente in visione: quelle prime cancellature su enciclopedie e libri di Isgrò, nel 1964, diedero vita al suo stesso modo di poetare: un poetare visivo, inestricabilmente legato alla parola, anche quella non necessaria, che anche se cancellata resta protagonista, diviene cornice, si trasforma in scelta e possibilità.
Queste sue personali riformulazioni di codici espressivi, che esistono da sempre, non perdono tuttavia quell’umanità e quella necessaria passione che fa della poesia il lampo del ricordo o il perenne tentativo di incastonare in una rima, in una pagina o in libro ciò che è caduco e fuggevole, ciò che è perituro: l’uomo stesso.
In questo senso la raccolta Quel che resta di Dio, che ingloba una serie di poesie scritte da Isgrò tra il 1981 e 2019 è una complessa e generosa testimonianza delle continue oscillazione del mondo e della vita che muta intorno a chi scrive, e chi scrive non si limita a leggere il continuo esodo dei sentimenti, della mode e dei gusti, chi scrive attraversa il ricordo e il linguaggio e se ne serve per concedersi sempre una nuova possibilità: la parola stessa, è in fondo, possibilità.
Possibilità di dichiarazione d’amore, di guerra, possibilità di perdono e di silenzio.
Ed ecco che Quel che resta di Dio è anche ciò che resta della carne, dell’amore, dell’America, del Mediterraneo e dell’arte stessa.
Sperando che tutto sia reale, sperando che ogni cancellatura diventi possibilità di tempo e spazio.
Nuova memoria, nuova dimensione.
Intanto

è a cent’anni che si scopre l’amore.
Non prima.
Prima si muore.[1]

 


1 Emilio Isgrò, Ciò che resta di Dio, Guanda Editore, Milano, 2019.

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