L’immaginario di Andrea Gentile: “I vivi e i morti” e tutti gli altri (a c. di Giulia Bocchio)

L’immaginario di Andrea Gentile: I vivi e i morti e tutti gli altri
a cura di Giulia Bocchio

È una scrittura che freme, quella di Andrea Gentile. Fatta di terra e ossami.
Di labili confini, al punto che l’essenza stessa della narrazione non si esaurisce in una trama: una trama non basta, una trama è un archetipo di radici profonde, sì, ma che si perdono, come le parole, mezzo supremo per sconfessare l’essere o il non-essere.
Gemellaggio caro all’autore, che gli dedica un romanzo arcano e non privo di grande sapienza grottesca, con punte orrifiche di tutto rispetto e di tutto disappunto: per tutti coloro che sono stati vivi, per tutti coloro che potrebbero essere morti.
C’è un aspetto che è nel medesimo palese e occulto in questo romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax), che è proprio la morte e la sinergia che la lega alla vita, in una narrazione quasi circolare, surreale a tratti, ma fedele a un principio con il quale è necessario fare i conti: l’immortalità la desidera solo chi è mortale. Ma a Masserie di Cristo, luogo ove si svolge la narrazione, questo sembra essere un dettaglio privo d’ambizione, non si può sconfiggere il tempo senza fare i conti con lo spazio, due unità difficili da eludere. E infatti questo è un romanzo poetico e terrifico, horror-rurale che ammette la poesia e il sangue: la potenza estetica della parola e del linguaggio che Gentile utilizza è una costruzione che serve al sogno per trasformarsi in incubo e visione.
Insieme a una più o meno lusinghiera lista di fatti: Assuntina è sparita misteriosamente dal suo cupo villaggio, un’altra, Italia, uccide suo padre con un macchinario che lui stesso ha progettato per un suicidio che non intende compiere, i legami inspiegabili fra tutti gli abitanti, tombe che non sempre corrispondono al defunto, l’esistenza millenaria dell’Uomo-Cervo, antenato degli antenati, mitologica origine di Masserie di Cristo.
E poi c’è un carcere sotterraneo, in cui vengono condannati e orrendamente torturati più o meno tutti, anche gli animali, sotto la supervisione di un uomo che scrive lettere senza un vero destinatario: il Custode, che sembra conoscere tutte le sfumature del sangue piuttosto che quelle del cielo.
Ma a un certo punto della vicenda fra le tre fazioni di Masserie di Cristo scoppia una cruenta guerra volta a ristabilire ordine e moralità, codici perduti. Tutto è feroce, tutto è onirico, tutto è sospeso, tanto che questo romanzo potrebbe essere letto in due modi: dall’inizio alla fine e viceversa, non cambierebbe nulla, nulla verrebbe sottratto o invertito alla sfera onirica di questa scrittura fiera e purulenta. Perché qualcosa di circolare, qualcosa che sa di “eterno ritorno” (sì, Nietzsche sarebbe d’accordo), qualcosa che pulsa e poi si dissangua, si muove e striscia all’ombra di ogni riga.

Andrea, bentrovato. Il tuo romanzo I vivi e i morti è ambientato a Masserie di Cristo, la geografia ambigua di questo luogo oscuro e violento non è solo il terreno incerto sul quale si muovono i tuoi personaggi, ma è una vera e propria entità a sé stante. Spazio gotico senza tempo. A Masserie di Cristo potrebbe essere l’Alto Medioevo, il Seicento, oppure oggi stesso.

Ogni tempo è tutti i tempi possibili. Dentro un respiro c’è il mondo intero, e ogni respiro è differente dall’altro. Il fatto che quel luogo si chiami Masserie di Cristo non ha alcuna importanza per quanto riguarda me, è pura casualità. Qui sta proprio una delle tante debolezze di questo testo per come me lo ricordo. E cioè che, per quanto quel luogo sia un luogo infinito, potenzialmente contenente tutti i luoghi del mondo, è tuttavia un luogo, con un nome. Un testo può essere il mezzo che ci porta da un’altra parte, ma non intendo qui “in un altro luogo”. Proprio da un’altra parte, che non è qui e ora, e che tuttavia è proprio qui e ora, più di tutti. Scrittura è meditazione. E la meditazione non ha luogo, topografie, mappe. Bisogna solo essere. Questa è la ragione per cui Masserie di Cristo è l’ostacolo a questo andare dall’altra parte. Questo “luogo” è già presente in L’impero familiare, e compie, con I vivi e i morti, una ideale trilogia, a posteriori, con un altro libro, che è in scrittura. È una “trilogia dell’impermanenza”, ma poi bisogna abbandonare questo luogo, cercare di andare nell’altra direzione, quella dello spazio e del tempo infinito.

Gli abitanti di Masserie di Cristo hanno un rapporto simbiotico con la terra e con l’ancestrale, ai limiti dell’atavico e dell’ossessivo, sicché natura e morte parlano lo stesso linguaggio, un linguaggio che tu trasformi in tratto poetico. Altre volte la narrazione sembra provenire dal sottosuolo e ha molto a che fare la “favola nera”. Il risultato è un onirismo di grande efficacia, tanto da ricordare Dante o un film di David Lynch.

Scrivere, mi pare, è come essere un sismografo: certificare, stando dentro la scrittura, ogni oscillazione della terra. La terra, dato che ci siamo noi umani, oscilla di cruda realtà, ma anche di sogno. Continuamente i pensieri della nostra mente sono così, né una cosa né l’altra. E se sappiamo guardare la realtà, almeno in qualche momento, è proprio sogno. Anzi, non è né l’una, né l’altra cosa. Guarda attentamente la tua vita, ora, ora che cammini in un parco e il pallone ti viene incontro, e lo ridai al bambino, e il bambino ti sorride, e tu senti una sensazione forte, di vita, sei veramente vivo. Che cos’è? È un sogno, si può dire, ma è soprattutto la realtà. La realtà così com’è. Devi però vederla. Vivere con consapevolezza. Questa è la scrittura. Un conto è raccontare questa scena. Un conto è vivere, per mezzo della scrittura, questa scena. C’è un abisso.

Veniamo agli umori dell’organismo e agli aspetti più corporali del tuo romanzo: un capitolo è dedicato al sangue e larga parte delle tue descrizioni sono rivolte alle svariate malattie con le quali convivono i personaggi. Qual è il ruolo del corpo e del suo decadimento nel tuo immaginario?

Il corpo è un tempio in continua decadenza. Credo che ci si occupi sempre della stessa cosa. È la morte, la direzione. Scrivere significa guardare di là. Ed è il corpo a trascinartici. Il corpo è la gabbia e la liberazione.

I vivi e i morti è un romanzo costruito su una precisa estetica, che molto deve al genere gotico, ma che tocca anche diversi aspetti antropologici, comprese alcune tradizioni culinarie, e un uso non scontato della punteggiatura. L’utilizzo costante dei due punti si trasforma in una lama per le tue frasi. Taglia periodi e carni.

Non ho alcun interesse per ciò che chiamiamo “genere”. Ogni testo è un organismo che vive, e così vive con i suoi respiri, le sue caratteristiche, le sue storture. Penso a un testo come a un’alterazione. Nasce il bambino ed ecco con sé già innumerevoli alterazioni. Lui è un’alterazione, una nuova vita, non necessaria, non prevista. Ecco l’altra alterazione: lo guardi, così fragile, e già c’è una certezza: il suo destino è scomparire. Alterazione non significa per forza mostruosità, naturalmente. È alterazione anche un pelo nel naso. Provo ad affrontare questo tema in Apparizioni. Un’alterazione è un’apparizione e un testo è un’apparizione.

Eppure in questo scenario di morte, mistero, violenza, ferocia e tradizioni antichissime e semplici la classica idea binaria di Inferno e Paradiso sembra non esistere nella mente dei protagonisti.
Oppure è Masserie di Cristo, con le sue tre distinte fazioni, a essere il non-luogo per eccellenza?

La mente dei protagonisti, che io ricordi, è sismica, come la nostra. Facciamo tra i cinquantamila e ottantamila pensieri al giorno. Li fa la nostra mente e noi le stiamo dietro. La maggior parte non si imprime nella coscienza o perde peso dopo pochi minuti. Spegnere questa frenesia mi sembra un luogo possibile di un romanzo. Essere.

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