A margine di “L’ospite perfetta. Sonetti italiani” di Alessandro Agostinelli

Alessandro Agostinelli
L’ospite perfetta. Sonetti italiani
Samuele Editore 2020

«Il carnevale è il tempo del rovesciamento delle consuetudini» scrive Alberto Casadei all’inizio della nota che introduce a L’ospite perfetta. Sonetti italiani di Alessandro Agostinelli, breve silloge di poesie pubblicata a giugno di quest’anno per Samuele Editore. Non posso non essere d’accordo con questa definizione e con l’intero discorso che segue questo avvio; ma, allo stesso tempo, non posso non pensare a una sorta di infinito carnevale, o pessimo scherzo di carnevale, che stiamo vivendo tutti da molti mesi a questa parte, col nostro essere costretti a indossare una mascherina che posticcia si è sovrapposta alle molte maschere indossate quotidianamente. E tra ciò che il carnevale rovescia e ciò che non è più tornato in asse, ormai regna una tale confusione ché tutto si sovrappone e tutto partecipa alla perdita delle coordinate, delle minime certezze; insomma, tutto non rientra negli schemi di una pretesa normalità, e tutto si riscrive un attimo dopo essere stato formulato.
Anche le certezze possono essere riscritte. Molti lo hanno fatto prima di noi. La Riscrittura è stata una vera e propria prassi che ha dato vita a un genere in pieno Rinascimento, e che ha raggiunto il suo apice – in grado di oscurare per secoli l’originale – nel rifacimento berniano dell’Innamoramento d’Orlando di Boiardo. Un rifacimento condotto in anni di crisi identitaria, politica, civile, culturale, sociale. Il che mi fa pensare che rivedere i fondamentali sia un passaggio quasi obbligato quando si è travolti da una crisi. E così dev’essere stato per Alessandro Agostinelli, che, chiuso nel silenzio imposto dalla pandemia, ha avuto modo di riflettere sui propri cardini, i personali capisaldi, e quindi convincersi della necessità di una loro riscrittura, di una personale variazione che non fosse semplice riattualizzazione (che porterebbe verso la satira, genere qui toccato di sfioro), bensì che ne fosse la parodia.
Gli otto componimenti scelti, tutti appartenenti alla più illustre tradizione letteraria, e disposti in una perfetta sequenza cronologia che è mimesi delle successioni tipiche dei manuali di storia della letteratura, sono stati fatti oggetto di una parodia che si sviluppa lungo i testi e che conosce capovolgimenti di chiuse, deviazioni di segno e senso, ma mai stravolgimenti. Il tutto tenendo fede a uno stile personale, riconoscibile, e direi pure toscano, capace di ridere della tradizione senza irriderla, ridicolizzarla. Il messaggio è chiaro ed è rivolto ai più giovani poeti, quelli che con orgoglio rivendicano una purezza e riconoscono le proprie radici in autori più lontani a loro e con sprezzo saltano i padri a loro più prossimi insieme a quelli della secolare tradizione. Una mancanza di radici che è ben evidente in buona parte dell’attuale offerta (più che proposta) in poesia. E non si tratta di una polemica gratuita, perché c’è una coscienza del dover continuare a lavorare sulla lingua in Agostinelli che segna il passo e pone una pietra miliare – mi si passi l’immagine – tra l’ora e il prima; quest’ora che conosce derive pop portatrici di un vuoto poetico assoluto, e che vorrebbero imporsi sul prima appiattendo tutto su soluzioni semplificate prima ancora che semplicistiche, predigerite (come ho in altre occasioni affermato). Perciò ancora una volta Agostinelli riparte dalla lingua, questa volta affrontando alcuni cardini: Angiolieri, Cavalcanti, Petrarca, Ariosto, Alfieri, Foscolo, Leopardi e Gozzano. Otto nomi della tradizione in cui la forzatura della lingua è riconosciuta. Per ognuno Agostinelli propone un cambio di registro che è una sfida verso il lettore più che verso l’auctor(itas).
Agostinelli è sarcastico, a tratti satirico, quanto ridicolizza le cantate al balcone dell’inno nazionale di cui ora si serba a malapena memoria e che anzi mostra tutta la sua maschera ipocrita se ripensiamo alla all’egoistica spensieratezza dell’estate appena trascorsa e alle nuove ombre che si allungano su quest’autunno. Come strumento parodizzante è stato scelto il sonetto in sette casi su otto (solo le leopardiane Rimembranze sono concisamente riutilizzate in una lassa libera che non riesco ad associare a nessuna forma di sonetto caudato, ma che invece avvicino alla libertà parodistica delle satire del Berni). E non deve stupire la scelta antifrastica perché in questa scelta si condensa l’uso del sonetto come espressione critica del costume sociale (si pensi al Belli, e basti il suo nome per tutto il genere).
Certo l’angiolieresco distico «S’i fosse Trump mi farei un po’ tondo/ Ché l’americani non intorterei» suona ora come una dantesca profezia ante eventum. Ma cade, il distico, proprio a dimostrare la concretezza della forza di questo libello che si pone in dialogo con il nostro tempo e lo fa forzando la lingua d’un tempo, perché nell’era della iper-comunicazione è la lingua, insieme all’individuo, quella che rischia di pagare il prezzo più alto perché una lingua che perde aderenza con il suo tempo, che perde la forza per stigmatizzare il suo tempo è davvero una lingua morta. Perciò non è che Agostinelli si permetta di irridere i modelli, scavalcando l’ingrato compito (ingrato quanto un altro ospite, quello di Fortini) di riflettere sulla lingua, perché è questo il vero mandato della sua poesia sin dal suo primo manifestarsi (e di decenni ne sono passati almeno due).

© Fabio Michieli

 

Cecco-ronavirus

S’i fosse virus invaderei lo mondo
S’i fosse medico mi toccherei
S’i fosse ‘n quarantena impazzirei
S’i fosse Johnson manderei ‘n profondo.

S’i fosse Trump mi farei un po’ tondo
Ché l’americani non intorterei,
S’i fosse ‘l gran cinese sì te lo direi:
T’ho messo sotto con lo capo a fondo.

S’i fosse morte anderei da Erdogan
S’i fosse vita a Upolu da Lui
A fare omaggio alla Sua Immensità.

S’i fosse Ale, com’i’ sono e fui
Berrei il gin tonic di gran qualità
E i brutti libri lasserei altrui.

 

Ariosto-ronavirus

Chiuso ero in casa per la quarantena
Che si stendea da Alpi a mezzogiorno
Lasciando aperti farmacia e forno
Tenendomi a bacchetta per la cena.

Non c’era pioggia eppure la mia schiena
Stava per ore sul divano e intorno
Senza speranza d’ire in luce giorno
A passeggiar in modalità serena,

Quando apparir dallo terrazzo in fronte
Vidi due occhi belli e pieni d’uggia
Che m’imploravan fargli compagnia.

Tutto d’un tratto come per magia
Passai la nuvola fin sulla loggia
E andai da lei usando quello ponte.

 

Gozzan-oronavirus

Perché morire? Meglio esser giulivi
Pensare infine al futuro ritrovo
Quando il governo ci libererà dal covo
Del corona e degli antidepressivi.

Post-quarantena è dolce uscir di nuovo
Vedere gente e fare aperitivi
Felici e pur di mascherine privi
Con il bicchiere e la tartina all’uovo.

Ma pur pensando a tempi assai migliori
Sento che adesso tutto intorno è vuoto
In questi giorni tristi e sospesi.

L’anima vaga in paranoie peggiori
Di un’ansia che si legge pure in foto.
S’attende un’alba senza esser fraintesi.

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