Bustine di zucchero #51: Izet Sarajlić

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza. Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

sarajlic

La poesia Cambio d’indirizzo del poeta bosniaco Izet Sarajlić è datata 1976 che corrisponde all’anno della morte di Alfonso Gatto, cui è dedicata e col quale Sarajlić aveva stretto un forte legame di amicizia. Sarajlić visitò spesso l’Italia e, ci ricorda Erri De Luca, amava la lingua e la poesia italiana e, tra i poeti, naturalmente Alfonso Gatto. Forse una delle spiegazioni più poeticamente lucide della scrittura del poeta bosniaco la fornisce proprio De Luca quando dice che in guerra «un poeta è una specie di Noè, fa salire sulla sua barca di carta un raccolto di persone e luoghi, li conserva al riparo del diluvio e li fa sbarcare all’asciutto di un dopoguerra». Una testimonianza di questo attraversamento in Sarajlić è nei versi La classifica del fuoco in cui De Luca ricorda che, durante l’assedio di Sarajevo, fu necessario bruciare libri per riscaldare una casa, e quella rivediamo proprio la casa di Sarajlić il quale, per resistere agli inverni balcanici, bruciò libri nella stufa e scrisse poesie. Eppure, leggendo quella dedicata a Gatto, si comprende che questo tentativo di salvare volti e luoghi, Sarajlić lo applicava anche al di fuori del contesto bellico. Ogni sua poesia è un saluto di accoglienza all’umanità intera e ai posti dove l’umanità lascia il suo odore, le sue orme, i suoi sentimenti. L’ultimo indirizzo di Gatto è palesemente il peggiore («Era migliore persino quello/ del tempo di Mussolini:/ Alfonso Gatto,/ Casa circondariale,/Milano»). Ma se la vita di un poeta si spezza, ecco che un altro poeta lo fa salire sulla sua barca per preservarne la memoria. Pertanto la poesia si tramuta in un luogo di persone, uno spazio vitale di affetti e amicizie, di solidarietà e fratellanza; non sono solo memorie, ma momenti di un poetare immanente, una scrittura dell’umanità, non unicamente un poetare di oggetti e immagini, ma l’espressione del mondo. In altre parole la poesia è corale attraverso la voce sola del poeta. Dietro la cifra di una semplicità vigorosa troviamo un senso civile e di resistenza contro il male e le brutture del mondo, resistenza tradotta in un desiderio di bellezza persino nelle sofferenze più atroci («8 marzo novantaquattro./ La Sarajevo amorosa non si arrende» in Ultimo tango a Sarajevo) e negli eventi più drammatici come la perdita della moglie («ci sono rimasti soltanto/ questi nostri tristi incontri d’amore al cimitero del Leone./ Ti dirò/ anche quando nella mia disgrazia sono più felice:/ quando al cimitero mi sorprende la pioggia.// Mi piace da matti inzupparci di pioggia insieme!» in I nostri incontri d’amore al «Leone»). Quindi Cambio d’indirizzo conferma un’ulteriore e imprescindibile caratteristica che è fondante della poetica di Sarajlić, ed è l’amore come forza propulsiva, spinta quotidiana, ispirazione unica di un percorso. L’amore è il vero atto di denuncia contro la crudeltà del mondo. L’atto certamente più ostacolato («All’amore hanno dichiarato guerra./ Totale. Fino allo sterminio./ Che possiamo fare allora,/ noi di Trebinje?» in Poesia d’amore degli anni sessanta del secolo), ma di sicuro il più forte capace di tradurre ogni gesto nel linguaggio che accomuna ogni uomo nella solidarietà e nell’universalità.

 


Bibliografia in bustina
I. Sarajlić, Chi ha fatto il turno di notte (a cura di S. Ferrari, prefazione di E. De Luca), Torino, Einaudi, 2012.
I. Sarajlić, 30 febbraio. Poesie dal 1950 al 1998 (a cura di S. Ferrari), Genova, San Marco dei Giustiniani, 1999.

 

 

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