“Le venti giornate di Torino”. Un inquietante romanzo dimenticato

Giorgio De Maria, Le venti giornate di Torino 
Un inquietante romanzo dimenticato
a cura di Giulia Bocchio

Si può affermare senza troppi preamboli, ma non senza qualche dovuto sospiro, che Le venti giornate di Torino, il romanzo chiave di Giorgio De Maria, abbiano fatto la stessa fine del loro autore: archiviate. Archiviato.
L’inchiesta gotica di fine secolo costruita da De Maria stesso è una storia maledetta, fatta di sussurri, di non visto e non detto, una costruzione narrativa sapientemente legata alla potenza delle atmosfere, dove lugubri e inquietanti sono i dettagli, piuttosto che l’assetto generale della vicenda.
Questo romanzo, che anticipa in maniera sorprendente, ai limiti del profetico, l’avvento dei social network, Facebook in particolare, uscì per la prima volta in Italia nel 1977, in sordina, presto dimenticato da pubblico e critica. E senza una ragione apparente.
L’avvio è piuttosto tipico, quasi un giallo: un anonimo investigatore dilettante decide di indagare su una misteriosa serie di delitti avvenuti dieci anni prima nella città di Torino, la sua idea è quella di scrivere un libro sulla vicenda. Fin qui nulla di strano né per il lettore né per l’investigatore, ma c’è un dettaglio tra l’inquietante e il sorprendente a far da sfondo all’indagine: una strana e inspiegabile insonnia di massa, che caratterizzò tutto l’arco temporale in cui avvennero gli efferati delitti.
Per venti giornate, venti notti appunto, Torino cadde nel limbo della veglia e del sangue. E poi tutto cessò, improvvisamente e senza nessuna spiegazione, così com’era iniziato. C’erano state non poche vittime, uomini e donne, diversi fra loro, ma si trattava di omicidi senza movente. E tutti i corpi erano stati fatti a brandelli da una forza sovrumana, tutti scaraventati contro muri e monumenti. Senza pietà, senza logica e senza nessuna vera pista da seguire, sicché la polizia archiviò presto l’inchiesta.
Eppure in quelle venti giornate più di un cittadino colse, in ogni angolo del centro storico di Torino, strani rumori, voci e urla dal suono profondo e cavernoso, impossibile dire a chi appartenessero o spiegare il fenomeno, poiché tutto sembrava immobile e immutato, a parte qualche… monumento, che sembrava volgere lo sguardo da qualche altra parte. Ma si sa, l’occhio può ingannare, suggestionarsi nel fissar troppo un dato oggetto, e Torino è la città delle statue, la città delle piazze al centro delle quali spiccano monumenti regali ed eterni, la città che conserva la cosiddetta “Porta dell’Inferno”, Piazza Statuto.
L’investigatore, protagonista senza nome del romanzo di De Maria, comincia a fare qualche domanda in giro, dapprima ai parenti ancora in vita di qualche vittima, poi al sindaco, sino a giungere alla scoperta di una piccola biblioteca che era stata aperta proprio nel periodo delle voci, dell’insonnia e degli omicidi, presso La Casa della Divina Provvidenza. La cosa sorprendente di questa biblioteca erano i testi, i cui autori non erano né classici né celebri scrittori, ma “diari” privati dei cittadini stessi; inventata da giovani studenti della città, ognuno poteva dire la sua, raccontarsi, scrivere di proprio pugno un pensiero e metterlo a disposizione degli altri.
All’investigatore non servì a molto, poiché tutto il materiale era stato archiviato anni prima, ma ciò che sorprende oggi è la chiaroveggenza di un sistema che ormai fa parte delle nostre vite e ne scandisce la quotidianità e l’informazione e, in questo senso, quello della biblioteca di De Maria non era che l’antenato cartaceo di Facebook.
L’indagine a proposito delle macabre venti giornate non porterà a nulla di concreto, o meglio, a nulla di chiaramente classificabile, ma intorno agli eventi legati a quel brevissimo periodo c’erano ancora dei richiami, delle oscure allusioni, strane presenze e misteriose suore ai piedi della Gran Madre.
Il trionfo gotico di questo romanzo si concentra soprattutto nelle pagine dedicate a un terrificante spettacolo di marionette al quale il protagonista assiste in un quartiere degradato della città, quando ormai tutto è perduto, quando ormai è facile comprendere che l’apoteosi del male e dell’oscurità è una stagione che sempre ritorna, esattamente come un equinozio o un solstizio.
Dopo oltre quarant’anni questo romanzo riemerge dall’oblio e si impone come un’ombra, come una metafora, come un monumento fra i grandi titoli dei classici italiani da riscoprire e rileggere.

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