L’Italia di Ceronetti: luci, ombre e sconforti di una patria impossibile (di Fabio Libasci)

L’Italia di Ceronetti: luci, ombre e sconforti di una patria impossibile
di Fabio Libasci

Ceronetti è uno di quegli autori talmente difficili da definire e inquadrare che qui in Italia lo si preferisce ignorare piuttosto che rileggere. Nato nel 1927 a Torino e morto novantenne, è stato scrittore, poeta, traduttore da molte lingue, soprattutto dall’ebraico, polemista e autore negli anni ’80 di due volumi Einaudi dedicati all’Italia: Viaggio in Italia nel 1983 e Albergo Italia due anni dopo. Poi è stato autore di molti libretti Adelphi, marionettista, difensore del vegetarianesimo e articolista pungente e irriverente. Molte cose, insomma, ma soprattutto osservatore attento dell’Italia e degli italiani, spietato e compassionevole.L’Italia di Ceronetti è un enigma che non si sforza di ricomporre; non un inno alla sua bellezza né un grido contro il suo imbarbarimento, piuttosto un lento pianto contro il conformismo che già minacciava il nostro paese, l’inseguimento a parole di un fantasma e una fotografia dei resti di una patria che non si vorrebbe più e che forse non è mai stata. Ceronetti parte alla fine del 1981 da Trieste, città così poco italiana e così disperatamente attaccata all’Italia e prosegue per i paesini del Lago Maggiore e poi va verso Sabioneta e Genova dove nei vicoli malsani e pericolosi pare paradossalmente ritrovare la vita, la vitalità di un popolo via via sempre più anestetizzato. Il primo giudizio resta terribile: «viaggiare in Italia: spariti la Bellezza visibile, le malattie veneree, le epidemie, le bocche sdentate, la miseria, i casini, i mestieri, le sale da ballo, l’avanspettacolo, i barbieri, i caffè, i miracoli, le guerre, i preti, che cosa resta da scoprire a un povero scrittore? Quali avventure da vivere?».[1] Il paese reale si scopre così diverso da quello immaginato, in quella stessa Genova si progetta il futuro italiano: di una bruttezza infinita, «l’Italia è brutta, guasta dentro».[2] Allora Ceronetti scappa al sud, a Castel del Monte, terra di rifugio dal terrore, a Sulmona dove assiste all’Incontro di Pasqua, un vecchio rito che solo al sud, in tutto il sud sembra resistere e muovere passione. Ceronetti scopre con piacere la sopravvivenza arcaica del rito che si mischia alla religione attraversandola, un’Italia che almeno per qualche giorno esce fuori dal suo tempo, dalla sua velocità e dalla sua ragione. Il viaggio continua e giunge a Catania, città dove l’imbarbarimento e la sopravvivenza di antichi misteri si combina continuamente in modo misterioso e terribile: «questo era un popolo fatto dalla povertà; il denaro l’ha fritto come in un’enorme padella, e oggi la sua faccia è annerita, ustionata. Solo in qualche vecchio o vecchia ritrovi barlumi di umanità così intensa e placata da dare capogiri di commozione, sono facce di martiri».[3] Si sofferma a lungo a raccontare l’enigma del popolo siciliano, spinto in direzioni opposte, verso il passato archetipico, verso le troppe radici, le troppe lingue e culture e verso il futuro che lo vorrebbe invece tutto uguale e poi simile al resto degli italiani. E del resto l’Italia da qualche decennio non smette di aggredire questa terra, le immagini fredde, geometriche hanno attecchito nei paesini che circondano l’Etna, le campagne sono state abbandonate e mucchi di case nascono nella bellezza dimenticata: «il vulcano sublime può solo vendicarsi bombardando di lava purificatrice tutto».[4] La Catania, la Sicilia letteraria, quella di Verga non esistono più, sostituite dall’attualità, dalla cronaca, dalla mafia, dalle troppe uccisioni. Ceronetti è in Sicilia quando uccidono Pio La Torre, il 2 maggio 1982; dà la notizia senza commento, voltando quasi le spalle a tutto ciò che accade intorno per cercare i residui di un passato antico: il teatro d’avanspettacolo, un uomo che legge la mano,  e con l’intenzione che si afferma sempre più di essere l’ultimo viaggiatore letterario, gli ultimi occhi di fenomeni che nessuno saprà più osservare: l’Italia, quella plurale, magmatica, stava sparendo sotto gli occhi insensibili di molti. Eppure qualcosa resiste, la bellezza si mostra ancora dietro i nomi di Siracusa, Ortigia, Noto e il suo barocco sofferente e sensuale, mistico e perverso. Accanto però già si vede la violenza, quella vera, di ruspe e gru che scavano e sistemano, barche abbandonate e pescatori che cambiano mestiere attratti dalla luce del turismo, dalla tentazione di fare di tutta la Sicilia orientale un’enorme Taormina. Durante l’estate risale la penisola, attraversa Reggio Calabria nella sua bruttezza, nelle sue vie americane che lasciano lo scrittore sgomento e sicuro che ormai: «in Italia non ci sono più che italiani: l’unità politica è compiuta ed è stata disastrosa per i diversi popoli della penisola».[5] Quasi un decennio dopo sembra di risentire lo stesso grido di Pasolini, che Ceronetti non cita mai pur approdando alle stesse conclusioni, il Pasolini degli Scritti corsari e ancora prima quello di La lunga strada di sabbia. L’Italia è sempre meno religiosa ma ancora superstiziosa, gli esorcisti ad esempio convivono bene con tutto il resto e la bellezza, man mano che il viaggio giunge al suo termine, sembra che vada ricercata ai confini piuttosto che al Centro, laddove l’Italia è meno Italia, e quindi a Venezia, «indubitabile Oriente»[6] e quindi a Palermo, rovina e salvezza d’Italia, la bellezza di qualche sorriso non ancora demolito, e quindi  a Napoli: «uno dei peggiori luoghi d’Italia; ma tutta intera questa nazione che è più che uno sbullonare di tante Napoli, che se anche non sanguinano come Napoli, ne riproducono sintomi, crolli, abbrutimento».[7] Se Ceronetti non loda la città, esalta invece i napoletani: popolo di filosofi, o di incoscienti. A Napoli ripensa al viaggio di Montaigne, ai suoi calcoli dolorosi espulsi lungo tutta la penisola, un dolore per intensità simile a quello provato dallo scrittore di fronte alla barbarie, alla così poca resistenza, alle troppe ombre.

Due anni dopo si rimette in viaggio, alla ricerca di smentite forse, di conferme quasi certe: l’Italia nel frattempo è diventata campione di turismo –  si mangia dappertutto e malissimo, si gira veloce e senza sosta. Ceronetti offre una modesta proposta: far pagare un pedaggio, un biglietto per vedere Venezia, Napoli, Palermo, una tassa, un po’ di denaro per bloccare il turista – e di civiltà: è l’Italia che ha scoperto i psicofarmaci e chiuso i manicomi addormentando la follia, è l’Italia della televisione, delle macchine e della discussione sul nucleare. Ceronetti rimpiange l’Italia della lira, l’Italia da una lira: il Pinguino gelato inventato nel 1937 costava una lira, le canzoni, gli spartiti, costavano una lira e i preti chiedevano una lira per i propri servigi resi al malato e ai moribondi. Quest’Italia nel 1985 è scomparsa: inutile parlare del Pinguino o delle canzoni ma inutile parlare anche dei preti ormai in jeans, uomo tra gli uomini, in tutto e per tutto uguale a loro, più in questo mondo che in contatto con l’altro. È scomparsa la flânerie, ed è scomparsa perché forse non c’è più nulla da vedere, eppure: «quel che io vado cercando sempre, anche frugando nei bidoni dei rifiuti, sono materiali da riflessione e da poesia: e un dente in malora può esserlo mentre una superba protesi annulla il filosofare: sempre il rimedio fotterà il guaio come miniera speculativa».[8]
Chissà, forse il lettore a questo punto si sarà stancato di leggere questi rimpianti fuori tempo già trentacinque anni fa, avrà il sospetto che Ceronetti nella sua impresa fosse andato a cercare i resti di un’italietta misera e piena di tonache, poeta e un po’ fascista e che la mia mano non faccia altro che amplificare questo fastidio. Ceronetti non rimpiange nessun’Italia, l’Italia che ama è quella che non sapeva di esserlo, «l’Italia è stata molte patrie che avevano nomi di città; ha tentato anche di diventare una patria unica, per un po’ di tempo abbiamo creduto lo fosse»,[9] l’Italia di Ceronetti è quella dimenticata e per molti da dimenticare, è quella che non ha ceduto all’immagine di patria, alla modernità, al fare, al rumore.
L’Italia del 1985 la chiama Italoshima; immagina una bomba che farebbe sparire tutto, eccetto gli italiani: «neanche vent’anni ancora di sviluppo pacifico e tutta l’Italia unicamente per virtù dei suoi figli e di quel consorzio di dinamitardi senza legge, diretti e per procura, che sono i suoi rappresentanti pubblici, diventerà Italoshima».[10] A metà degli anni ’80 Ceronetti annuncia ulteriori disastri e le sue parole portano il germe di quella rivolta contro la politica e le istituzioni che emergerà solo molti anni dopo e con esiti non sempre fausti e per poi farsi ancora politica e non della migliore.  Il farmaco è stato veleno. L’indifferenza al bello condurrà l’Italia alla sua rovina, le città saranno degli immensi garage e le spiagge una distesa di ombrelloni ordinati ma sbraitanti da cui nessun occhio si leverà alla ricerca del passato e della storia.

Trentacinque anni dopo, una pandemia, che forse Ceronetti non poteva immaginare  o credere possibile, ci chiede di riscoprire l’Italia, di viaggiare e albergare in patria; per conoscerla, attraversarla, arricchirla, mettere in moto, più prosaicamente, l’economia del turismo. Trentacinque anni dopo la politica ci chiede di riappropriarci della nostra patria, delle nostre città e della nostra bellezza dopo averla snobbata per anni, dopo aver deturpato molto e salvato in extremis pochissimo per mezzo di leggi e decreti.  Oggi ci offre un bonus, termine anche questo che viene dal nostro passato dimenticato, per visitarla e ci invita a fotografarla e scriverla. In quest’estate di ferie italiche vorremmo almeno sperare in una voce capace di raccontare luci, ombre e sconforti di una patria impossibile, in un’immagine analogica e più vera di questo paese difficile.

 


1 G. Ceronetti, Viaggio in Italia, Torino, Einaudi, 1983, p. 60.
2 Ivi, p. 72.
3 Ivi, p. 107.
4 Ivi, p. 111.
5 Ivi, p. 139.
6 Ivi, p. 222.
7 Ivi, p. 265.
8 G. Ceronetti, Albergo Italia, Torino, Einaudi, 1985, p. 119.
9 Ivi, p. 193.
10 Ivi, p. 220.

 

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