Un poemetto da “Concerto per l’inizio del secolo” (Arcipelago itaca 2020) di Roberto Minardi

 

Materia per aperture alari

Se enumeriamo la vacca, non la contiamo al pari, e la mosca
si avvicina alla caruncola del bovino immalinconito
mentre risalgo e scorgo una pietra pulita, un cerchio fra i fusti,
io, uomo in mezzo con le mandorle in mano, sperso, domando
dov’eri tu, anima dei soffitti, quale concerto va armato…
Fra le varie maniere di misurare la terra, prendo atto:
perfino lei che è di buon cuore ha acquistato un portauovo
in ceramica, a forma di gallina, per niente impensierita.
Il cardellino deceduto a causa della tromba d’aria
lo ricordo, ricordo con disordine il giorno del trapasso,
la gabbia coricata sulle piastrelle del terrazzo.
Vengo da lì, vengo da un cardellino, e il cardellino oscillava –
ma l’alato dell’infanzia cosa può c’entrare… Tutto c’entra.
Ridagli l’alito, tergi le piume, strofina la mattonella.

Sottolinea a matita, impara coll’ausilio del righello.
Lontano dai campi dove non crebbe non affiorano effluvi,
i fumi delle fabbriche non lo distolgono dal volume,
il segno della croce non lo distoglie dal tomo sui palmi.
Il passeggero dirimpetto rutta: scusare, non si scusa,
l’uomo che riga tossisce dentro il pugno, richiude il libro;
il cielo è occluso – sapremo soltanto che romanzo non era.
E non si può esistere nel luogo dove tutto fa brodo;
che direbbe il maestro del Tao dei pendolari compressi,
cosa direi io che parlo fin troppo di loro e sono
uno di loro, e mi ritrovo a livello degli arbusti in corsa…
L’acqua, lo dice il maestro, è cedevole, indi più resistente.
Vengo da lì, vengo da un cardellino, e il cardellino roteava.
E poco importa da dove arrivo, dove dovrei collocare
la furia sottomessa dall’educazione, da me medesimo…
Cederò sì delle piste, proiezioni. Esempio, il massacratore
di zanzare, che trovò occupazione come installatore
di zanzariere, e costruì man mano un’epica malata.
In Sudamerica, col cappellino, fece una foto col bradipo,
girò un filmino coi compagni, in hotel, e delle donne a nolo;
al bar vantò sborrate a non finire, si rattristò in privato.
Considera che storia sono anche i fatti non accaduti,
che fa girare la testa, la storia, gli astri e le preoccupazioni,
vorresti annegare in un liquido spesso ma vieni a galla
e non è colpa tua, la vita, sì, tutto dipende da te.
I cacatua comunque sono arrivati in aereo,
la coppia ne ha ordinati un paio con la cresta uguale,
li hanno rinchiusi con un gesto delicato, mi tocca ammettere,
dentro una gabbia graziosa a vedersi, piena di ninnoli…
E non è colpa tua, la vita, tutto dipende da noialtri.
Ora la coppia litiga su questioni di mangime, io
vengo da una canarino, da un cucciolo ingrassato a dismisura.
L’innesco avviene per mezzo della vetrina lucidata.
E la coppia fa la fila e ci tiene agli occhiali, si vede,
le montature non passano inosservate, la coppia sogna
la casa con tre camere da letto e un giardino che non termina,
sogna di allargare il doppio servizio, convertire il solaio
in un sogno maggiore… Ecco di cosa sono pregni i sogni:
rimandi, investimenti, lana cardata, di tempo perduto.
Il cardellino beccava la foglia di lattuga, io guardavo.

Durante il barbecue trovarono un nemico da incolpare,
col forchettone issavano il petto amputato di un tacchino.
Chi voleva poteva infilare la mano nella ghiacciaia,
estrarre una bevanda, stapparla, berla, non dare adito.
S’udirono risate sguaiate accompagnare l’anidride –
era la volta in cui apprese ch’era quello un pettirosso.
Chissà in che era la specie umana si ciberà solo di frutta,
in quale era Eva e in quale Adamo… Però sappiamo:
negli accavallamenti vi è il segreto – dopo la fucilata,
ad ammonire l’eremita fu il guardiacaccia con le grida;
l’eremita era lì, raccoglieva delle penne inzaccherate.
L’eremita che si nutre di latte donato, gesti da esempio.
Lo spettro del sensale venne a sminuire la faccenda –
“Chi non risica che campa a fare?” – disse il commerciante,
tenendo una melanzana in mano, girandola e rigirandola.
Da lui apprendemmo la nostalgia per i mazzi di banconote,
quali bestemmie s’adattano ai metodi di pagamento odierni,
la comica avvenuta, l’origine della scriminatura.
Era il duemiladiciassette e la gente, come suole fare,
calcava il marciapiede in direzioni contrarie e dentro l’uggia,
ornata da alberelli. Dentro, Simone sgravava il peso
della croce a Gesù di Nazareth. Veronica col panno,
gli asciugava il viso. Tua madre, cauta, si inginocchiava,
liberava il pianto e mano nella mano percorremmo
parte della metropoli, già c’eri, dimenavi la vita.
Pensammo alla preghiera, una preghiera senza alcuna lode.
Vengo da un cardellino, ricorda, che cinguettava, cattivo.
La mamma dai capelli azzurri accompagna la figlia a scuola.
Le due figure fendono la nebbia col loro biancore.
Le due figure fendono il mattino, sono esse stesse autunno,
sono lo spirito della conservazione e il semaforo
che attendiamo per attraversare. Poi ci si dimentica.
Io, è probabile, ti lascerò l’insolenza dei bacetti.
Vengo dal sole tenuto a bada dallo spiovente, da un’ombra.

Annerisce un copertone coll’orina e studia sul nascere
le bollicine sul manto stradale, se ne sta imbambolato.
Per rifiutare l’elemosina, ha fatto una pernacchia.
E vorrebbe copiare la curva della taccola che s’alza,
ma l’altro gli ordina, se è così, di cercarsi un impiego –
entrambi sono assai minuti a paragone cogli edifici.
Mostruoso e tenero, è così il falansterio degli anni Settanta.
Ai piedi un colombo becca i resti sorvolati da un meticcio,
sono ossa di pollo con residui di pelle incrostata.
Due ragazze calcano il gessetto su di un palo della luce:
il secolo dei cementi minaccia con un obliquo “ti amo”.
Ti auguro di non tramortire il vigore, di stare all’erta;
dalla mestizia ricava una musica robusta… Un’erezione
onesta; amare lo capisce soltanto chi rallenta.
“Ti amo” lo dissi per la prima volta a tua madre, in italiano,
dando così la voce all’estasi biologica, in anticipo
sulla ragione. Il canarino pareva striato d’azzurro,
se vai a vedere, non sono io a contare ma il piccolo pennuto.
Nemmeno loro sono importanti, che vivono in un furgone;
si intronano per ore fumando l’hashish col narghilè,
cantano e non frenano, mostrano i seni sorretti a un anziano.
Io rappresento loro, l’anziano teso, le gote struccate,
sono più sobrio della brina, meno plateale di un tramonto.
Non sono io a contare, come vedi, ma il fischio di un merlo.
A forza di masturbare il datore si sono scolorate
le lucine picare delle iridi castane, e chi
la vuole immaginare nell’infanzia, ne può ricostruire
le ginocchia coperte appena dall’acqua salata, impalata
per via del banco di pesciolini bianchi che la circonda,
la scandalosa voce alta e le scandalose gambine bianche.
O la si può rivedere seguire la libellula col dito,
se ne può parlare, discutere assieme, quanti siamo, a un tavolo.

E all’aurora udiremo il galletto fare le prove, un aneddoto:
il missionario incendiò Baldomera coi suoi occhi verdi,
lei diede fuoco all’edicola votiva, ai santi e agli angioletti –
se ne salvò un’ala di porcellana che mutò in gioco;
divenne zappa, pistola, spada, barca, laser, motocross.
Sul ciglio opposto, quarant’anni a seguire, il costume a fiori,
microfonata la voce invita i presenti a tuffarsi;
saltassero assieme, a mani giunte, così si riderà.
Fra i rombi della recinzione, chi vuole, li può osservare;
due giovani tarchiati, la gomma degli stivali sbiadita –
e fra gli schizzi del cloro, uno si chiede se hanno desideri
e l’altro dice cosa ti interessa, tieni, bevi, andiamo…
Il canarino imbeccava l’acqua dal beverino, io guardavo.
Cosa direbbe il pensatore antinatalista di quel poco
di santità che viene oppresso, monetizzato, svilito…
Ma ti guardano come se fossi buffo e in effetti sei alieno,
sei la versione tediosa del fenomeno da baraccone,
mostrano l’automobile comperata a interessi risibili.
Vengo da un cardellino, da un canarino, dai loro saltelli.
L’estatica penetrazione mira a una poesia maggiore,
la rivelazione che si delinea dinnanzi è l’indifferenza
che nutro per i bouquet di fiori invasati, per la morte loro
dedita a ornare, la rivelazione che v’offro è sotto gli occhi,
è l’incapacità di dire mentre incasello, quanti siete
che ascoltate col cerume nelle feritoie, quanti…
Sei pulcini neri, uno bianco e lordo, vanno dietro la chioccia
che non ha dove andare. Le nuvole si apprestano a imbiancare,
i cani costeggiano le spine di ferro che pungono il muso;
si tratta di sentimento, il loro, si abbeverano al secchio.
E quella sete è la mia arsura. E lo zinco taglia, acceca, lo zinco.
La nostra origine è accidentale, vengo da quel recinto.

Era il comico più grande della terra; occhi lessi, due gocce.
Non conoscendo l’inglese, taceva, indicava la fine
colla mano, aggiungeva sorrisi che erano vera cortesia.
L’imbranataggine è il ritmo più superbo e gli apparteneva,
era un uomo dalla giacca consunta, elegante, ci commosse…
Ancora bambino dice “sono felice che è il tuo compleanno”
e ci fa ridere, ci fa scoprire che l’amore è un punto esatto.
Stando agli evangelisti il Cristo Messia non rise mai, e io
giunto alla cima capii che ero voi: dal bastardino al masso,
la nespola ammaccata, il fil di ferro, la donnola frenetica.
E ridiscesi. Nessuno abbatterà la fede nello slancio,
le piume vellutate, il trillo che proviene dalle barre.

 

(Dalla Prefazione di Davide Castiglione)

“Ti auguro di non tramortire il vigore, di stare all’erta:/ dalla mestizia ricava una musica robusta”. In questi due versi, tratti dal poemetto conclusivo Materia per aperture alari, c’è già in miniatura buona parte di questo Concerto per l’inizio del secolo: un’opera di slancio emancipatorio, pietas per il vivente e sicura perizia artigianale che, a lettura ultimata, si rivela all’altezza di un titolo senz’altro impegnativo. Che il destinatario di questi versi sia il figlio di Minardi, Minardi stesso o il lettore, quella che viene articolata è in effetti una “musica robusta”; una musica che si lascia alle spalle la circospezione novecentesca, dall’abbassamento ironico-dimesso del “quartetto di cannucce” di Montale (La mia musa) alla musica delle “tende che sbattono sui pali” del prigioniero Sereni (Non sa più nulla, è alto sulle ali). […] Materia per aperture alari [è un] poemetto al quale devo molto a livello personale – tanto da poterlo pensare in termini di “modello” per la mia stessa scrittura, e di modello nel senso più alto del termine. Sin dai primi versi, e più ancora a lettura ultimata, mi è sembrato di esperire una sorta di trascendenza, di partecipare io stesso a una grandezza dai risvolti per nulla agonistici: l’effetto non è quella riverenza che possiamo provare davanti a un virtuoso assai più dotato di noi, ma piuttosto un senso di gratitudine per questa generosità sostenuta, per quel misto di amarezza e riscatto nella voce, per quel senso di ampiezza interiore a cui senz’altro pure contribuiscono la lunghezza del verso e del testo – nonché la sua natura caleidoscopica risultante dall’assemblaggio armonico di scene diverse ma tutte illuminate dalla stessa luce. Il grande critico Northrop Frye parla di questo effetto in termini di “converging significance” (che tradurrei come “pienezza del senso che converge”) e la ascrive ai momenti più alti di Dante e Shakespeare. Per iperbolico che tale accostamento possa sembrare, in scala minore ho avvertito qualcosa del genere qui. Si tratta di un’esperienza quasi corporale, che capita pochissime volte al lettore di poesia anche esperto: il senso di un’arresa, di un trasporto incondizionato, e al tempo stesso la voglia un po’ guerriera di raccogliere un testimone. È come se, mi si passi il paradosso, il sublime e l’umano si siano rilanciati a vicenda, senza che l’uno abbia per forza dovuto sopprimere l’altro.

 

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