Marco Ercolani, Destini minori (recensione di Luigi Cannillo)

Marco Ercolani, Destini minori
Il Canneto editore 2016

Destini minori si può considerare una galleria di personaggi, nomi e cognomi compresi. La serialità rende credibili le identità fittizie, inventate ma verosimili proprio perché rappresentano situazioni estreme: queste vanno a creare un sistema, credibile in ogni sua parte, composto da diversi nuclei pulsanti. Destini minori è più precisamente una galleria di identità che ci pervengono spesso anche sotto forma di report clinico cercando di intrecciare fiction e realtà possibile, comportamenti esemplari nel loro apparire borderline.
Sono destini, linee esistenziali impreviste e ineluttabili, piani inclinati sui quali seguiamo i loro percorsi dalle radici all’esito conclusivo. In quanto tali non possiamo opporre loro il semplice buon senso, il giudizio, il perbenismo né un’etica d’occasione. Sono minori, o solo apparentemente e relativamente tali, perché non riguardano persone celebri, non corrono sul filo della immediata riconoscibilità bensì seguono un tracciato estremo restando persone comuni che potremmo perfino avere incontrato. Devono essere accolti proprio nei loro essere fuori dall’ordinario. A questo contribuisce la costruzione dei singoli personaggi e l’architettura del libro con la sua suddivisione in quattro sezioni.
La prima sezione, Con un marchio preciso, riguarda destini confinati in strutture detentive, da un ordine strutturato, minacciati dalle torture, colti perfino sull’orlo di una iniezione letale. È un viaggio all’interno di regimi, paesi e contesti storici diversi. Il marchio è quello che stabilisce la loro identità, il conflitto con il sistema. Nella seconda sezione, Fuori dalla vita, possiamo individuare i suicidi ma non solo: le figure di chi per volontà propria o per accidente ha lasciato la vita o comunque ha abbandonato ciò che la caratterizzava, fosse anche una propria creazione. Ma nella stessa sezione abbiamo anche il gesto di chi interviene dall’esterno, come il postino che scrive lui stesso il telegramma atteso da Mary Wilson, prevedendone il contenuto. Se le prime due sezioni hanno un carattere più crudo ed espressionista, la galleria si sposta poi piuttosto su un piano fantastico e surreale, legato all’atto creativo, all’espressione di sé anche attraverso la negazione o la rimozione. Così la terza sezione, Gli esseri silenziosi, affronta il grande enigma del suono, della parola che, talvolta negata da un mutismo biologico o a causa di una libera scelta, vive una forma di metamorfosi sotto forma di spazi bianchi, o codici minimi, riducendo il nome della firma a uno scarabocchio, oppure scrivendo lettere a sconosciuti e a indirizzi incompleti, o componendo frasi indecifrabili. L’espressione che viene negata è quella più consueta e consunta, ognuna delle figure crea un linguaggio a propria immagine e somiglianza, compie il proprio atto comunicativo attraverso la cancellazione e la ricreazione, fa proprie l’afasia, i balbettii, le pause. La quarta e conclusiva sezione, Pazzi per la pittura, sviluppa il tema dell’espressione in senso più artistico figurativo, unendo lo spunto della follia, o di ciò che viene giudicato tale, alle forme plastiche, visive o musicali: un poema filmico, le macchie ottenute da Else Winkler premendo i polsi sulla carta, la costruzione di un aereo piccolo come un coleottero, la scultura di lenzuola sistemate come figure umane dormienti. L’opera diventa  rappresentazione estrema dell’essere, sia in senso estetico che esistenziale, senza più nessuna scissione.
D’altra parte gli atti dei protagonisti compiono così pienamente il destino, e questo avviene in tutte le sezioni, sia quando eventi come il razzismo, la guerra, la detenzione, li coinvolgono indirettamente e ingiustamente, sia quando riguardano il crimine o una forma di autopunizione, o quando sono incentrati sulla trasformazione dei linguaggi e sul gesto creativo. Si tratta di un Atto che sgorga direttamente dalla necessità e che in questo senso, determina l’esistenza, la marchia, la sviluppa o la conclude.
Marco Ercolani, consapevole della lezione di maestri come Borges e Manganelli,  ha lavorato per due decenni a Destini minori con la sensibilità e l’esperienza di scrittore e psichiatra. La galleria si può considerare come un lungo diario, lo spunto iniziale si è andato arricchendo via via attraverso incontri, fatti di cronaca, forse anche forme di suggestione. Le scritture apocrife non sono nuove nell’opera di Ercolani che ha scritto centinaia di racconti e tre romanzi in questa forma dichiarando in una intervista rilasciata al sito Pangea.news: «Scrivere un apocrifo mi permette di dimenticare il mio io e di identificarmi con l’altro in una sorta di piccola allucinazione. Io sono come se fossi l’altro, e in quel momento non esiste né l’io né il non-io, ma una terra-limite dove nascono visioni, […] la reinvenzione di taccuini o lettere o confessioni altrui mi fa sognare che potrebbero essere esistiti davveroAttraverso l’atto ripetuto di scegliere, raccogliere e classificare microstorie l’autore diventa come uno dei protagonisti, in particolare dei tanti di loro alla ricerca di una forma, nell’avere delineato il percorso di una galleria intesa sia come esposizione di casi esemplari che come percorso sotterraneo. La forma-miniatura ricorrente nelle storie diventa quindi un solido architrave del progetto di scrittura – oltre che formato del prezioso volumetto.
Noi stessi come lettori siamo spinti a interrogarci sul nostro destino, su quanto e da quando questo divenga riconoscibile. Sul se e come accoglierlo; e a quali risultati, quali opere ci conduca. In quale gesto si possa concentrare la nostra esistenza. Il condominio del nostro stesso vivere è fatto di destini cosiddetti minori che si distinguono per lo specifico che li informa al pari della vita di un insetto, o di un suono ripetuto, un alone nel colore, soprattutto se li consideriamo in relazione alla storia come macro evento o ai suoi protagonisti, all’universo cromatico o musicale. Ma che minori non sono più quando scelgono di essere nonostante le difficoltà e l’estraneità del e al mondo.
Ercolani ci accompagna nel percorso con una scrittura semplice ed essenziale ma che, pur applicata alla serialità dei casi, risulta tutt’altro che ripetitiva. I diversi profili vengono (rap)presentati con ricchezza di variazioni, là dove nella biografia vengono accelerati i momenti topici e focalizzati gli aspetti distintivi e caratteristici. Così gli aspetti ossessivi ci pervengono condotti con estrema naturalezza e modulazione. La narrazione alla terza persona si alterna alla prima persona, al discorso diretto, al dialogo, come anche l’utilizzo del verbo al presente o nei diversi tempi del passato. La lettera, la cronaca contribuiscono a rendere le storie e i personaggi veridici o verosimili. Lo stesso Ercolani nel retro di copertina le definisce così: «Vite di cui posso parlare solo nella estrema brevitas. I nomi sono immaginari ma le storie, antiche e contemporanee, stravaganti e inattuali, sono vere, ritrovate in episodi di cronaca e in ricordi personali, suggeriti da destini di artisti e di folli». L‘autore sottolinea così anche la scelta della concisione perché è solo con tratti brevi ed essenziali che si può delineare l’elemento caratterizzante di un destino.
Alla precisione e alla verosimiglianza delle identità si intrecciano poi elementi perturbanti come il ricorso a riferimenti ambigui, talvolta sibillini, l’atmosfera di sospensione di alcuni finali e soprattutto l’irrompere dell’imprevisto, la creazione di una realtà parallela o alternativa in una dimensione onirica e, spesso, magari davanti agli eventi più inverosimili, lo stupore e lo straniamento. Talvolta interviene anche un’amnesia, un vuoto nella memoria, un salto tra gli avvenimenti che non si riesce a colmare per poter ricostruire in una sequenza logica: uno dei personaggi, Sigmund Rajzek, non riesce nemmeno a ricordare che sia mai esistito un alfabeto, un altro non riesce a ricordare il colore di una stanza, un altro ancora non ricorda il viso della sua ragazza. È proprio da e in  quel vuoto che qualcosa si sloga per risorgere in altra forma. Il bianco è il colore ricorrente nelle varie identità, nelle pareti di una stanza o quando su una pagina cancellata o rimasta tale si apre abbagliante la vertigine di un nulla, di un silenzio spogliato di interferenze e proprio per questo aperto e libero ad ogni reazione e rielaborazione. D’altro lato rispetto a questa forma di presenza/assenza si contrappone e riafferma il ruolo della memoria come fissazione del ricordo e punto di (ri)partenza. La memoria può rivestire un ruolo terapeutico per alcune vittime, e la testimonianza degli eventi diventa un’ancora di salvezza.
L’espressione rispetta comunque il ricordo – anche quando lo cancella – ed è naturalmente intrinseca all’atto del narrare, è il segno primordiale su cui si poggia la prima leva: servirà anche a raccontare il freddo, la morte e la paura dei campi di concentramento, come parola scritta è infatti quella che manca agli zingari per testimoniare la persecuzione. È il segno che si lascia, la voce che resta. La scrittura “anfibia e ambigua” di un altro dei personaggi, Stephen Has, è quella annunciata da un fremito della mano durante il coma. Quando poi, ostili alla parola, si arriva alla conclusione che del linguaggio si può fare a meno, sono scritture e segni di altro tipo che segnano l’espressione: sculture, installazioni, pitture.
La citazione iniziale di Peter Bichsel («Ha senso continuare a scrivere/ perché scrivendo/ diventa possibile narrare altre vite») sintetizza lo spirito del libro. Estendendone il significato ai tanti sistemi di segni che, in quanto tali caratterizzano anche la vita dei Minori, si arriva a quella congiunzione tra segno e senso che incide e caratterizza il nostro percorso esistenziale. E che, nella galleria delle identità, ci rende visitatori e ritratti.

© Luigi Cannillo

 

Pavel Hadeu

«Quanti rom hanno perso la vita nei campi di concentramento? Quanti zingari Hitler ha internato e ucciso dal 1942 al 1945?».
«Nella mia testa c’è una lavagna nera. Hadeu. Pavel Hadeu. Ho 76 anni e mi chiamo Pavel Hadeu. Nella mia testa c’è una lavagna nera. Tutti i libri parlano solo delle persecuzioni ebraiche, tutte le fotografie ricordano solo le vittime dei pogrom. Il primo campo di concentramento solo per noi era il lager di Lockenbach, nel Burgland. Non c’è mai stato un archivio che conteggiasse le nostre esistenze. Per raccontare freddo, fame, morte e paura, ci vogliono parole, ci vuole scrittura. Noi zingari non possediamo né le une né le altre».
«Cosa pensava Hitler di voi?».
«Secondo Hitler non siamo mai stati responsabili. Ladri, nomadi, truffatori, assassini, ma non responsabili. Dei poveri malati: le nostre cellule possiedono il Wandertrich, il gene dell’istinto al nomadismo, da cui un’accurata igiene chirurgica avrebbe potuto liberarci – quella che il dottor Köhler chiamava lobotomia selettiva».
«C’è niente di scritto sull’eccidio dei rom?».
«Io ho 76 anni, mi chiamo Pavel Hadeu. Nella mia testa c’è una lavagna nera. Ripeto il mio nome tre volte al giorno, perché attraverso il mio nome esistono ancora tutti i nomi che sono stati cancellati e tutte le vite che sono state soppresse nel corso di questi ultimi cinquant’anni. Vuoi rendermi giustizia? Pubblica queste mie parole: digitale sul video, scrìvile sui libri, grìdale in televisione. Che brulichino in mezzo alla gente occidentale. Nella notte dei tempi tutti gli uomini erano dei rom. Noi siamo, da sempre, il popolo segreto di cui gli altri – gli stupidi, crudeli gagiò – si vergognano. Alcuni generali delle SS – i peggiori gagiò – ridevano fino alle lacrime della rima fra pogrom e rom. Se potessi ricordare tutto, adesso, non pronuncerei discorsi libertari ma comincerei, fin da ora, con una lunga cantilena, scandendo sillaba dopo sillaba, nome dopo nome, a leggere i nomi di tutto il mio popolo: a ricomporre il mio popolo qui, davanti a me. Ma dentro la mia testa c’è solo una lavagna nera».
«Lei ricorda i loro nomi?».
«Chi ricorda i nomi di tutti gli zingari del pogrom? Chi ha abbastanza memoria da riempire l’aria con un interminabile elenco di suoni, sapendo che ogni suono è stato un corpo che rideva e piangeva? La soluzione finale per noi fu decretata da Himmler il 16 dicembre 1942 nel settore B2 del Lager di Birkenau».
«Quante sono state le vittime?».
«Intervistate gli autori materiali del massacro o disseppellite durante il giorno interminabili campi di ossa di bambini e di adulti. Avrete il numero esatto».

 

Hans Fossl

Nel campo di Fuhlsbüttel trecento omosessuali giunsero a pomeriggio inoltrato, una piovosa sera d’inverno, dentro sette vagoni merci, e vennero internati tutti nell’ala sinistra del campo come una categoria particolare di prigionieri.
Heinrich Himmler, il comandante del campo, che fino ad allora non si era reso colpevole di particolari atti di crudeltà, non esitò ad affermare, all’adunanza del mattino seguente, che quei pervertiti erano pericolosissimi per l’«equilibrio della nostra comunità», perché alla minima occasione «si sarebbero gettati l’uno nelle braccia dell’altro» e, anche se fisicamente malconci, «avrebbero perseverato con ostinata lussuria nel loro vizio».
Vedendo quegli sventurati, Hans Fossl fu invaso da una folle pietà. Di uno di loro, un ragazzo calvo di ventisei anni, di nome Joseph Szalk, si innamorò perdutamente. Joseph non riuscì a salvarsi dall’ennesima tortura di Himmler.
Fossl sopravvisse ma da allora, in qualsiasi giorno e in qualsiasi anno, non si sente vivo abbastanza. Non abbastanza. Respira perché nella sua memoria ci sono ancora certe figure dolenti che vagano dal lato sinistro del campo. Ricordandoli, ha l’illusione di cambiare i loro occhi, di trasformare i loro volti, di sottrarli al dolore che soffrirono e alla morte che li uccise. Di cambiare ancora il destino di Joseph. Talvolta si sveglia, nel cuore della notte, con la sensazione, potente e felice, che questo possa realmente accadere.

 

Elisa Cairo

Figlia di sordomuti, Elisa Cairo non ha mai ascoltato nessun suono all’interno della sua casa. Il mondo esterno le è apparso subito, fin dalla prima infanzia, fragoroso e violento, se confrontato al silenzio della sua casa. Alla fine, però, anche la mancanza delle voci dei genitori le fu impossibile da sopportare, come una violenza.
Scrive in un foglietto, che lascia nella loro stanza: «Parto». Fa i bagagli, lascia casa a notte alta. Arriva a Milano, trova lavoro come archivista, affitta una stanza, inizia una vita tranquilla. Ma i rumori cominciano a infastidirla, o quando è in strada nelle ore di punta o quando lavora, turbata dal fruscìo delle pagine e dai rumori dei volumi. Ogni volta torna nella sua stanza con sempre maggiore sollievo. Ma, se ascolta delle voci venire dagli appartamenti vicini, le sembra di diventare pazza, come se assistesse a un rito diabolico.
Inizia a scrivere un diario delle sue sensazioni. Dà un titolo ai diversi capitoli: Primo silenzio, Secondo silenzio, Terzo silenzio. Scrive a notte alta, quando tutti, uomini e donne, dormono. Alla fine del libro riesce a tollerare che voci umane risuonino nelle case accanto ma si augura sempre che siano leggère, quasi inudibili. Non litiga con nessuno, per timore dei suoni aspri di una lite. Nonostante abbia una voce bellissima, si limita a parlare piano e a non rispondere a chi inizia una conversazione con lei. Muore molto vecchia, rammentando le facce sorridenti e mute dei genitori. Gli amici scopriranno che il grande libro, a cui aveva lavorato con testardo accanimento per oltre vent’anni, aveva milleseicentododici pagine, era diviso in dodici capitoli ed era composto da lunghe righe bianche, intervallate da poche e incomprensibili parole che assomigliavano a note musicali.

 

Paul Foran

Dall’età di sedici anni Paul Foran riflette sul ”rumore di fondo” della percezione. Pensa a lungo, notte e giorno, finché arriva a una conclusione: nessuna percezione è priva di questo rumore. Per ogni cosa c’è una vibrazione che riguarda quella cosa ma anche migliaia di altre che, pur non esistendo, la determinano.
Scrive nel 2001, a ventisei anni, un libro, La settima verità, in cui teorizza che nessuna verità è univoca ma si compone di almeno sette strati, come una faglia geologica. Ma in tutto il libro non spiega con esattezza queste sette fasi. Non gli sembra interessante farlo: è certo che il libro, in quanto esiste ed è fatto di parole e di pensieri, spieghi già tutto.
A cinquantadue anni Paul Foran si sposa e ha un figlio. Dopo quattro anni, il bimbo muore in un incidente. Mentre la moglie lo piange disperata, Foran resta indifferente e riferisce a medici ed amici che quella morte è solo una finzione a cui ha deciso di accondiscendere per evitare penosi conflitti. Evita l’intervento degli psichiatri simulando di accettare la realtà. Ma, al funerale del bambino, Foran sorride in silenzio e intona, a voce bassissima, il tema della canzone Into the arms. Batte leggermente le dita sul legno di una panchina. Tutte le persone che lo circondano gli sembrano stupidi fantasmi. Sa che suo figlio non è chiuso in quella bara ma corre spensierato, consapevole del suono esatto del suo corpo, ben lontano da loro, deciso a non comunicare più con certi imbecilli, risoluto a rifiutare anche la compagnia del padre. A sessantadue anni, presso una tipografia di Tolone, pubblica in sette copie un saggio sull’infanzia, Gli esseri silenziosi.

 

Sergej Sousa

Nonostante fosse un celebre professore di filologia del linguaggio, non pubblicò mai un articolo su riviste specializzate ma scrisse sempre clandestinamente, rifiutandosi di completare un libro intero con tutti i suoi appunti: mille pagine di estetica sulle ombre dell’immaginazione, settecento pagine di filosofia sulle anomalie della logica, cinquemila pagine di diario senza alcun cenno biografico. Fu alla fine della sua vita che, dopo aver gettato via l’ennesimo foglio, Sergej Sousa scese in strada, prostrato, sapendo, con atroce chiarezza, di avere sprecato la sua vita. Aveva già settantadue anni. Una bambina che non conosceva, smettendo di giocare con le amiche, gli si avvicinò, gli prese la mano, lo fissò con i suoi occhi celesti e gli disse: «Sei grande, tu». Il vecchio sorrise e capì che, nello sguardo di lei, erano passate tutte le sue opere, reali o presunte, sognate o immaginate, come un soffio. Allora sorrise, si tranquillizzò. Si allontanò fischiettando, con aria allegra.
Fedor, un ex-allievo di Sousa, richiamò sua figlia e le carezzò la fronte.

Un commento su “Marco Ercolani, Destini minori (recensione di Luigi Cannillo)

  1. Luigi Cannillo ha scritto una recensione eccezionale, un saggio profondissimo sul libro Destini Minori di Ercolani. Libro speciale,come tutti i libri di Ercolani che meritano i commenti di uno speciale comentatore-poeta come Luigi Cannillo.. .

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