Riletti per voi #26: “La pelle di zigrino” di Balzac, riletto da Andrea Bricchi

«Volere ci consuma, potere ci distrugge».
La pelle di zigrino di Balzac

di Andrea Bricchi

È una storia divisa in tre parti quella della La pelle di zigrino (tit. orig. La peau de chagrin), romanzo pubblicato nel 1831 e collocato, all’interno di quell’ipertrofico e formicolante “romanzo di romanzi” che è la Commedia umana, nel raggruppamento di titoli chiamato Studi filosofici, che comprende testi più o meno lunghi di genere fantastico. E fantastico, in più di un’accezione, è il punto di partenza: il protagonista, il giovane Raphaël de Valentin, povero ma ambizioso, è a un passo dal suicidio, ma entra nella bottega di un anziano antiquario dove incappa in un talismano che realizza i desideri di chi lo possiede, la “pelle di zigrino” appunto, espediente narrativo a metà strada tra la lampada di Aladino e il patto col Diavolo: a ogni desiderio esaudito si ritrae, diminuendo la propria estensione e accorciando allo stesso tempo la vita di Raphaël, che accetta il patto e acquista l’oggetto magico.
Tre parti, si diceva. Diciamo subito che ci si aspetta qualcosa di più dalla terza e ultima (“L’agonia”), specialmente dal finale, che ci si illude possa essere fulminante, qualcosa da brividi lungo la schiena, come quello de La ricerca dell’Assoluto, e invece le circa novanta pagine che concludono il terzo atto sono così convenzionali, specialmente in tutto ciò che ruota attorno al personaggio di Pauline, la fanciulla pura amata dall’infelice protagonista, da rendere faticoso andare avanti. Uno si immagina che avendo a disposizione un ultimo desiderio, Raphaël con un colpo di scena ne esprima uno particolarmente geniale, come riallargare la pelle di zigrino, non dover più legarvi la propria vita, vivere felice con Pauline, oppure tutto il contrario: desiderare di morire (il che forse avrebbe dato luogo a un paradosso o avrebbe sbloccato il sortilegio)…
Un discorso a parte meritano la prima parte (“Il talismano”) e la seconda (“La donna senza cuore”). Se la terza è sufficiente, queste sono eccellenti, in quanto scritte in maniera molto originale, senza cliché. Un capolavoro è la descrizione della bottega-Wunderkammer dell’antiquario mefistofelico che gli dà la peau de chagrin. Si badi che chagrin, in francese, ha il doppio significato di “ònagro”, tipologia di asino selvatico asiatico (da cui anche una certa valenza ironica del talismano), e di “dolore”. Come specificato all’inizio di questo articolo, l’amuleto ha la proprietà di esaudire tutti i desideri, anche non espressi a voce, di chi lo possiede. Di particolare rilevanza il dialogo che Raphaël intrattiene con l’antiquario stesso, il quale afferma che «Volere ci consuma, potere ci distrugge» e che, quanto a lui, ha scelto il «sapere» come antidoto e surrogato a quelle due pulsioni, affidandosi al cervello, alla saggezza, al pensiero e agli studi, con le cui chiavi si aprono le porte di tutti i piaceri ideali. Ma nonostante gli avvertimenti Raphaël sceglie volere e potere, che inevitabilmente lo condurranno alla rovina.
Meritevole di lode è, come detto, anche la seconda parte: il primo desiderio espresso da Raphaël è di vivere nell’eccesso, quindi eccolo finire in un vortice orgiastico in cui soggetti disparati della società parigina si ubriacano abbracciati a qualche prostituta. È in questo contesto che Balzac incastona un lunghissimo racconto nel racconto: Raphaël ripercorre in un lungo resoconto fatto alle orecchie stordite di un amico – che poi, lo si capisce, nemmeno lo aveva ascoltato – la propria autobiografia, il percorso che lo ha portato sull’orlo del suicidio. I motivi in due parole? Due D: donna, denaro.
Lo stile delle prime due parti ne rende la lettura un’esperienza insolitamente piacevole; pare di star leggendo un poema. Peccato, ribadiamo, per la terza e ultima, che poteva essere scritta sul piano della storia, visti i precedenti, molto meglio. Si sente lo sforzo di Balzac nel portare a casa il lavoro.
Libro sicuramente da leggere malgrado i momenti di stanca, La pelle di zigrino è un grande classico che parla di noi, dei nostri desideri, di come ci consumino e di come dobbiamo far uso del poco tempo che abbiamo per vivere per scegliere accuratamente cosa volere, avendo cura che come nostra stella polare stia un Bene in cui consistano, allo stesso tempo, il nostro piacere e la nostra virtù.

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