Giulia Bocchio: “Tre versioni di Giuda”, ovvero le finzioni rivelate di Borges

Tre versioni di Giuda, ovvero le finzioni rivelate di Borges

di Giulia Bocchio

 

Tre versioni di Giuda è un racconto di Jorge Luis Borges che compare fra le pagine della raccolta Finzioni, collocato nella sezione intitolata Artifici, 1944.
L’epilogo è ambiguo, perché Nils Runeberg, autore dotto e illuminato, perno e protagonista della riflessione, non solo è pura invenzione ma ispira un approfondimento della sua opera che, nella realtà, è impossibile. Perché non esiste, perché non ha mai scritto niente di tutto quello che di rivoluzionario e utodistopico (in senso teologico, va da sé) Borges analizza, come se fosse egli stesso un suo affezionato lettore. E chi legge potrebbe benissimo non accorgersene, pensare di scorrere semplicemente un articolo vero, un pezzo di critica pubblicato da Borges per qualche rivista.
Eccezionalmente per un racconto, Nils Runeberg è qualcuno che inseriresti in una bibliografia, è un autore che cercheresti fra gli scaffali di una vecchia biblioteca. È qualcuno che leggeresti e potresti quasi allearti a quella sua visione un po’ confutabile, e un po’ noir quasi, del dramma cristologico che vede Giuda Iscariota non meno necessario ed eletto di Gesù Cristo Redentore.
In un 1904 e un 1909 che non ha mai abitato, Runeberg pubblica due libri pretenziosi, libri che gli eresiologi cristiani, i teologi e perfino il clero in sé, non accetteranno mai: Kristus och Judas e Den hemlige Frälsaren.
L’assioma del mistero insondabile della fede è un’analisi che Runenberg porta alle estreme conseguenze, una figura in particolare si dilata sino al limite della provocazione; il tutto partendo da una riflessione semplice, da un fatto che è anche linguaggio, e si sa, linguaggio e pensiero si danno il braccio in filosofia: tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false.
Tutto è falso, tutto è stato tradotto e interpretato dal punto di vista sbagliato e dunque anche il mistero della fede va riletto in una luce metafisica nuova e ben più rivelatrice, qualora vogliate conoscere davvero Dio, certo.
È la storia di tutte le storie: Gesù, il Messia, viene tradito da un suo apostolo, da un suo seguace, da un uomo che lo aveva seguito ovunque e aveva veduto i suoi miracoli, un uomo che aveva condiviso con lui il pane e la preghiera. E che lo tradì, per avidità, per trenta denari. Per consegnarlo al giogo di Roma, a chi se ne lavò le mani. Poi Giuda Iscariota si uccise e Gesù Cristo, redentore di tutti gli uomini, siederà alla destra del Padre. E il resto è preghiera, è Chiesa, catechismo, è ciò che da sempre sappiamo. Movente volgare quello dell’avidità, ciò che afferma Runeberg è che il tradimento di Giuda non fu affatto casuale, fu un gesto selezionato, un atto con un preciso scopo nell’economia metafisica del creato. A Dio, Padre, serviva un uomo per portare a compimento il disegno divino del Verbo che diviene carne, serviva qualcuno che si degradasse al punto di rappresentare l’infamia eterna, Giuda era necessario a Gesù, necessario a suo figlio.
Esattamente come Maria, anch’egli fu scelto per una missione divina. Certo, gli andò peggio. Al pari di un asceta Giuda Iscariota avvilì il proprio spirito, eseguì l’atto più spregevole, ingannò, si ritenne indegno di essere buono e, con un’umiltà gigantesca, infine si uccise. Per dimorare negli inferi e nella dannata memoria dei testi evangelici e nella tradizione cristiana. Perché Dio si fece uomo così, fino all’infamia per diventare carne, per essere terreno fra i gli uomini terreni. E per salvare quegli uomini, Dio, avrebbe potuto essere e scegliere chiunque nella storia, ma scelse Giuda. Un uomo qualsiasi, semplice, un uomo che non aveva nemmeno le velleità di Satana, ben più vanitoso nell’esercitare il male. Un uomo che si sarebbe aggiunto per sempre al grande cerchio teologico della rivelazione, figura chiave della passione di Cristo. Conclusione mostruosa, ambigua, non richiesta.
Invano la proposta di Runeberg circolò negli ambienti letterari ed ecumenici. Venne considerata e archiviata come un mero, macchinoso, giochetto teologico. Per Runeberg quell’indifferenza generale aveva in sé una conferma miracolosa: Dio è discreto.
Al lettore non resta che una teoria senza teoreta, un titolo senza un testo.
E allora s’aggrappa all’unica domanda dell’autore vero di questa narrazione: «chi si rassegna a cercare le prove di qualcosa in cui non crede o la cui predicazione non gli importa?»[1]

 

 


[1] Jorge Luis Borges, Finzioni, Adelphi, Milano, 2003, cit., p. 140.

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