Quattro inediti di Prisca Agustoni

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Si annuncia bellissimo il libro di Prisca Agustoni intitolato verso la ruggine: compatto per visione e stile, timbro vocale, capacità evocativa e visiva. Si tratta di un canto di denuncia dal carattere interamente “politico”, nel senso più alto, universale. Saggiamo qui quattro poesie emblematiche del suo lavoro.
Siamo in Brasile: nell’arco di alcuni decenni una regione, invasa da imprese multinazionali, viene devastata per poterne sfruttare senza limiti le ricchezze minerarie. Improvvisamente, ecco il cedimento di una diga, il disastro conseguente, la morte di un fiume e la sofferenza diffusa e vasta. Alcuni anni dopo la tragedia torna a colpire questa terra, con oltre duecento vittime. Un altro fiume, un affluente, si spegne e una civiltà viene ulteriormente umiliata.
Leggendo, troviamo le radici, quelle «radici galleggianti» che compaiono nella prima poesia. Il lettore di lì si muove tra colpi di scure e fango. E siamo lì, a fianco della vicenda, cerchiamo i sopravvissuti. Spalancate all’occhio e alla mente ecco le infezioni che sono scorse, che sono in corso, e nuovamente sono pronte a esplodere; inquinamento, sopruso, distruzione. Il titolo del libro, che presto troverà casa presso Interlinea, è davvero molto bello, forte e centrato. Molti sono i fili interni che si possono seguire. Fra i diversi esempi che si potrebbero fare, penso a dettagli, come l’ocra in Dora e a una poesia come Agripina (testi qui non riportati, che lasciamo volentieri intuire nel solco dei testi presentati). Colpisce la forza dei versi, spesso aspri e duri (con accenti-timbri montaliani, ma con corrispondenze interne che rimandano anche a Sereni, Herbert, e indietro fino a Lucrezio); versi pieni di materia, terrei, da terra desolata, ferita a morte. (CP)

 

Watu è il suo nome, il fiume sacro della tribù.

Sul suo fondale ci sono impronte
zampe giganti di esseri preistorici

archetipi di un mondo vegetale
e suoni geologici,
il lessico acquatico della lingua borun
di piante smarrite nel loro sogno
lontane mille millenni da noi:

un manoscritto chiuso in un cassetto,
la civiltà delle radici gallegianti.

 

*

s’alza il paese.

Vengono giù
caldi
uno dopo l’altro
come raccolti attorno al fuoco
colli e case e tronchi.

Resta un villaggio
disseccato,
scopati via
tutti i suoi insetti

estinto il reame dei sogni
ogni ipotetico alveare

e il sole che taglia
è una lama
radente la pelle

 

*

la memoria slitta e cade
si frantuma in piccole bolle
minuscoli traumi
schegge di eternit
come del mercurio in fuga
scivolano i ricordi del futuro
dei luogi indetti a resort

in tilt i fili dell’alta tensione
in tilt i tubi i dotti, un test
per chi non ha il kit
da boy scout

strappa tutto la lingua tossica
salta l’energia ora a zero volt,
rigira le ossa sepolte
in tilt il vento
e fa sviare l’orbita dei satelliti
contro meteoriti in transito,
dei robot impazziti, quaggiù,
uno script da catastrofe

mentre s’oscura la valle,
spenti i watt alle lampade,
i tronchi tralciati frantumati
dalla forza lenta del fango
mutano in pellet,
sono pressati verso il vuoto

eppure nella sciagura
si salva il capot rosso
di una fiat, una boa d’ormeggio
galleggiante, una spia accesa,
punto di luce intermittente
che ci rivela lo zenit

 

*

Si tornerà infine al paesaggio
al gesto, alla mano, al corpo

all’orologio dimenticato
ai fiori, ai semi, all’orto

visione di un verde raro
come il perdono.

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