Maria Grazia Ciani, Le porte del mito

Maria Grazia CianiLe porte del mito
Marsilio 2020

 

Ci sono dei momenti in cui sembra quasi afferrare, con un balzo sconosciuto della mente, quale sia la “porta del mito” – ed è un architrave misterioso fatto di linguaggio e dell’impossibilità di penetrare quel linguaggio, per colpa del medesimo salto inverso che ci ha portato all’attimo di comprensione. Lo stesso mito, al di là del gap culturale e linguistico che crea tra noi e lui come un fossato, ha la sua genesi in un’intuizione che si distende a narrato senza perdere la sua natura, per usare con leggerezza una parola carica di significato, “misteriosa”.
Maria Grazia Ciani, nel suo Le porte del mito da poco uscito per Marsilio, srotola “come un romanzo” dei fulminei istanti di mito (Euridice, l’incursione nella saga tragica di Edipo) e ciò che le è più congeniale, l’epica incarnata dalle due immense creature dell’Iliade e dell’Odissea, nelle loro pieghe, nei loro rimandi, nelle loro opposizioni, illuminando a volte con un nuovo modo di raccontare questo o quell’episodio particolare che un lettore più superficiale avrebbe rischiato di non cogliere in tutta la sua portata. Come la prima apparizione di Odisseo a Ogigia «ma di spalle, solo sulla riva del mare: il suo volto nascosto è già mistero, ma che cosa vedremmo se si voltasse? Uno dei mille volti o il riflesso di noi stessi?»
Una porta del mito è certo la lingua, l’inconoscibile patrimonio che abitava quei parlanti lontani, ormai inafferrabile nelle sue sfumature:

Nessuna lingua è, in sé, “traducibile” nel senso più compiuto del termine. Quello che normalmente si attua è una “trasposizione” che nel peggiore dei casi equivale a una trascrizione, nel migliore a una riscrittura che può essere bellissima ma è comunque diversa. Naturalmente nelle lingue morte tutto diventa più complesso. Ho parlato di “tonalità”: ebbene, “accordare” il greco con un’altra lingua può dare risultati eccellenti, ma in altra “chiave”. L’aspirazione che nasce spontanea per chi legge Omero, Eschilo, i poeti lirici e anche i grandi prosatori è poterli sentir “risuonare” nella “loro” lingua, ma come una partitura musicale magistralmente orchestrata e non come un balbettante solfeggio.

La lingua vibra a seconda delle sue intenzioni. Nell’Iliade, l’ombra fisica è Knephas, mentre Kelainos è un’oscurità di sentimento, e più ancora si arriva alla mortifera nerezza di skotos.
Vari brani dell’Iliade sono attraversati e si cercano riverberi di lei nell’Odissea, così diversa per trama e sistema di valori, così incentrata sull’uno multiforme che conduce le sue “lotte furtive”, così lontane dallo splendore delle grandi battaglie. Il viaggio fantastico all’insegna dell’astuzia deve lasciare l’impronta a un’identità precisa, a una cupa responsabilità, quando Odisseo approderà finalmente – a costo di un altro non previsto sacrificio – sulle spiagge della sua casa in una sorta di stordimento amniotico.

Il sonno copre il viaggio verso Itaca, dove Odisseo viene deposto sulla riva, ancora addormentato. Al suo risveglio, tutto è cambiato: sparita la nave, una fitta nebbia lo avvolge, gli nasconde i luoghi noti. Non sa dove si trova. E tutto, la notte presso Alcinoo, la traversata sulla nave dei Feaci, e poi la scomparsa della nave stessa, pietrificata in fondo al mare e la montagna che forse rinserra e forse schiaccia i Feaci – tutto sembra riflettere un’atmosfera onirica, un sogno di grandezza e di gloria dove Nessuno è nuovamente Odisseo, conosciuto da tutto il mondo.

Una così potente presa d’identità sembra quasi segnare un distacco, un passo verso noi che leggiamo. E numerosi sono i momenti miliari che Maria Grazia Ciani individua nelle sue sortite nell’epica, nella tragedia, nel mito, come punti di sutura verso la nostra capacità di repentina intuizione. Ecco cosa dice de Le Baccanti:

Che cosa rappresentava veramente il tirso? Dietro alle tenere fronde c’è un dio? Una forza oscura, insondabile? O solo assurdità, crudeltà, menzogna? Questo è l’ultimo grido che Euripide lancia contro lo sconosciuto pianeta degli dei. Non è l’unico e, anche se l’accostamento è ardito, penso a Medea che trionfa sul mortale Giasone secondo una logica incomprensibile. Con le Baccanti, la grande era della tragedia può dirsi conclusa e forse anche la maschera del divino è caduta: arbitrio, casualità, capriccio, il piacere del male. Invano i mortali cercano di opporsi, di stabilire regole e leggi: è solo un tentativo disperato di tenere sotto controllo quegli stessi impulsi negativi che sono, al tempo stesso, fuori ma anche dentro di noi. Al di sopra di tutto, immobili inamovibili e mute, vegliano le costellazioni.

Il libro si chiude con una disamina del mito di Orfeo anche in comparazione con riletture del ‘900, da Rilke a Buzzati a Magris. La questione, sempre aperta, è la consapevolezza o meno di Orfeo del suo atto di respicere, la sua volontà di aver spaccato le regole che separano la vita dalla morte e aver preferito, sulla via del ritorno, la produttiva nostalgia alla comune vita di coppia. Di ben poco a noi resta certezza: «infinite sono le variazioni delle favole e profonde e insondabili le ragioni delle scelte: solo la morte può ricongiungere Orfeo e Euridice».

© Giovanna Amato

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