Lucia Brandoli. Poesie da “L’artico in fiamme” (silloge inedita). Con una Nota di Carlo Tosetti

In questo periodo da tregenda, per mia inclinazione, non ho avuto alcun impulso che mi spingesse a esprimere in qualsiasi forma delle riflessioni intorno al tema covid-19 e ciò non per alterigia, bensì per l’impegno che infondo nell’aprire una distanza fra me e il chiasso del mondo.
La lettura delle poesie inedite di Lucia Brandoli, raccolte nella silloge L’artico in fiamme, mi rammenta la sciagura che abbiamo vissuto e che non abbiamo ancora superato.
Questo non perché la poetessa ne tratti (credo che le poesie siano state composte prima della pandemia), bensì per l’accenno posto in sinossi alla responsabilità personale (o, se meglio gradite, al libero arbitrio ben indirizzato)  quale cura di sé, in opposizione al fiume in piena che può essere l’esistenza, quando l’individuo non ha coscienza di essere il conducente di sé stesso, l’auriga che deve stringere le redini, reggerle saldamente e superare prima il conflitto platonico – armonizzare la cavalcata dei cavalli – poi puntare una direzione (quella delle idee) e perseguirla.
Lucia caldeggia un cambiamento dell’umano e questo punto mi ha riportato alla pandemia. Il periodo che abbiamo vissuto ha stimolato nell’unanimità un desiderio di necessario cambiamento e con ancora maggiore intensità si è manifestata l’importanza del bene inteso come cura verso gli altri, verso chi è stato travolto dalla valanga pandemica, subendone le tragiche conseguenze.
Il cambiamento desiderato dall’autrice possiede quale leva il bene, il bene verso sé e verso il fuori da sé (sia esso inteso come presenza umana o naturale). Questo incanto può essere letto con sufficienza, svilendolo, ma racchiude secoli e secoli di storia del pensiero e della filosofia, il cui agognato culmine riunisce i diversi percorsi speculativi di partenza: orientali e occidentali.
L’autrice, nel tratteggiare l’ispirazione delle sue composizioni, si spinge oltre il bene così come l’ho illustrato: accenna a una base “genetica” esistente e che, se risvegliata, può infiammare la passione universale, l’ardere del fuoco dell’amore incondizionato e rivolge la raccolta soprattutto alla donna, alla condizione della donna.
Il titolo della silloge si riferisce ad altra tragica situazione ben nota, una minaccia che già si è fatta reale, un polo da salvare, ma l’ossimorica immagine del freddo che brucia può anche essere letta in positivo: sebbene spezzi l’equilibrio dell’eterna tenzone fra gli opposti – un attacco all’ápeiron, al fondamento della realtà – ne emerge una vittoria (definitiva?) del calore, il calore che sottende le poesie di Lucia Brandoli.

@CarloTosetti

 

Dalla sezione Poesie del mare

E ancora ritorni a nuotarmi
nel mare. Circondato ma resti
più alto di me. Osservi
il tuo cielo, misuri le cose,
la mia superficie non è un tuo mistero.

Ti ho quasi abbracciato
che avevi sei anni.
Sei quasi affogato.
Eppure ritorni
con gli anni. E ti fermi,
ti arresti.
Un ramo spezzato,
ma fermo, tenace.
Mi tocchi. Ti accolgo.
E poi te ne vai.

 

È ai miei piedi che parla il tuo peso,
mi hai insegnato a disegnare
il silenzio, a camminare
come i gatti, e meglio.
A riconoscere tutti
i nostri oggetti a memoria,
la nostra lingua antica
come grotta e stella:
ti amo.

 

Dalla sezione Esercizi per diventare un fiore

I tuoi capelli biondi nel bidet,
la nostra storia tutta nei cassetti,
una manciata almeno di non detti
e tu che non rispondi più ai perché.

 

Anche quest’anno d’olio non ne avremo,
sono arrivate le mosche degli olivi.
Ritrovi i frutti raggrinziti sulla scala:
i polpastrelli passi della tua bisnonna.

Cento e ricento sadici esercizi,
in un continuo gioco del disfare,
di scalfarotti azzurri non finiti,
per i piedini di bambini eterni, al mondo
faceva insieme a noi da superficie con le mani.

Si preoccupava poi se partivamo in gita,
che insieme ritornassimo con la carrozza
quando in arrivo c’era un temporale.
Coi suoi tre occhi bianchi lo vedeva,
il volo basso basso delle rondini e il circuito,
e in nero i campi là lontani. E in meno
in un capanno, il suono della tromba,
la vecchia pista rotta di decollo.

E si comprò una stoffa rossa da ragazza
per travestirsi – per una volta sola – da signora,
ma si aspettava sempre che le porte
di quel suo armadio verde ancora si riaprissero,
e spalancassero il suo cuore proprio sul più bello,
sul suo letto tirato, bianco e di velluto,
per rivederci ancora, nipotini.

Invece non tornammo mai.

 

Dalla sezione Come l’odore degli eucalipti

Un’unica palma in mezzo alle case –
dritta, sottile, temeraria –
unico campanile a segnare
il confine di Campanhã.

 

L’odore della sera è per me
quello della pompa gialla dell’acqua
slegata intorno ai piedi,
l’odore impastato di terra, di fogna e di steli.
Serpente che avvolge la casa,
che nutre il giardino,
rituale che chiude
la vita del giorno
di tutte le cose,
ad ogni sua spira
un dovere
d’amore.

 

 

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