proSabato: Thomas Bernhard, da “I miei premi”

La Borsa del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca

 

Nell’estate del millenovecentosessantasette trascorsi tre mesi nel tubercolosario che a Vienna era ed è tuttora annesso al manicomio dello Steinhof, nel Padiglione Hermann, in cui c’erano sette stanze con due o tre ricoverati ciascuna, tutti quei pazienti morirono mentre ero ancora lì, tutti tranne uno studente di teologia e me. Questo va detto per la semplice ragione che è imprescindibile premessa di quanto seguirà. Come tante altre volte, mi ero di nuovo scontrato con il limite delle mie possibilità di sopravvivenza, e i medici mi avevano abbandonato al mio destino. Non mi davano più di qualche mese di vita, nel migliore dei casi un anno scarso, e io mi stavo rassegnando alla mia sorte. Mi avevano fatto un’incisione sotto la laringe allo scopo di prelevare un campione di tessuto, e per sei settimane fui lasciato nella convinzione di dover morire di cancro, finché non venne loro in mente che, nel caso di quella mia malattia comunque legata alla cronica affezione polmonare di cui soffrivo da un’intera vita, potesse trattarsi del cosiddetto morbo di Boeck, che però a tutt’oggi non è stato ancora possibile diagnosticarmi con certezza, ancor oggi io vivo con questo sospetto la mia esistenza, più intensa che mai, credo. All’epoca, lì nel Padiglione Hermann tra quei sicuri candidati alla morte, mi ero come loro rassegnato alla fine ormai prossima. L’estate fu particolarmente calda, mi ricordo, e stava infuriando quella che sarebbe passata alla storia come la Guerra dei Sei Giorni tra Israele e l’Egitto. Con trenta gradi all’ombra i pazienti giacevano nei loro letti e in realtà si auguravano tutti la morte, così come me l’auguravo io, e uno dopo l’altro furono anche accontentati e morirono tutti quanti, anche l’ex poliziotto Immervoll, che era ricoverato nella stanza accanto e, finché fu in grado di farlo, veniva ogni giorno nella mia stanza a giocare con me a Ventuno, lui vinceva e io perdevo, per settimane andammo avanti lui a vincere e io a perdere, finché lui morì e io no. Entrambi appassionati giocatori di Ventuno, giocammo a Ventuno e ammazzammo così il nostro tempo, finché a restare ucciso fu lui. Morì appena tre ore dopo aver giocato e vinto l’ultima partita con me. Il letto accanto al mio era occupato da uno studente di teologia di cui, in quelle poche  settimane sospese tra la vita e la morte, avevo fatto uno scettico e dunque un buon cattolico, credo per sempre. Di fronte a lui avevo corroborato le mie tesi contro il cattolicesimo bigotto servendomi di esempi presi dalla realtà dell’ospedale, dalla vita quotidiana di medici, suore e pazienti, anche dai maneggi di quei repellenti religiosi che svolazzavano di qua e di là sulla tetra e ventosa Baumgartnerhöhe, un tratto collinare a ovest di Vienna, e non mi era riuscito difficile aprire gli occhi al destinatario dei miei insegnamenti. Credo che anche i suoi genitori mi fossero grati per quelle lezioni, io le impartivo con passione e il loro figliolo, a quanto mi risulta, non è più diventato un teologo, magari un eccellente cattolico ma non un teologo, oggi è purtroppo, devo dire, come tutti gli altri in questa Mitteleuropa, un socialista piuttosto inutile, messo fuorigioco e incapace di agire. Ma mi aveva fatto un enorme piacere chiarirgli davvero le idee su quel Dio al quale si era aggrappato senza riserve, risvegliare lo scettico che sonnecchiava nel suo letto d’ospedale, il che servì a risvegliare anche me nel letto accanto, e per me significò magari la sopravvivenza. Racconto tutto questo perché, quando penso alla cosiddetta Borsa  dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca, me lo rivedo subito davanti, quell’afoso ospedale con la sua disperazione. Rivedo i pazienti e i loro familiari, gli uni e gli altri con la loro disperazione avvolta sempre più stretta intorno al collo, e i perfidi medici, le suore bigotte, caratteri che andavano intristendo in quei fetidi e soffocanti corridoi d’ospedale, ignobiltà e isteria e spirito di sacrificio posti in ugual misura al solo servizio dell’annientamento umano, e risento in autunno volteggiare nell’aria sopra l’ospedale le migliaia e decine di migliaia di cornacchie russe, che al pomeriggio oscuravano e ottenebravano il cielo e con le loro strida spaccavano i timpani a tutti i degenti. Rivedo gli scoiattoli raccattare lesti le centinaia di fazzoletti di carta pieni di sputacchi gettati via dai tubercolotici e correre come forsennati sugli alberi. Vedo il famoso professor Salzer arrivare sulla Baumgartnerhöhe dalla città, lo rivedo incedere lungo i corridoi per andare in sala operatoria a resecare ai pazienti i lobi polmonari con la sua famosa eleganza professoral-salzeriana, il professore era specializzato in laringi e mezze casse toraciche, sempre più spesso il professor Salzer saliva alla Baumgartnerhöhe e sempre più pazienti  avevano sempre meno laringe e sempre meno cassa toracica. Rivedo come tutti si prosternavano davanti al professor Salzer, benché il professore non fosse in grado di fare miracoli ma solo di aprire e mutilare i pazienti, con le migliori intenzioni e la massima perizia, e rivedo come ogni settimana con la sua grande arte, seguendo un piano preciso, avviasse alla tomba le vittime della sua attività molto prima di quanto non sarebbe avvenuto lasciando fare alla natura, benché lui stesso, il migliore tra i migliori nel suo campo, non avesse colpa, anzi, al contrario, lui e la sua arte e la sua eleganza fossero guidati da un alto, altissimo senso etico. Tutti volevano essere operati dal professor Salzer, che era uno zio del mio amico Paul Wittgenstein, dal luminare accademico che saliva dalla città, tanto inavvicinabile che al suo cospetto tutti perdevano la favella. Sta arrivando il Professore, dicevano, e l’intero ospedale diventava un luogo di culto. La Guerra dei Sei Giorni tra Israele e l’Egitto era al culmine quando mia zia, che ogni giorno in quel caldo torrido dopo due ore di viaggio in tramvai saliva da me alla Baumgartnerhöhe con parecchi chili di giornali, mi portò la prima copia di Perturbamento. Ma ero troppo debole per  potermene rallegrare, sia pure un solo istante. Che non mi rallegrassi stupì il mio studente di teologia, lo stupì che non fossi orgoglioso del libro ben stampato, ma io non avevo avuto nemmeno la forza di prenderlo in mano. La zia rimase con me per tutto l’orario di visita, quante volte mi ha tenuto la bacinella sotto il mento quando, dopo i cosiddetti interventi, dovevo vomitare. Me ne stavo lì lungo disteso, e come quelli che morivano alla mia destra e alla mia sinistra avevo un’incisione esplorativa sotto la laringe, quando ricevetti la notizia che avevano destinato a me la cosiddetta Borsa del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca. Se ho abbozzato un’introduzione più mesta che divertente è perché volevo far capire come mai quella cosiddetta Borsa mi giungesse allora gradita sopra ogni cosa. Per poter essere ammesso all’ospedale della Baumgartnerhöhe, e io dovevo essere ricoverato in quell’ospedale!, mi era toccato sborsare innanzitutto la somma di quindicimila scellini, che com’è naturale non possedevo e mi fu anticipata da mia zia. Ma alla zia volevo ovviamente restituirla quanto prima e così, non appena fui ricoverato nell’ospedale della Baumgartnerhöhe, scrissi al mio editore per quella somma, per l’esattezza non scrissi  all’editore in persona ma alla mia redattrice, chiedendo a lei che l’editore mi inviasse duemila marchi. Qualche giorno dopo la mia richiesta mi erano prontamente arrivati i duemila marchi. Scrissi allora alla redattrice che avrei subito ringraziato l’editore per i duemila marchi, ma avevo appena spedito quella lettera che la redattrice mi telegrafò: nessun ringraziamento all’editore!, perché mai, non lo capivo. Venni poi a sapere che era stata lei a sborsare i duemila marchi, prelevandoli dal suo conto personale, l’editore non si era dichiarato disposto. È deprimente dover racimolare quindicimila scellini solo per essere ammessi al reparto moribondi, ma così stavano le cose, queste erano le circostanze. In breve, nel bel mezzo di quella situazione arrivò la notizia che mi aspettava la Borsa del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’Industria Tedesca. La consegna ufficiale sarebbe avvenuta in autunno, non ricordo più se a settembre o a ottobre. Comunque, ero stato dimesso dall’ospedale solo da due o tre giorni quando mi misi in viaggio per Ratisbona, dove la premiazione secondo il programma avrebbe avuto luogo nel municipio. Insieme a me riceveva la Borsa, quell’anno, anche la poetessa  Elisabeth Borchers. Salii sul treno per Ratisbona con le gambe molli, portandomi appresso una piccola tracolla appartenuta a mio nonno. Pensai ininterrottamente agli ottomila marchi, durante quel viaggio a Ratisbona, mentre risalivo il Danubio, all’enorme somma che avrei ricevuto. Sognavo a occhi chiusi quegli ottomila marchi, e mi figuravo molto bella la Ratisbona che mi attendeva. Sarei sceso all’Hotel Thum und Taxis, un indirizzo altisonante, dunque. Per tutto il viaggio la mia debolezza mi fece appisolare di continuo contro il finestrino dello scompartimento, il Danubio, il gotico, gli imperatori tedeschi, pensavo nel dormiveglia, ma non appena mi riscuotevo il mio primo pensiero andava regolarmente agli ottomila marchi. Il signor Rudolf de Le Roi, il portavoce del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca che mi aveva procurato la Borsa, non lo conoscevo. Probabilmente sa della mia malattia, pensai, e proprio a causa della malattia mi ha fatto avere la Borsa. Questo pensiero sminuiva la cosa, perché avrei preferito ricevere il premio per Perturbamento o per Gelo e non per il morbo di Boeck. Ma non dovevo almanaccare, mi vietai di svalutare quella Borsa ancor prima di riceverla. Prima di te questa  Borsa l’hanno ricevuta Doderer e Gütersloh, due grandi scrittori di comprovato valore, pensai, anche se io, quelle due celebrità, non le capivo né potevo capirle. Tre giorni fa ancora in un letto d’ospedale e ora già in viaggio per Ratisbona, dove il gotico ti aspetta, pensai. Il Danubio si faceva sempre più stretto e il paesaggio sempre più ridente, infine, là dove ridiventava di colpo desolato e grigio e insignificante, ecco Ratisbona. Scesi dal treno e andai subito all’Hotel Thum und Taxis. Era davvero un albergo di prim’ordine per una città come Ratisbona. A me piacque, e in effetti mi trovai subito bene in quell’albergo, perché fin dal primo momento non fui solo, bensì in compagnia di Elisabeth Borchers, che avevo già visto una volta in Lussemburgo a uno dei tanti cosiddetti incontri fra poeti ai quali intorno ai vent’anni mi ero presentato con le mie poesie. Così non si era neppure affacciata la noia che ogni volta mi assale in tutti gli alberghi del mondo, quando ci arrivo da solo. Sapevo che la Borchers è una persona intelligente e una signora di fascino, e con me la sua fama si confermò alla perfezione. Andammo a zonzo per la città, ridemmo a briglia sciolta e approfittammo dell’occasione che avevamo di  goderci una serata in piena autenticità. Naturalmente non tirammo tardi, la malattia mi fece crollare presto nel mio letto. Il giorno appresso conobbi il signor Rudolf de Le Roi e il direttore di «Akzente» Hans Bender, il quale, a quanto presumo, aveva voce in capitolo nell’assegnazione della Borsa. Possiedo ancora una fotografia con la Borchers e Bender presso una fontana gotica di Ratisbona. La città non mi piacque, è fredda e ti respinge e, se non avessi avuto la Borchers e la prospettiva degli ottomila marchi, ne sarei probabilmente ripartito dopo nemmeno un’ora. Come le odio, queste città tedesche di media grandezza con i loro celebri monumenti architettonici, da cui gli abitanti si lasciano rovinare per l’intera vita. Chiese e vicoli angusti dove vegetano persone sempre più ottuse. Salisburgo, Augusta, Ratisbona, Wurzburg, le odio senza esclusioni, perché da secoli vi è tenuta in caldo l’ottusità. Ma continuavo a pensare agli ottomila marchi. Al tempo del mio ricovero per il morbo di Boeck. si erano accumulati tanti di quei debiti, adesso potrò saldarli tutti, pensavo. E alla fine mi rimarrà pure una somma tutta per me. Così lasciai che si avvicinasse la mattina in cui mi sarebbe stata solennemente consegnata la Borsa  del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’Industria Tedesca (com’è naturale, io mi sforzo sempre di citarne correttamente la denominazione completa). Il signor de Le Roi venne a prenderci, me e la signora Borchers, e andammo al municipio, che è considerato uno dei più squisiti del gotico tedesco. Quanto a me, minacciò di schiacciarmi e soffocarmi, appena vi entrai, ma mi dissi: coraggio, coraggio, resisti, fa’ tutto quello che vogliono da te e poi prendi l’assegno di ottomila marchi e sparisci. La cerimonia fu piuttosto breve. Il signor von Bohlen und Halbach, l’allora presidente dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca, avrebbe consegnato ufficialmente la Borsa alla signora Borchers e a me. Noi due avevamo preso posto in prima fila con il dottor de Le Roi. Alla nostra destra e alla nostra sinistra sedevano le alte cariche cittadine, anche il borgomastro con il suo pesante collare. Io avevo mangiato troppo la sera prima e mi sentivo malissimo. Non mi ricordo affatto se ci fu un discorso, ma probabilmente sì, perché una cerimonia come quella non può fare a meno di un discorso. Gli ospiti d’onore minacciavano di far esplodere il salone municipale delle feste. Quasi non riuscivo a respirare. Rischiavo il  soffocamento, in quell’aria da salone delle feste. Tutto grondava sudore e dignità. Ma avevamo riso tanto la sera prima, la signora Borchers e io, pensai, già per questo ne era valsa la pena. E ora, per giunta, anche gli ottomila marchi! Fra poco tutta questa messinscena sarà finita e ci allungheranno l’assegno! pensai. Anche questa volta, naturalmente, sul palco aveva preso posto un complesso di musica da camera, che cosa abbia suonato non lo so più. E poi giunse pure, del tutto a sorpresa stando al ricordo che ne ho, il momento culminante. Il presidente von Bohlen und Halbach salì sul palco e lesse da un foglietto quanto segue: … e con ciò l’ Associazione Federale dell’industria Tedesca consegna le Borse per il millenovecentosessantasette alla signora Bernhard e al signor Borchers! La mia vicina trasalì, io me ne accorsi. Ebbe davvero un momento di panico. Le strinsi la mano e dissi che doveva pensare soltanto all’assegno: signor Borchers e signora Bernhard, o signor Bernhard e signora Borchers, come sarebbe stato più consono, era in fondo indifferente. La signora Borchers e io salimmo sul palco del municipio di Ratisbona, dove, a parte gli interessati e forse anche il signor de Le Roi e il signor Bender, nessuno aveva rilevato l’errore del  signor von Bohlen und Halbach, e ritirammo ciascuno un assegno di ottomila marchi. Trascorremmo un’altra bella giornata in quella terribile città, poi io feci ritorno a Vienna, dove mia zia ebbe buona cura di me. Un anno fa mi è capitato tra le mani un cosiddetto numero commemorativo dell’almanacco del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca, il cosiddetto «Jahresring», in cui sono orgogliosamente elencati tutti i vincitori della sua Borsa. Solo il mio nome mancava. Che il dottor de Le Roi, l’amabilissimo signore di cui serbo ricordo, mi abbia cancellato dall’elenco a causa della mia condotta, per me assolutamente ineccepibile, negli anni frattanto intercorsi? In ogni caso ho qui l’occasione di far sapere che anch’io ho ricevuto quella Borsa del Settore Cultura dell’Associazione Federale dell’industria Tedesca. E precisamente a Ratisbona. Più precisamente nel municipio gotico di Ratisbona.

 


Edizione di riferimento: Thomas Bernhard, I miei premi. Traduzione di Elisabetta Dell’Anna Ciancia, Adelphi Edizioni 2009

2 commenti su “proSabato: Thomas Bernhard, da “I miei premi”

  1. Oltre a questo, naturalmente, suggerirei di riprendere in mano il Nipote di Wittgenstein (forse uno dei racconti più spassosi e terribili del gigantesco Thomas Bernhard)

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