Lettura in limine di “Baie” di Bruno Di Pietro (di Roberto Gaudioso)

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Guardo tutto con la schiena. Lettura in limine di Baie di Bruno Di Pietro

di Roberto Gaudioso

 

Ho avuto il privilegio di veder nascere questo scritto e assistere – seppure da lontano – alle sue espansioni, rimaneggiamenti, al ripensare l’ordine e lo spazio all’interno dell’opera, a legare e dare forma e misura a quello che ritengo nucleo dell’opera: come se il sole. La prima stesura dell’opera constava di sedici componimenti per lo più della sezione Come se il sole e questa poesia ne era l’incipit. Il lavoro successivo intorno alla forma e alla ricerca della misura sono caratteristica dell’autore e arricchiscono l’opera di elementi narrativi, lirici e filosofici costituendo un’architettura sapiente con una perizia estrema, quasi da artigiano. Ma se il poeta è stato così disciplinato, io come lettore e studioso lo sono meno: la mia lettura sarà indisciplinata. Potrei scrivere – e lo scrivo brevemente – che l’opera è divisa in quattro sezioni, una introduttiva, In limine e le altre tre: Baie, Come se il sole calasse ad Oriente e Tanti quanti chicchi ha la granata. Le ultime due sezioni prendono il nome da due versi di poesie lì contenute. Potrei scrivere – e lo scrivo brevemente – che il tema sul quale l’io lirico dibatte con sé stesso e con l’altra presenza amorosa alla quale si rivolge è il tempo. A livello strutturale l’opera è scandita in quattro parti, come stagioni, poco importa se immaginate o meno – il tempo reale vissuto potrebbe riferirsi a tre o quattro mesi, a tre o quattro anni – e poco importa che la prima stagione sia costituita da una sola poesia. Il lettore potrà certamente trovare le tracce di queste stagioni tra le parole e i versi di Di Pietro. In questo senso il poeta suggerisce il movimento che ci danno le stagioni, quello di rivoluzione della Terra intorno al Sole, quest’ultimo eternamente presente in Baie, quasi come un personaggio o una divinità da quale dipende l’intera opera: «ci voleva un giardino forse una serra/ terra buona fuori stagione» (2019:21); pure da questo punto di vista Di Pietro non gioca con false mitologie, è estremamente reale dal punto di vista scientifico: sono le baie che girano intorno al sole, non il contrario (è bene esplicitarlo oggi che la parola si trova impigliata nel tessuto virtuale composto anche da fake news e complottismi vari). Le stagioni, le sezioni di Baie, constano di diciotto poesie ognuna, tranne la prima. Questa unica poesia contenuta nella prima sezione, In Limine, la considero una stagione al pari delle altre perché non è solo un’introduzione nel senso narrativo di quello che Di Pietro mette in scena, ma soprattutto premessa filosofica (2019:9):

non ci sono più siepi
ad escludere lo sguardo
e l’ultimo orizzonte
è ai tuoi piedi
(siedi
e guarda per terra)

L’io lirico qui ci dice di guardare la terra, ma ci dà un altro indizio nei primi versi: la siepe e l’orizzonte richiamano L’infinito di Giacomo Leopardi. La negazione con la quale si apre il primo verso e l’invito a guardare ai piedi invece che all’orizzonte potrebbe far pensare una critica a Leopardi (2001:120), ma la non ritengo tale:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Il riferimento di Di Pietro è chiarissimo. Tuttavia, quello che sembra costruito su un’opposizione non costituisce un rifiuto o una critica di quanto è espresso ne L’infinito, ma una profonda comunione. Prima di tutto in Baie come ne L’infinito si fa l’esperienza del tempo. Elio Gioanola (2003:230-231) mostra come L’infinito sia la poesia che segni una svolta nella poetica di Leopardi in senso più filosofico e sentimentale. Gioanola (2003:238) mostra l’estetica di Leopardi prendendo in esame i verbi di percezione. L’infinito ci fa fare esperienza della sensazione e dell’immaginazione, del ricordo (quindi del passato) e del presente e di noi stessi in quanto presenti qui e ora col nostro corpo. Con L’infinito facciamo, quindi, esperienza del nostro stesso corpo che percepisce e immagina. Sembra quasi che si sintetizzi e anticipi il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty (1908-1961): non posseggo, non abito, io sono il mio corpo. Ciò che sono è corpo qui e ora, in questo caso, seduto sul colle. È proprio sulla base di questo hic et nunc che Giorgio Agamben (2008:100) definisce questo idillio come “esperienza del sempre”,
Similmente, l’io lirico in Baie si dibatte tra il «perché noi siamo eterni» e «le cose/ che non tornano». Cifra di questo dibattersi tra concezioni temporali antitetiche è l’essere contro tempo dell’io lirico (2019:21):

tutto fu subito tremendo e chiaro
fra rossore nodo in gola ed occhi
mi guardi mi tocchi restò sepolto
fiore incolto in ingorghi di pensiero
ci voleva un giardino forse una serra
terra buona fuori stagione
ma eri impalpabile irreale
(il raccolto andò a male)

Questa poesia si trova nella sezione che dà nome alla raccolta, Baie, e ci anticipa dal punto di vista narrativo la chiusura della raccolta. L’essere contro tempo, troppo presto o troppo tardi, ricorre lungo i versi di questa raccolta. Anche nella prima poesia della sezione seguente l’io lirico guarda «tutto con la schiena/ impaziente» (2019:33) oppure sentenzia «ma eravamo in ritardo/ nel gioco di parti» (2019:40). Allora l’io lirico fa affidamento alla parola, il suo è un appello in senso heideggeriano, che sia un autentico dire, un dire silenzioso e originario che chiama le cose a essere reali per il mondo. Questo richiamo in Baie emerge da «i silenzi traboccanti lussuria», dall’appello a un linguaggio in grado di «tradurre i sospiri/ il gemito in amore i desideri» (2019:45). È la parola stessa che lotta col tempo (2019:22):

mi chiedo: e in tanto invecchio presto
senza il gesto, la parola che incide
(il giorno ha sempre una fuga un ghigno
e mi deride)

Se in questa ultima strofa della decima lirica della prima sezione «la parola» «incide», nella sedicesima lirica della seconda sezione «il tempo non incide» (2019:48):

il tempo non incide in ciò che è stato
residua allora scrivere il passato
come solo repertorio dell’eterno
(per gli amori è già prossimo inverno)

A questo potere del tempo l’io lirico prova a opporre una parola creatrice, un’azione, un evento nel mondo, non un commento a esso. Tuttavia l’io lirico non è incosciente del male che affligge la parola, quindi non solo con la parola, ma anche per la parola si fa appello alla parola “giusta” contro l’inedia (2019:14). È così che si apre Baie (2019:13):

allora sarà detta la parola giusta
quella che fugge la noia dell’indicibile
daremo altro nome a tutte le cose
liberi dalla paura di morire,
esaurito ogni dove, di esaurire ogni dire

Il poeta davanti a un compito tanto grande non può che fallire (questo non è un disvalore) (2019:66):

il mare di notte
confonde i pensieri
inghiotte cielo e terra
confonde le rotte
i confini delle cose
di tutte le cose
che non tornano

I confini delle cose – non a caso si ripete «delle cose» e «di tutte le cose», non a caso questo mare smarginante «inghiotte cielo e terra» – senza né margini né nomi sono sintomo del fallimento della parola che chiama le cose a essere per il mondo. Questo è il dramma (non privo d’ironia) nel quale l’io lirico resta invischiato. Esso si esprime sopratutto in rapporto al tempo. Troviamo l’io lirico, infatti, tra le ore in desiderosa attesa (2019:22) o nel dubbio (2019:44):

s’insinua fra i dubbi il tocco dell’ora
(dicono arrivasti poi sconvolta
come la volta che trasalì la lampada
allo sbattere del vetro)

scolora in niente se ti guardi indietro
l’orizzonte che sembrò vicino
in fondo un deserto il destino

Questo orizzonte in Baie è vicino – è il poeta stesso a dircelo «l’orizzonte che sembrò vicino/ in fondo un deserto il destino» (2019:44) – perché come si dice nella poesia In Limine dobbiamo guardare i nostri piedi. Ma cos’è questo guardare, cos’è l’orizzonte? Se in Di Pietro questo è collegato coi sensi e col piacere, ne L’infinito di Leopardi non è da meno, fondato sulla teoria del vago e del piacere espresse nel suo Zibaldone. Gioanola ce lo conferma nel suo saggio che dedica a quest’idillio, nel quale evidenzia come questo sia giocato tutto sui sensi e la percezione, tanto che lo stesso fingersi diventa una realtà creata (forgiata) e percepita (2003:239). Gioanola, inoltre, segnala come questa percezione sia comprensione (2003:237).
È in questo modo che Di Pietro chiede al lettore di accostarsi a Baie, a leggerla, mi si passi la metonimia, con i piedi. Nel mezzo dell’opera l’io lirico ce lo ripete, ci invita a guardare tutto con la schiena (2019:33):

come se il sole
calasse ad Oriente
guardo tutto con la schiena
impaziente

Qui l’io lirico s’appella ad una rivoluzione, qui non è il senso di movimento astrale, ma del potere della parola che incide e crea. Guardare con la schiena, guardare i piedi, è un invito a avere un rapporto con la realtà più sensuale, non solo dal punto di vista erotico; ma cognitivo. Similmente, l’impazienza dell’ultimo verso non è data solo dal desiderio di un’unione erotica, ma anche da quella gnoseologica: guardare qui è osservare, comprendere con la schiena, ovvero, prendere insieme con la schiena, contenere con la schiena. Dal punto di vista gnoseologico si sta descrivendo un approccio sensistico o quanto meno la conoscenza sensibile e diretta (induttiva direi) verso il non ancora conosciuto. È questo il senso dell’estetica come la intende il padre di questa disciplina filosofica Alexander Gottlieb Baumgarten (2000:27), ovvero come conoscenza sensibile. Baumgarten chiarisce nelle sue riflessioni sulla poetica che questa facoltà sensibile, non significa un abbandono all’emotività, ma l’estetica deve essere guidata dalla logica (1999:71). Anche il filosofo sudafricano Abraham Olivier (2007:58-59), sulla base della filosofia di Merleau-Ponty, nel suo importante saggio sul dolore, Being in Pain, afferma che la percezione implica in una certa misura cognizione di sé e di ciò che è percepito; ponendo così la percezione alla base della comprensione. Del resto Bruno Di Pietro non è lontano da istanze sensistiche; nella poesia che chiude la raccoltaDella stessa sostanza del figlio (Di Pietro 2018:172) l’alba stessa è sensuale:

l’alba è sensuale
l’eresia la vita
il pensiero l’orgoglio

Signore non voglio
Signore non voglio
Signore non ti voglio

Traducendo questa poesia in swahili mi sono accorto che qui sensuale non è solo qualcosa che fa piacere ai sensi, ma si sta descrivendo l’esperienza sensuale (forse dovrei dire sensistica) dell’io lirico. L’alba risveglia i sensi e la cognizione con la quale l’io lirico arriva a concepire idee in modo chiaro e perentorio (quindi con poche parole) intorno a sé stesso, al mondo, alla vita, alla conoscenza e alla sua volontà. Questo rivolgersi ai sensi e al corpo appare tanto più rivoluzionario se proferito da un io lirico eretico o legato all’esperienza (chiaramente impossibile) di veder tramontare il sole a est. Per dirla con Susan Sontag (2009:14): «ciò che importa ora è recuperare i nostri sensi. Noi dobbiamo imparare a vedere di più, ad ascoltare di più, a percepire di più» perché «un’opera d’arte in quanto tale è un’esperienza, non una dichiarazione o una risposta ad un quesito. L’arte non è solo intorno a qualcosa, ma è qualcosa. L’opera d’arte è una cosa nel mondo, non solo un testo o un commento ad esso» (2009:21). Allora è con questo bagaglio di conoscenze antiche, ma mai veramente dominanti nella nostra tradizione filosofica, che la poesia vuole essere letta col corpo.

© Roberto Gaudioso

 


Bibliografia
Agamben, Giorgio. 2008. Il linguaggio e la morte. Un seminario sul luogo della negatività. Torino: Einaudi.
Baumgarten, Alexander Gottlieb, 1999. Riflessioni sulla Poesia. Palermo: Aesthetica Edizioni.
Baumgarten, Alexander Gottlieb, 2000. L’Estetica. Palermo: Aesthetica Edizioni.
Berman, Antoine. 2003. La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza. Macerata: Quodlibet.
Di Pietro, Bruno. 2018. Colpa del mare e altri poemetti. Salerno: Oèdipus.
Di Pietro, Bruno. 2019. Baie. Salerno: Oèdipus.
Ferris, David. 2006. “Indiscipline” in Saussy Haun, Comparative Literature in an Age of Globalization. Baltimore: The Johns Hopkins University Press. pp. 78-99.
Gaudioso, R. “A Literary Approach to Avoiding Objectification of the Text: Reading Kezilahabi and Beyond”, AIOO, Leiden: Brill (77) 2017: 3-32.
Gaudioso, R. “When Words Go Beyond Words: Notes On A Hermeneutical And Sensualistic Approach To Text And Translation In The Poems Of Kezilahabi And Leopardi”. Swahili Forum252018: 57-74. https://ul.qucosa.de/api/qucosa%3A35325/attachment/ATT-0/
Kezilahabi, Euphrase. 1988. Karibu Ndani. Dar es Salaam: Dar es Salaam University Press.
Leopardi, Giacomo. 2001. Tutte le poesie e tutte le prose. Roma: Newton.
Gioanola, Elio. 2003. “L’infinito”. In Maglione, Armando. Lectura leopardiana. I quarantuno «Canti» e «I nuovi credenti». Venezia: Marsilio. pp. 229-244.
Sontag, Susan. 2009. Against Interpretation and Other Essays. London: Penguin.

 


Bruno Di Pietro (1954) vive e lavora a Napoli esercitando la professione forense. Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: Colpa del mare (Oédipus, Salerno-Milano 2002); [SMS] e una quartina scostumata (d’If, Napoli 2002); Futuri lillà (d’If, Napoli, 2003); Acque/dotti. Frammenti di Massimiano (Bibliopolis, Napoli 2007); Della stessa sostanza del figlio (Evaluna, Napoli 2008); Il fiore del Danubio (Evaluna, Napoli 2010); Il merlo maschio (I libri del merlo, Saviano 2011); minuscole (IL LABORATORIO/Le edizioni, Nola 2016); Impero (Oèdipus, Salerno-Milano, 2017); Undici distici per undici ritratti (“Levania Rivista di Poesia”, n° 6/2017); Colpa del mare e altri poemetti (Oèdipus, Salerno Milano 2018); Baie (Oèdipus, Salerno-Milano 2019). È presente in diverse antologie fra cui: Mundus. Poesia per un’etica del rifiuto (Valtrend, Napoli 2008); Accenti (Soc. Dante Alighieri, Napoli 2010); Alter ego. Poeti al MANN (Arte’m, Napoli 2012). Articoli e interventi sulle sue opere sono presenti in riviste e blog.

 


Roberto Gaudioso (Napoli 1984), poeta, traduttore e ricercatore, si occupa di letterature comparate e letterature in lingue africane (per lo più Swahili) con particolare attenzione al poeta tanzaniano Euphrase Kezilahabi, al quale ha dedicato una lunga ricerca di lavoro sul campo, analisi e traduzione convogliata nell’opera monografica The voice of the Text and its Body. The Continuous reform of Euphrase Kezilahabi’s poetics (ed. Köppe 2019 (in corso di stampa). La sua prima raccolta è Camere Contigue (2008, prefazione di Camilla Miglio). In corso di stampa è la sua raccolta di poesie Squittii (Oèdipus 2020; prefazione di Iaia De Marco).

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