proSabato: Alberto Arbasino, da “Certi romanzi”

Solo per te, Lucia

 

Forse i lettori o rilettori occasionali dei Promessi Sposi staranno incominciando soprattutto adesso a gustare quel sublime manufatto lombardo tutto intero – e perfino in quei tratti del «nostro Anonimo» sovente saltati-perché-noiosi fino a poco fa – giacché una certa squisita voga per il Barocco piú capriccioso sta sospingendo ad assaporare come pernici frolle i ghiotti pastiches stilistici alle spalle del Buon Secentista, e la buona chicca e neoretorica della biblioteca di Don Ferrante. Magari, perfino, il mortificante antiromanzetto sulla formazione del Cardinal Federigo: del resto, si sa, W. H. Auden ha sempre sostenuto dalla sua cattedra di poetica a Oxford che è incapace di intendere la Vera Poesia chi non subisce il fascino del Catalogo delle Navi nell’Iliade o respinge la seduzione delle «complicate strofe arcaiche di gran difficoltà tecnica, anche se il loro contenuto è stupido».
Pero, acquietatesi le celebrazioni centenarie, come trattenersi dal domandarsi – naturalmente dietro affrettate e orecchiate suggestioni di Charles Mauron e di Jacques Lacan – quali siano in realtà i ‘fantasmi’ che sospingono il Manzoni nella sua ostinata operazione romanzesca? E continuando a lasciar correre libere e selvagge le care trouvailles dei docenti francesi, quali saranno le metafore ossessive piú rivelatrici delle sue pulsioni inconsce, delle sue coazioni profonde?
Partendo dai personaggi, infatti, non soltanto Flaubert può sentirsi autorizzato ad annunciare «Madame Bovary» sulle proprie carte da visita. Ogni autore di opere romantiche e sentimentali, anche nel cinema, tende sovente a identificarsi in una propria eroina favorita, e non ha troppa rilevanza che questa sia una Anna Karenina o una Marlene Dietrich. E in quanto al fantasma che preme sull’autore cedono all’invadente indagine sia Mallarmé sia Voltaire, sia Stendhal sia Chateaubriand.
Nel caso del Manzoni, sembra tuttavia improbabile sovrapporlo in controluce a Don Abbondio, e alle sue motivazioni, malgrado ogni affinità e tentazione e malgrado quella illuminazione di Gadda: «se un Dio estetico mi domandasse in quale personaggio manzoniano vorrei identificarmi, risponderei subito: in Don Abbondio!» (Né sembra lecito, forse, malgrado tutto, ravvisarne come un ammicco infernale nella ‘cameo appearance’ hitchkockiana di quel «vecchio malvissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa…»)
Nella figura di Lucia, invece, convergono apertamente le due pulsioni fondamentali dei Promessi Sposi. La prima dev’essere la cupidigia sessuale, anche se non si sente, perché dopo tutto è questa che mette in moto la trama con le voglie di don Rodrigo, e poi la ricarica a metà romanzo con le pâmoisons della Monaca di Monza. La seconda sarà evidentemente la religiosità che affanna e consola e dunque può risolvere un buon numero di problemi come uno stimolante o un tranquillante ‘che fa miracoli’.
Basta del resto considerare gli altri personaggi. Renzo è un pancotto privo di personalità come quegli attorgiovani che fanno un film e poi vengono licenziati dal produttore per mancanza di carisma, e inoltre privo di sessualità come i tenori della Sonnambula o dell’Elisir d’amore. Bravissimo ragazzo, canta qualche aria, partecipa a duetti, terzetti, concertati, e a scene di massa; ma nessuno crede sul serio a una sua qualsiasi possibilità erotica. La sua mancanza di passato e di futuro su tale terreno (e in un romanzo che mette gli sposi nel titolo e impianta una piccola tragedia sulla circostanza che non riescano a sposarsi) è molto probabilmente la ragione principale per cui i lettori stranieri refrattari alla magia stilistica trovano illeggibile o incomprensibile il romanzo manzoniano.
Maggior grinta e piglio e carisma hanno naturalmente i vecchi, ecclesiastici o cattivi, come il Cardinale e l’Innominato, tanto piú che vengono spalleggiati da due altri fantasmi importantissimi, il Passato e il Potere, ma questo è lo stesso argomento sui bassi protagonisti che si potrebbe proporre per il Don Carlos verdiano, e invece qui porterebbe lontanissimo, sia per la mancanza di un equivalente baritonale manzoniano per il Marchese di Posa, sia per l’eccessivo virtuosismo di un parallelo fra le due mezzosoprano spagnolesche, la Monaca di Monza e la Principessa Eboli.
Vediamo Don Rodrigo. Ci si domanderà: fino a che punto è credibile che desiderando (si dice) una povera fanciulla, invece di rivolgersi direttamente e non dilettantescamente a lei e alla sua mamma con fiori e gioielli e panettoni, manda i bravi al parroco? È la strategia più sicura per non ottenere nulla di nulla: come se Bismarck, desiderando annettersi territori lussemburghesi, iniziasse delle tortuose intimidazioni sul Vaticano. E non c’è bisogno di ricordare Freud e neanche Kissinger per intendere che in questi casi c’è sotto piú o meno confessato un desiderio che l’evento non si compia.
Come fa Don Rodrigo (e con lui il suo Autore) a non accorgersi che i casi sono inevitabilmente due? O si fa Sade, potendo. Benissimo! E allora: rapimento, prigione, catene, tormenti, fruste, clisteri, violenze oltraggiose e orribili, sorde a ogni pietà. Oppure: carineria! Rose, visoni, champagne, marrons glacés. Invece, stupidamente, minacciare il parroco? Show inutile e falso bersaglio! Caso tipico di «Roma per toma»! E infatti, i risultati, si vedono.
Cosí, non si capisce bene, fra l’altro, che cosa interessasse veramente a don Rodrigo. Anche qui, parrebbe, delle due l’una. O anelava a «violare l’intimità di una coppia», cioè inserirsi in una tensione sessuale in atto, come sovente càpita a coloro che in amore prediligono non il duetto ma il trittico (e forse, in questo caso, per un anacronistico capriccio di gusto «ius primae noctis», ricalcando piattamente don Giovanni tra Masetto e Zerlina?) Oppure, probabilmente, dato il suo comportamento costantemente contorto, don Rodrigo era un masochista dei piú sventurati.
Se infatti si riscontra di quali inesauribili provviste di tedio possa disporre Lucia, solo minimamente provocata (basta vedere come distrugge l’Innominato, con poche zaffate di fastidiosità bene assestata), si comprenderà agevolmente come don Rodrigo non appartenga alla categoria masochista del «picchiami! picchiami! fammi male!», bensí a quella non meno frequente dell’«annoiami! annoiami! rompimi ancora di piú!

 


Alberto Arbasino, La Belle Époque per le scuole, capitolo Solo per te, Lucia, in: Certi romanzi, Einaudi 1977, pp. 269-71

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