Sandro Abruzzese, Per una grammatica sul dialetto di Rotonda

Foto di Sandro Abruzzese
Per una grammatica sul dialetto di Rotonda

 

Il 26 marzo del 1927 il recluso e perseguitato antifascista Antonio Gramsci scrive una lettera a Teresina, sua sorella prediletta, chiedendole del nipote, il piccolo Franco. È in questa lettera che il politico comunista sardo, nativo della remota e contadina Ghilarza, ribadisce: «Spero che lo lascerete parlare in sardo […]. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. […] Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro.»
È questo il primo brano che mi viene in mente sfogliando l’accurata pubblicazione sulla grammatica del dialetto di Rotonda, i suoi tanti brani, le poesie, i proverbi. Per non parlare delle meravigliose riflessioni che Carlo Levi dedica al dialetto dei contadini di Aliano nel Cristo. Il torinese si accorse della materialità, della forza plastica e creaturale delle parole dei contadini lucani e ne fu testimone per il resto della vita. Sarebbero tornati, al pari di lontani antenati, i paesani lucani, in ogni altro libro e viaggio, dalla Sicilia alla Sardegna, fino alla Russia e al testamento del Quaderno a cancelli.
L’amore per la pluralità linguistica italiana, per le sue tante particolarità, potrebbe aprirsi a un discorso che, da Dante in poi, procede, solo per citare alcuni protagonisti, fino al Canzoniere italiano di Pasolini, alle ricerche di Calvino, agli studi di Gianni Celati, senza dimenticare l’istrionico Dario Fo. Nel saggio introduttivo al Canzoniere, Pasolini sottolinea la provenienza dal basso, l’anima popolare e dominata, il sostanziale bilinguismo italiano, fino alla “miseria psicologica demartiniana” di canti e poesia regionale. Dunque lingua e dialetti, registro alto e basso, si intrecciano in tutta la storia della lingua italiana: Boccaccio, Pulci, Burchiello, e il rapporto con una visione popolare sarà, da Verga in poi, attraversato in opere di Pavese, Vittorini, Scotellaro, e ancora in Gadda, Testori.
Nondimeno la tradizione letteraria italiana e il dialetto studiato da Enzo Fittipaldi in questa grammatica ci consentono di riflettere sulla storia d’Italia fino agli approdi attuali. Se il Gramsci dei Quaderni ha avuto il merito di sottolineare la frattura italiana tra intellettuali e popolo, nella lingua parlata degli italiani vi sono invenzione e innovazione (Pasolini); anche se con lo sviluppo economico dell’Italia, mentre la tradizione popolare resta quasi appannaggio solo delle aree meno sviluppate, il resto del paese vive, attraverso il sistema scolastico, la radio e la televisione, l’omologazione dell’italiano standard e in seguito un vero e proprio mutamento antropologico.
Ebbene, grazie alla stagione degli studi etno-antropologici di intellettuali come Cocchiara e De Martino, fino ad arrivare agli odierni Vito Teti, Franco Cassano, Piero Bevilacqua, potremmo seguire la Questione italiana per arrivare alla divaricazione sociale e culturale, oltre che economica, delle varie Italie della penisola. E infatti alla luce dell’odierna frammentazione nazionale, delle spinte autonomiste, degli egoismi regionali, e consapevoli dello spopolamento di Rotonda come di quasi tutto il sud rurale del paese, dell’ormai endemica disoccupazione, dell’assenza di piani e progetti di respiro nazionale e europeo, che passano per i limiti di una classe dirigente locale non sempre all’altezza delle sfide dei tempi, ecco che il lavoro di Enzo Fittipaldi appare un estremo atto d’amore per il luogo natìo. Un lavoro intriso di passione e etica del lavoro al servizio di un interesse  pubblico e comune. La grammatica di un dialetto nobilita e ricostruisce, è umile e lontana dal disprezzo e dall’alterigia delle accademie. È sì connotativa, normativa, ma senza ergersi a fustigatrice, anzi è rivolta quasi a rinnovare l’attenzione per le peculiarità più nobili degli aspetti popolari.
Studiare per ricostruire il passato e la memoria, dunque, farlo nell’unico modo possibile, ovvero con onestà e serietà intellettuale e morale, vuol dire sempre comprendere e dispiegare, quindi radicarsi non in bieco conservatorismo reazionario e tribale, come i morbi leghisti di cui oggi è affetto il paese, bensì nella profondità, nel terreno universale della conoscenza, scevra com’è da qualsiasi tipo di pregiudizio, da qualsiasi pulsione esclusivistica e settaria.

Foto di Sandro Abruzzese

Credo inoltre che l’abnegazione e l’impegno riposti in questo libro siano un atto di ritorno  e restanza ideale dell’autore. Un atto di chi, pur essendo partito, non ha mai realmente lasciato le vicende e i destini del paese e del Meridione, per cui attraverso il lavoro e la progettualità ha finito per creare e agire con la funzione di contribuire al miglioramento delle condizioni culturali del luogo oggetto di studi.
Il Meridione ha un estremo bisogno di attenzioni del genere, e ne ha bisogno non certo in quanto terra speciale o particolare, ma al contrario per le fragilità estreme che lo accomunano a tanti altri sud del mondo. Solo così, mi permetto di dire, è necessario amare i luoghi: nella loro unicità, mai slegata dalla propria condizione universale, dal legame e dal rapporto con gli altri infiniti mondi possibili, che sempre, in qualche modo, parlano di noi.

© Sandro Abruzzese
Ferrara, 27 febbraio 2020

 

2 commenti su “Sandro Abruzzese, Per una grammatica sul dialetto di Rotonda

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