Arbasino, o caro – di Fabio Libasci

“Siamo qui da un’ora…”
Potrebbe iniziare così il ricordo di Arbasino, il suo ritratto provvisorio, come iniziava il suo romanzo Fratelli d’Italia nel 1963, o potremmo iniziare forse dai suoi 90 anni appena compiuti e che si credeva di festeggiare altrimenti, magari con un libro, ancora uno, un Adelphi con nuovi racconti, aneddoti e storie di quella vita letteraria che sembra ogni giorno più mitica. O magari aspettavamo ancora un po’ per omaggiarlo con novanta frammenti critici sulla sua opera.
Eppur si deve iniziare, magari ricordando che alla letteratura ci arrivò per caso dalla carriera diplomatica a cui era destinato dopo studi brillanti; la pubblicazione della raccolta di racconti Le piccole vacanze per Einaudi nel 1957 lo convinse ad abbandonare gli uffici a favore dei salotti letterari; L’anonimo lombardo due anni dopo per Feltrinelli conferma la sua buona scelta. Arbasino è già tutto lì in quei primi racconti, in quel primo romanzo: la provincia italiana soffocante, il pettegolezzo, il ritratto, la torsione testarda di una lingua che non vuole saperne di farsi prosa e somigliare all’inglese o al francese, così adatto a far romanzi. In un tempo in cui i nostri autori spesso non venivano mai fuori dalla provincia in cui erano nati, Arbasino viaggia verso Parigi che ammira per la sua vivacità e spudoratezza e la racconta nel sublime Parigi o cara del ’60. Poi immagina un grande romanzo-saggio come Fratelli d’Italia, una conversazione ininterrotta che attraversa la nostra penisola tra speranze e prime disillusioni per un boom di facciata che sembra non cambiare nulla dello strapaese; si appassiona poi alle vicende del Gruppo ’63 e comincia a costruire quel grande romanzo critico contemporaneo che è la sua opera. Viaggiatore curioso, racconta all’Italia che timidamente si allinea alla moda e ai modi sixties, l’America off, la cultura beat e altre umane faccende; fa un gran parlare di Brecht e di Barthes; tutto un dire di Proust e Joyce; si appassiona e si annoia del ’68 con estrema facilità, alla rivoluzione made in Italy e al sogno comunista preferisce l’America e le sue stelle, tutte Off-Off.
Il decennio successivo, allontanatosi da Feltrinelli dopo l’uscita del voluminoso Sessanta posizioni, con ben altre allusioni, riscrive Fratelli d’Italia, conduce un programma su Rai 2, “Match”, a suo modo rivoluzionario – celebre l’alterco tra Monicelli e Nanni Moretti – e pubblica In questo stato dedicato all’affaire Moro e dintorni.
Arbasino si scopre così moralista, i suoi lettori dovevano essersene accorti già con Fantasmi italiani, dote che approfondisce con Un paese senza e La caduta dei tiranni rispettivamente nel 1980 e 1990. Moralista si dirà, ma non moralizzatore: Arbasino osserva le cose dell’Italia e del mondo e le racconta o meglio le tesse in una trama più fitta di analogie sempre più vertiginose e rimandi dove conta il come e non più il cosa e alla fine della pagina nemmeno lo ricordiamo come siamo potuti arrivare fin lì. Il mondo è un teatro e il teatro è il mondo, un viaggio che ha bisogno di essere duplicato di parole, ricordi e poi riflessioni che irrompono urgenti e improvvise e cambiano il colore, la texture. Nel 1993 cambia ancora editore e presso Adelphi esce quell’anno la nuova edizione di Fratelli d’Italia, la terza riscrittura, riveduta e aggiornata di quel viaggio intrapreso trent’anni prima tra i vizi e le poche virtù degli italiani e mai concluso. L’ultimo quarto di Arbasino è passato tra riscritture, una nuova edizione di Parigi o cara, viaggi, Lettere da Londra, Le muse a Los Angeles, Mekong, racconti d’opera, Marescialle e libertini, e ricordi: L’ingegnere in blu, ad esempio, dedicato al suo Gadda di cui si diceva fosse il figlio o il nipote letterario, a seconda delle intenzioni del critico del momento. E poi e infine un’ultima manciata di libri, quasi un regalo: America amore, Paesaggi selvaggi a Buenos Aires, Ritratti italiani e Ritratti e immagini. Aspettavamo ancora qualche volume di questo romanzo critico infinito, un saggio illuminante sui social dopo quello su La vita bassa e invece ci tocca dire “siamo qui da un’ora”, costretti a rileggere il suo complesso romanzo storico, nel senso che nella sua opera troviamo la storia d’Italia e quella culturale di gran parte di mondo, nella sua penna lo scorrere dei decenni tra mode e modi, archetipi e dimenticati, arcinoti e nuovi arrivati.
Modernissimo e a suo modo classico, ha raccontato con leggerezza, ironia e perfidia i vezzi, il male, l’abitudine di un paese che non si decide a cambiare; ha anticipato temi e maniere, ha svecchiato di colpo il romanziere facendolo diventare intellettuale, ha reso lo scrittore una figura sexy e divertente, alla moda, notturno nel senso di chi vive la notte, un personaggio da dolce vita.
Rivedendo certe sue foto è facile rileggere la storia degli ultimi sessant’anni: il giovanotto in completo da bravo ragazzo che ha studiato nelle migliori università, il trentenne pantaloni attillati e camicia aperta uscito fuori da Blow-up e poi i baffi che tutti dovevano avere negli anni Settanta e infine i completi eleganti da signore benestante, canuto e ironico degli ultimi anni, l’abito del venerato maestro con cui appare in tv negli anni 2000.
Sempre insofferente ai premi e alle celebrazioni, qualche anno fa abbandonò un riconoscimento perché la presentazione andava per le lunghe e lo annoiava. Arbasino era passato dalla giovane promessa al venerato maestro senza passare mai dal solito stronzo, secondo la sua celebre tassonomia, fedele al suo Gadda e ai grandi nomi del romanzo modernista a cui si ispirava e che hanno fatto di lui un unicum nel panorama delle lettere nostrane.
Con Pasolini e con Penna, con Gadda pure, condivideva la passione per i ragazzi ma non la colpa e l’angoscia, non il peccato né la tragedia che al piacere s’accompagnava; né dolore né pedagogia ma solo piacere, furtivo, allegro, notturno, libertino, prima di risalire in macchina non senza essersi aggiustato i pantaloni. Non sentendosi represso non ha mai sentito il bisogno di liberarsi. Negli ultimi anni, almeno dal Pride 2000, Arbasino aveva iniziato una polemica caustica con i vari movimenti gay; gay del resto era una parola che da quando era sulla bocca di tutti non amava più né mai avrebbe usato per parlare di sé. Non amava l’orgoglio, né il rumore, le bandiere e le sfilate, eppure la sua opera, tutta, è percorsa da un vento omofilo che accarezza ogni cosa, oggetto o persona, canzone o film; a decine gli esempi di camp, di ambigue situazioni e omaggi a dive e divine, un continuo sussurrare di erotismo. “Siamo qui da un’ora” a pensare che Alberto non c’è più, ha lasciato la sua Voghera dov’era nato 90 anni prima, la sua provincia immortale ma scalfita dalla sua prosa. Da qualche ora ha lasciato la sua Italia. Mi piace immaginarlo mentre parla con tutti i suoi ritratti, mentre scrive la quarta versione dei suoi Fratelli d’Italia, mentre ci guarda perduti e impauriti in quest’Italia del corona virus che ci vuole chiusi in casa; è lì fuori in strada, a bordo della sua coupé in un’Italia che non c’è più.

© Fabio Libasci

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