Pasquale Pietro Del Giudice, Piste ulteriori per oggetti dirottati

Pasquale Pietro Del Giudice
Piste ultieriori per oggetti dirottati (Ensemble, 2019)
Nota di lettura di Martina Dell’Annunziata

 

Dare un titolo alla propria opera è uno dei momenti più drammatici del lavoro dello scrittore. Quando Pasquale mi ha mostrato una lista di titoli possibili da dare alla sua raccolta, ho pensato subito che “Processi di accumulazione” fosse perfetto per le sue composizioni. La scelta è infine caduta su Piste ulteriori per oggetti dirottati che, mi sembra, consenta di presentare nel modo più chiaro al lettore intenti e prospettive delle prose-poesie che compongono il volume.

1. “Innamorato dell’inanimato […], torno sulla strada dell’immaginazione”
Così si legge in Le discrete nozze (Piste ulteriori per oggetti dirottati, p. 104). L’’operazione fondamentale che la scrittura di Del Giudice realizza è infatti la restituzione della poesia alla sua matrice originaria, la fantasia. È mediante la riabilitazione della facoltà immaginativa che si compie l’istituzione di un rapporto nuovo col mondo. Nel rinnovato colloquio con gli oggetti, ogni ente è riscoperto come il centro di un’infinita rete di combinazioni possibili; esso sta lì, davanti a noi, pronto per essere “dirottato” in insoliti contesti, lungo “piste ulteriori” non ancora tracciate. L’oggetto rappresenta l’occasione per ristabilire un rapporto non utilitario con la sfera delle cose o, piuttosto, si potrebbe dire con buona pace di Montale, che è lo sguardo del poeta ad offrire agli oggetti l’occasione per rivelare tutto l’impensato in essi presente. C’è una nascosta parentela fra le cose, una segreta fratellanza del simile e del dissimile, che la poesia consente di riscoprire: ciascun elemento del reale, ricorda il poeta, trascina dietro di sé «l’altro latente, il somigliante, il sosia» (p. 9). L’ovvia datità dell’Universo perde così la sua compattezza per lasciare spazio all’ «ambiguità della fantasia». Ci si accorge allora che non è lecito chiudere la conoscenza del mondo in formule definitorie: «Cosa non sono e cosa non hanno pensato di essere/ queste due bottiglie di plastica/ sono la cosa che più mi interessa,/ cosa loro non sanno di poter diventare/ deformando la loro figura» (Le due bottiglie, p. 57).

2. “Ogni cosa è andata in pezzi in modo particolare”
Nei versi di Del Giudice l’atto poetico è uno strumento, forse l’unico concesso all’uomo, per riprodurre il gesto della creazione. Sostituirsi al Creatore vuol dire anzitutto dis-fare ciò che è già stato prodotto. L’immaginazione rivela dunque tutto il suo potere divino, ma anche tutto il suo potenziale destabilizzante e decostruttivo. Ne La caduta dei gravi si legge: «Ho lasciato cadere una tazza/una scorza di pane, uno specchietto,/ una mela, un pomodoro, un pompelmo/ poi un telefono, un sacchetto di arance/ poi un’anguria, della pasta/dal decimo piano di un palazzo,/ ogni cosa è andata in pezzi/ in modo particolare […]» (p. 31). La poesia non deve essere pacificante se vuol stare nel presente, se aspira ad offrirsi all’uomo come un’ulteriore pista essa stessa, per la comprensione del reale, alternativa al ragionamento logico e al sentimento. Un’inquietudine di fondo percorre infatti queste “composizioni”. Le chiamo così, composizioni, perché esse si strutturano come catene di immagini che, verso dopo verso, si inseguono fino a comporre un montaggio. I “fotogrammi” si avvicendano descrivendo itinerari poetici imprevedibili, eppure non casuali. L’immaginazione risponde a certe regole che le appartengono in modo esclusivo e che ben poco hanno a che fare col “caso”. Solo così la poesia può esser davvero un “sogno creatore” (p. 9).

3. Poetico, impoetico, metapoetico
Come ho precedentemente affermato, “Processi di accumulazione” mi era parso un titolo efficace per designare i testi di Del Giudice. Questi “racconti” in versi, che si snodano per pagine e pagine nel fermo rifiuto della brevità, sostenuti da un linguaggio asciutto, che nulla concede agli eccessi dell’enfasi e del lirismo, sono carichi di immagini di vita e di morte, di trasfigurazioni e movimenti, di “violenza” e rassicurazione, di macerie e momenti inaugurali. Tutto si deposita nel verso, nello sforzo inesausto di riempire un vuoto, di rispondere alla percezione di un’assenza, di un punto di non ritorno del mondo, di una mancanza fondamentale, a cui, alla fine, non si può fare altro che rassegnarsi. Così anche la poesia entra nella poesia e il poeta, acciuffando se stesso per i capelli, si fa metapoeta. «Il metapoeta mostra che in realtà non si ha granché da dire» (cfr. Una poesia su chi scrive metapoesie, p. 65). Siamo nel tempo in cui tutto è stato già detto, in cui ogni arte, inclusa la poesia, pare essere condannata solo a riflettere su se stessa, ad autocontemplarsi non si sa bene come, se con compiacimento o disperazione. E allora sarà forse meglio non prendersi troppo sul serio ed esercitarsi a quella “divina indifferenza” portata in dote dall’ironia. I versi di Del Giudice ci ricordano soprattutto che immaginare è anche l’arte di saper prendere le distanze dalle cose e, auspicabilmente, da sé stessi.

© Martina Dell’Annunziata

 

La manutenzione

Sono vivo, un cantiere aperto,
una macchina usata, un mostro precario
civilizzato, puntualmente i peli mi rispuntano sul viso,
il sebo si accumula nei pori,
il mondo è la criniera di un cavallo,
ogni cosa necessita di manutenzione e del suo stalliere,
della sua lametta e del suo giardiniere,
di revisioni, di versioni, di una controllatina
ai freni, alla tenuta dei bulloni;
la vegetazione, le unghie ricrescono, la pelle decade,
ciclicamente sono necessarie
radiografie, controlli delle pompe
del sistema e del livello di putrefazione raggiunto,
è opportuno ridurre a ordine umano
la matematica delle sterpaglie,
più cresci più muori, più muori più cadi a pezzi,
più perdi illusioni, più i tuoi gesti
si sommano negli errori degli anni,
hanno avuto incidenza, hanno ferito e perdonato,
hanno deluso e smentito se stessi.
Esposta alle intemperie e alla consunzione del tempo
la vita è un cadavere sezionato
dunque le cose muoiono con gusto
e ogni giorno implica lo sforzo
di tenere a bada il loro disfacimento,
la loro fuga, la loro tentata ribellione
rimandando la loro fine,
ritinteggiando le porte, i capelli e le pareti.
La manutenzione tiene sveglio il mondo
il suo bisogno di cure, morte che ci tiene in piedi,
che stimola, smuove a mettere in ordine la stanza
a usare le ore nel migliore
o nel peggiore dei modi, sperperando
quello che resta in affronto al tempo
e a se stessi, costantemente ridare senso
dove si era dato senso, nei rapporti sociali
nei propri spazi, nel cassetto
delle delusioni, opponendosi alla forza
centrifuga che mette in moto la macabra pantomima.
Bisogna immaginare Sisifo barbiere,
crollare è darla vinta alle liane, alle piante rampicanti
quando ti sommergono i piatti da lavare,
quando la tua casa si arrende
alla forza riassorbente dell’edera
e del muschio, delle erbe infestanti, dei nidi di ragno,
dei topi, delle formiche, dei rifiuti dei passanti.

 

Carne straccia

I volantini pubblicitari, i flyer
sono più precari dei giornali
più poetici dei fiorellini e degli elefantini
distribuiscono virus, batteri,
passando da una mano all’altra
soldi infantili liberati dal loro valore,
più della breve vita dei lepidotteri
ci insegnano il concetto di impermanenza,
chi li distribuisce è sottopagato,
per di più disoccupati, disperati
o ragazzini che hanno marinato la scuola
usciti dalle regole della vita,
ai margini della società, per un attimo
un giorno, una settimana, qualche ora
a racimolare briciole, a diffondere
un’occasione immancabile di consumo,
manine del capitalismo, profeti
dell’invisibile e dell’obsolescenza
smistano ciò che non dura, un cellulare
in offerta o un modello invenduto di scarpe.
Ogni volantino ha qualcosa da dirci
infilati in tutti i pertugi disponibili
nei finestrini aperti delle auto di passaggio,
sotto le porte, lingue fuoriuscite
dalle cassette delle poste, manifesti
dell’arrendevolezza e della mansuetudine
vorrebbero essere raccolti, accuditi,
compresi, collezionati tra gli oggetti rari
magari tra i libri, loro fratelli maggiori
oppure il loro desiderio ultimo
è farsi abbandonare, sfogliati
come amanti distratti, usati, degni solo
di qualche minuto di interesse.
Innamorati del piacere della morte
e del maltrattamento masochistico,
i fogli pubblicitari finiscono per tappezzare le città
per inquinare, per appallottolarsi
con l’acqua piovana, fino a scolorirsi
nell’indistinto, paccottiglia, carne straccia
in una discarica o semplicemente per strada,
rendendo inutile il loro viaggio
simile al nostro, il loro passaggio terreno.

 

Pensierini sui trent’anni

Ho le stesse mani da trent’anni,
gli stessi apparecchi percettivi
gli stessi occhi, le stesse labbra
che boccheggiano suoni intermittenti,
ho trent’anni di rughe come fisarmoniche
che hanno ripetuto espressioni,
contraendo le molle del volto,
tutto questo è lo stesso pur essendo diverso,
sono sempre io, in fase di crescita e di perdita
in fase di irreversibile devastazione
lascio pezzi per strada, squame maleodoranti
aumentando impercettibilmente ogni giorno
di peso e in usura dei legamenti
dei tendini, dei tessuti
come una cosa cosiddetta vivente
con l’impressione di avere la stessa sete
lo stesso sonno a fine giornata,
la stessa giornata dal primo giorno dei miei giorni,
eppure sono sempre io, mi schiaffeggio
mi rado, mi sciacquo, mi prendo cura
di questa circostanza
della responsabilità non richiesta
di avere un corpo, questa proporzione
genetica e casuale di parti e lineamenti
che mi identifica all’esterno
e nell’appercezione che ho di me stesso,
relitto esposto alle intemperie
al contatto con la crosta ruvida delle superfici
che ha sviluppato calli come forma di difesa
sofisticata e contorta aggressività,
ho da trent’anni la stessa pelle
che come un telo flessibile si stende
morbida pasta, coperta tirata
dalla crescita di muscoli e di ossa,
il mio naso ha trent’anni e non li dimostra,
il miei capelli hanno un contratto in scadenza,
il mio scheletro attualmente strutturalista
deflagrerà su posizioni decostruzioniste.

 

Mezzo scemo

La mia mediocrità è strutturale,
origina dalla bollicina prima
più insignificante di me, come me
del mio io imperfetto, nato storto, mezzo morto,
mai compiuto, mai sbocciato, mezzo addormentato;
retrocedendo alle parti minuscole
agli atomi, al collagene dell’organismo
ho infatti appurato la scarsa fattura del mio DNA
fatto di stagno, composto,
saldato con metalli senza valore,
giustificazione della mia testa di legno
delle difficoltà nella comprensione del testo,
della precoce infantile fatica nella lettura,
a dare un senso compiuto
agli scarabocchi detti scrittura;
ammalata d’incompiutezza, la mia testa
è sempre stata un tronco duro resistente
bitorzoluto corteccioso di coriacea fattura
la mia mente è sempre stata
invulnerabile al comprendonio,
dimora di ingranaggi arrugginiti
di settori danneggiati, di neuroni in pensione
di connessioni autoreferenziali, svogliate
in sciopero e rivolta perenne, il mio cervello
è stato programmato per restare indietro
rispetto ai messaggi, agli abbracci
di appartenenza del mondo
nel suo quasi autismo, nel suo distretto logico
impenetrabile, murato, senza finestre
senza rocchetti schiavetti;
sono un po’ scemo e me ne vanto,
sono orgogliosamente tonto
bislacco, intellettivamente stanco, spossato,
demineralizzato, devitaminizzato,
nato per rifiutare i dati del passato
la comprensione, l’assimilazione,
sono un po’ lento, malfabbricato
ho al massimo quattro ore di autonomia mattutina
dopodiché vado buttato, al massimo riciclato,
comunque rimesso in carica
o abbandonato, vedi tu, al primo autogrill,
al primo cassonetto dell’indifferenziata.

 

Gomme e ostie

Una si mastica e una si scioglie in bocca
una ritma l’ansia di produzione,
l’altra i tempi della contemplazione,
i masticatori riplasmano il mondo
nella presunzione suprema delle proprie fauci,
i religiosi assimilano parti di mondo con lentezza.

Chi mastica rielabora una forma neutra
e appiccicaticcia, lo spirito santo
il collagene delle cose, il mastice
che tiene unito questi muri
muri di Stato, muri di parole che dividono,
muri di incomprensioni,
muri di carne che ci separano
oltre cui buttare il cuore e lo sguardo.

Le ostie sono cartone da rivivificare,
fragile supporto del divino,
compensato commestibile
organi in cui insufflare la vita
fiches scommesse nell’azzardo della fede.

Le gomme da masticare sono ostie laiche,
si attaccano ai muri, sotto le sedie
per terra a fissare lo stato di un umore,
lasciando la memoria, la firma
del proprio passaggio, costellazioni
schiacciate, calpestate, ripestate
portate in giro, rimesse in moto
dal verbo delle scarpe, in strade,
cimiteri di gomme, ricongiunte ad altre cicche.

Ostie che somigliano a scudi
monete risonanti nel cestello delle offerte,
gomme, bottoni per attaccare bottone,
hanno in comune la capillare
arte di diffondersi e amalgamarsi,
di intaccare palati, sciogliendo lo stesso
nel diverso, rimescolato ad altre forme.

Il dubbio resta: affrontare le giornate
deformando la sostanza, imprimendo
la singolarità dei propri denti sulla gomma
o abbandonarsi al lavorio
sublinguale, salivale e silenzioso della bocca.

 

Cuffiette auricolari

Più di tutti avrebbero bisogno
di uno psicologo le cuffiette auricolari,
jack dotate e tuttavia nel mondo dei nomi
inserite nella sfera del femminile,
strumento di isolamento e di comunicazione,
spesso aggrovigliate su se stesse
per via di questa controversa identità sessuale
in circoli di frasi trattenute per anni
in un proliferare di nodi e gomitoli irrisolti
di traumi familiari, paure, ossessioni dell’origine
ventre da dove provengono
in cui sono state e a cui sono dirette,
come nei padiglioni occlusi
in un’avventura di un pezzo o di un’estate;
ciononostante, molte vanno avanti
senza disbrogliare, analizzare il vissuto
la matassa delle cause e degli effetti,
sono funzionali, fino a quando scorre il messaggio
e non stringe troppo il cappio
e la vita smette di battere
e il fiume delle informazioni si strozza;
mai inserire delle cuffiette in una borsa,
in un cassetto e in generale insieme ad altro
come rampicanti, edere, liane
cercheranno appigli alla loro inconsistenza
oggetti, penne, matite
soluzioni alla loro mancanza, sindrome
d’abbandono, bisogno di dipendenza;
a differenza dei tappi acustici
la loro utopia è nascondere il mondo
attraverso il rumore, spermatozoi a doppia punta
vivi stetoscopi, poligami serpi,
una volta separate dalla sorgente musicale
o dal cellulare, inizieranno la diaspora
soffrendo la nostalgia dell’origine,
dell’input, della fonte, acqua, nutrimento
senso ultimo e moto desiderante delle loro vite.

 

Iperrealismo

Un vizio, un gioco ritmico delle dita
pianista solipsista, genera le chiavi d’accesso
per l’altro mondo, infinito presente
di autoscatti e notifiche
solitudini incrociate, pose e ricerche d’attenzione;
lo schermo del cellulare, miracolo
fiammella olimpica, ricaricabile, è la corolla
il faro, la santa corona che rivela
in un rinascimento i particolari del suo viso
il suo corpo seduto sul retro dell’abitacolo
abbozzi di mimiche, espressioni tra sé e sé ritratte;
scambia messaggi tra seguaci
la cerchia dei fedeli e degli apostoli,
chiusa in una bolla di comunicazione parallela
in una nuvola di chiacchiere
interferenze pubblicitarie, foto, didascalie
mentre relazioni fittizie, aggiornamenti di stato,
input encefalici, informazioni visive
attraversano le sue strade neurali
generando il sonno in cui si astrae
mummificata, drogata, sull’auto che la ospita
che taglia a sua volta un paesaggio
di aorte, lampioni, alberi, volti, segnaletiche
ignorate dalla sua divina ipnosi
che la connette allo spirito del tempo
al sonno delle masse – accelerando
sul piede del destino, della distanza dalla vita –
alla rete collettiva dei dormienti
ai desideri possibili e impossibili del capitale.

 

Volti prismatici di un mocio

Polpo addomesticato, sbattuto sulla pietra
sulle superfici di casa,
piste d’atterraggio o da pattinaggio
per curling amatoriali
per parrucche di treccine idroassorbenti,
scettro delle signore di casa
migliore amico, fucile delle casalinghe,
alghe redivive a contatto con l’acqua,
teste schiantate da un battiscopa all’altro
maltrattate da donne frustrate, sottomesse
alla gerarchia patriarcale
allo scazzo di badare a figli, mariti e amanti,
futuro strumento di rivolta,
arma con la quale i lavoratori domestici
otterranno l’indipendenza,
un mocio è una lattuga dalla facile usura
un sommozzatore col fiatone
un ragazzetto bullizzato
col cranio nel cesso, torturato,
immerso e strizzato più volte;
dovremmo lasciarlo prosperare
nel suo secchio specifico, in ammollo
come una creatura marina
una medusa di listarelle nel suo acquario,
senza farlo disidratare,
imputridire nel lercio del passato,
ogni tanto versando dell’acqua fresca
della vita nuova o del detersivo
come forma di premio, come dental stick,
come dessert, come bevanda
analcolica bluastra allucinogena,
il mocio è un regalo, un prestito di Zeus
alle faccende domestiche
ballerino provetto, come tutti
inizia a perdere pezzi, a puzzare di marcio,
a soffrire di calvizie, lasciando in giro
ciocche, parti di chioma,
la sua arte è trattenere il fiato
la giusta misura d’acqua
per affrontare le insenature, i rischi
e le strettoie quotidiane della vita,
sapendosi sporcare e ripulire,
rimettendosi nuovamente in gioco;
uno e molteplice, questo straccio sofisticato
è un esemplare di Komondor
tenuto in un angolo o in un ripostiglio
dal temperamento notoriamente
equilibrato, affettuoso, indipendente
gentile e tranquillo, rasta con asta
un mocio non è altro che un omaggio
divino alla testa danzante di Rud Gullit.
Incrociando la storia sugli schermi

Essere vivi è essere morti
sistemati o storti, funzionanti o rotti,
a cosa serve essere vivi o morti
su un divano o in un bunker,
i vivi digeriscono la morte
essere vivi o morti, essere io
o non io, te o me è la stessa illusione,
i vivi scrollano un po’ le ossa,
fanno giri al parco, prossimo
fumo, chiamano questo gesti,
i morti muovono girandole
famiglie di polvere che fummo
e che furono azioni d’amore,
d’odio e di sofferenza, che ora motivano
altri scheletri, ricoperti d’acqua
peli e tessuti molli, abiti,
scarpe e trucchi di scena,
teschi sballottati nello spazio dall’avvilente
chimera chiamata coscienza,
i vivi muoiono nelle foto,
impiegati negli impianti e nelle industrie,
nelle parole scritte e sbriciolate
pronunciate, dilazionate nel tempo,
non so se sono più vivo o morto
sono vivo e morto, i morti
sono la residua speranza dei viventi
per sganciarsi dal presente
origliando la voce del passato
studiando le spoglie che furono
per un giorno disobbedienza, rivolta alla cenere
in pulviscoli che furono labbra
braccia, tendini, malleoli, laringi respiranti
giorni consumati sfregando superfici
con altra pelle bruciante, contesa,
aperta in due dalla vita e dalla morte.

 

Pasquale Pietro Del Giudice (1987) vive a Napoli, laureato in Filosofia con una tesi su E.M. Cioran. Nel 2008 alcune sue poesie sono state raccolte in Nodo sottile 5 (Le Lettere, Firenze). Selezionato tra i finalisti del concorso “Opera Prima” del sito «Poesia 2.0» (2016) e menzione speciale Opera prima del premio “Arcipelago Itaca” 2017. Nel 2019 ha pubblicato Piste ulteriori per oggetti dirottati (Ensemble, Roma). Alcuni dei suoi testi sono apparsi in siti e blog letterari («Poetarum Silva», «Poesia 2.0», «Interno poesia»).

Martina Dell’Annunziata è nata a Napoli nel 1994. Si è laureata in Filosofia con una tesi su Ernesto de Martino. È attualmente borsista di formazione presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. Finalista al Premio di Poesia Elena Violani Landi nel 2019 (sez. inediti under 25), alcuni suoi testi sono stati pubblicati in rete e su “La Repubblica” di Napoli.

3 commenti su “Pasquale Pietro Del Giudice, Piste ulteriori per oggetti dirottati

  1. raccolta bellissima. Attesa da tempo, finalmente Del Giudice si lascia andare e scrive. Scrive in modo misurato -vero- ma dentro la misura si nasconde un militante ‘smisurato’ e deformato: avviene un processo di rivolta esistenziale o rivoluzione umana, fortunatamente non umanistica. Risulta quindi interessante questo essere fuori dalla poesia come arte bella e lanciarsi in un auto-misurarsi e deformarsi nello spazio di un universo interiore che nello stesso tempo è totalmente estraneo. Sembra contraddittorio, ma il miracolo della poesia sta proprio nella fusione delle dicotomie, un ritorno a un unicum ancestrale che risulta sensatamente assurdo e dunque non può fare pieghe.

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    • Grazie Michele, hai colto perfettamente/stupendamente/egregiamente il senso formale del libro, un eccesso, una sovrabbondanza di forme ed energie continuamente plasmata e mai plasmabile che incanalo a stento, che è sempre sul punto di fuoriuscire dal vaso e della misura. Questo è il processo che volevo mostrare insieme al recupero di una certa immaturità creativa, ho giocato a fare il bambino logorroico che ogni tanto sono. Il fatto che tu lo abbia notato mi rende felice. Un saluto

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