Nataša Sardžoska, Poesie da “Osso sacro”

 

senzatetto

vivo in spazi estranei
tra stranieri sposto il mio corpo
stranieri che non incidono la mia esistenza
ma solo le mie ombre

sono un passaporto confiscato
nelle credenze degli alberghi
mi superano i segnali sperduti
nell’etere delle radio stazioni

da cabine telefoniche pubbliche chiamo
cerco la voce di mio padre
essa germoglia nell’eco della lontananza
ci separa solo il vetro traspirato di alito

mi chiamo con molti nomi
appartengo a molte nazioni
ma solo questo corpo mi appartiene
anche se da esso mi separo

per tornare in me stessa
da mio padre
nella mia casa
che non esiste
[che non è mai esistita]
in un nome che non c’è
tranne quello che voi mi avete imposto:

scolpito dal nucleo
delle mia ossa frantumate

 

vento vagabondo

il vento fischia dentro di me.
sono nudo. proprietario di niente, proprietario di nessuno,
nemmeno proprietario delle mie certezze,
sono la mia faccia nel vento, contro il vento,
e sono il vento che mi colpisce la faccia

Eduardo Galeano

negli aeroporti sono il passeggero
controllato varie volte
random check mi dicono
ma io non viaggio
da nessuna parte
gli dico
non vado
e nemmeno torno
non sono un barbo in via d’estinzione
nemmeno un garbo che vi possa
determinare le direzioni

loro cercano nei miei sacchi
ma non ho nulla
nulla che possa offuscare le loro paure
mi chiedono dove vado
ma neanche io lo so
qual è l’indirizzo dell’albergo
che racconta la lettera dell’oste
ho un biglietto aereo di ritorno o no

sono un pesce a secco
gli dico che voglio allontanarmi
ma ho paura
non vedete
non ho nemmeno nord né sud
sono una pista scavata della vostra terra reale
e sono tuttavia l’assenza di terra
del vostro tempo
sono l’orologio di sabbia
che non aspettate che goccioli
mentre cercate
quel tempo sgretolabile
per riportarvi al vostro
inizio imperiale

cartografia del fuoco

stiamo per nessun luogo
non partiamo da nessuna parte
non veniamo da nessun luogo
siamo disegni sui binari
tralasciamo respiro alle piste aeroportuarie
ascoltiamo conversazioni sorde sulle autostrade
fissiamo i finestrini di metropolitane fermate
i treni del silenzio sono in ritardo
i voli sono riprogrammati
i giorni cancellati
per mai più

il vino fermenta sulle nostre labbra selvagge
sui margini della nostra mente
gli occhi sono nuvole congelate
le nostre gole sono dune soffiate nel deserto
la steppa cresce sulla nostra lingua
giungla nei nostri sessi e voragini nei nostri petti
siamo impronte ardenti sotto la pioggia
sotto il cielo di cristallo che non copre nessuna terra
affondiamo dietro le nostre ombre
i piedi nelle sabbie mobili siamo
abiti porpora lacerati dai profughi senza traccia
scettri rigettati da ogni regno siamo
unghie e denti e occhi scavati dalla storia
perduti negli strati imperscrutabili della nostra carne
mappe strappate sulle nostre ginocchia
coste che mordono le proprie insenature e baie
sugli argini del nostro desiderio cellulare
sulle rive delle nazioni morte
ardiamo solo per quell’istante
quando lo sai
quando lo so
sei il levante sconfitto
giri le spalle al vento orientale
cammini sui confini della libertà
e te ne vai:
ma chimera non lo sei più
né un esilio
non lo sarai nemmeno
per me
terra incognita

 

carne viva

chiudo la bocca
di questa e di ogni città
dove non siamo noi
ma potremmo
ah quanto potremmo

ma nel mondo un equilibrio
comunque ci vuole
e l’arteria deve spruzzare
e la vena deve scoppiare
e la linfa deve placarsi

e promettere riconciliazione

e devi piegare la testa
come quando succhi sangue dal dito
punto su un coltello
come quando aspiri
come quando tiri
l’unghia:

dalla carne viva

 

bagaglio perduto

tra due granelli di sabbia per quanto siano vicini
esiste un intervallo di spazio

Clarice Lispector

 

voglio essere da sola e lontano
dalle grida vuote delle menzogne molli
ho perduto i miei bagagli sulla pista
e voglio che non mi cerchino
gli operatori aeroportuali
per restituirmeli

non ho paura del giorno che tramonta
dietro il mare di fulmini e di parole
non ho paura della città che soccombe
nel mio letto alberghiero
seppure a un passo da me
uccidono una donna da testimone
bruciano i focolari degli zingari
i cormorani alla pesca ingannati
divorano le prede
come tutti noi
abbandonati

non mi spaventano gli arabeschi notturni del silenzio
l’incomunicabilità impenetrabile della separazione
l’eco dell’oscurità nella conversazione che evitano tutti
posso sia uscire che entrare nella non-espressività
sono cresciuta nelle stanze spaziose della freddezza amorosa
la mia infanzia è stata timida e solitaria
non mi spaventa il non avere niente
il rimanere vuoti

voglio dormire da sola
da sola voglio secernere la melatonina
e da sola sveglia posso
bersagliare il mio sguardo
verso la finestra dei saluti ipocriti
verso l’alba dell’irrazionalità
verso il terrore del giorno

seppure quando avverranno le onde del dolore
per dirmi che non ci sarà più
nulla di quello che ho sognato
questa solitudine non importa
dove mi porterà:

in me la vita fervida
bolle troppo
scoppia
esplode

mi acceca
e brucia

 

roma, 4 aprile 2019

 

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