Lucianna Argentino, “Il volo dell’allodola” e “In canto a te”

Lucianna Argentino, Il volo dell’allodola e In canto a te

 

«Abbiamo contemplato le meraviglie del tuo amore», proclama un canto, ed è bello e bene percorrere (la traduzione della Bibbia dei Settanta usa “bello”, la Vulgata “bene”, parlando di Dio e di ogni giorno della creazione), facendole discorrere insieme, le pagine dei due volumi più recenti di Lucianna Argentino, Il volo dell’allodola (pubblicato nel mese di marzo 2019 con le Edizioni Segno) e In canto a te (pubblicato nel mese di giugno 2019 con Samuele Editore, 2019).
Alla contemplazione delle meraviglie segue, impulso e impegno, assunzione di mandato, l’annuncio nel canto di lode, come recita l’attacco del Salmo 9, non casualmente inserito in È questa l’ora, vale a dire in quello che, dei tre movimenti del volumetto Il volo dell’allodola, è dedicato alla Samaritana: «Loderò il Signore con tutto il cuore/ e annunzierò tutte le tue meraviglie». Dopo l’incontro con Yeshùa, proprio quei due versetti segnano, nella rievocazione che Lucianna Argentino crea in È questa l’ora, la svolta di colei che di sé dice: «Io la donna del pozzo», la risposta alla chiamata, il farsi seguace e, allo stesso tempo, il formarsi della consapevolezza circa il rischio di una testimonianza che è fonte inesauribile di stupore e che dai più viene accolta come irriducibile scandalo: «Niente per me fu come prima./ In realtà non ci fu più né un prima né un poi/ la presenza di Yeshùa aveva risanato/ tutto il mio tempo./ Parlò d’amore, ma non come ne parliamo noi/ dai nostri orti incolti, dai nostri amori di serra/ con poche pianticelle stente, affaticate e senza speranza./ Non come ne parliamo noi da eterni apprendisti./ Ne parlò come uno che è amore fatto carne.»
Alfa e amore, alfa è amore, l’aleph inconoscibile, il principio infinito (In principio, p. 25 di In canto a te) si possono rivelare per squarci, alcuni voluti, altri inattesi, attraverso la narrazione di storie, vicende e incontri – Abele, la Samaritana, l’Emorroissa – del Libro dei Libri, della Bibbia – e attraverso il parlare d’amour, il canto dell’Amore, il personale Cantico dei Cantici di Lucianna Argentino.
I versi lunghi, il respiro epico e, in evidenza, l’affabulazione attraverso una figura femminile, spesso materna in Il volo dell’allodola (e nella Qabbalah materno è il principio di ragione e il rapporto causa-effetto) tendono le ali verso i metri più brevi, settenari e ottonari oltre ai decasillabi e agli endecasillabi di In canto a te, dove le maree, inondare e rifluire, della dimensione erotica dell’esistenza rivelano l’Amore (e nella Trinità Dio è l’Amante, Cristo è l’Amato, lo Spirito Santo è Amore) tramite la «scienza della carne» (e aggiungerei, la “sapienza”, il gustare con tutti i sensi). Ecco qui che l’inconoscibile si manifesta, per lampi, intuizioni, discese, per cecità e visione, come a Damasco, come ben scrive Argentino: «nell’impronunciabile suono d’organo/ che sale dalle navate del suo corpo/ ed è come a Damasco/ – la cecità e la visione» (In canto a te, p. 51).
Scienza della carne, flusso del sangue, pane di vita, acqua che disseta. Sembrano chiamarsi a vicenda, risuonare l’una nell’altra, le due raccolte. Talvolta, come nel caso dell’emorroissa, ritornano a intonare un canto, a ribadire la meraviglia della rinascita, il prodigio di riscoprirsi, come recita il titolo della sezione a lei dedicata in Il volo dell’allodola, Di nuovo io, ancor più me stessa. L’amore ricevuto è dono di salvezza così come l’amore donato. Essere capaci di accogliere l’amore, scegliere di aprire le braccia alla meraviglia è il discrimine, il punto dal quale compiere il salto per la vita nuova, l’abbandonarsi con fiducia infinita, la fede che opera salvezza. Solo così l’essere nel tempo e nel costante travaglio del tempo può scorgere l’eterno, gustare ancora la gioia di quando era «in grembo all’eterno» e, tuttavia, scegliere di vivere nel tempo, di «Coltivare. Custodire. Costruire» (le tre direttrici indicate da Argentino in Il volo dell’allodola), nel tempo “vivo e sativo” (In canto a te), che è figura del tempo che “fa nuove tutte le cose”. Dice di sé l’emorroissa (la donna affetta da dodici anni da emorragie, che appare nei Vangeli sinottici e che guarisce dopo aver toccato un lembo della veste di Yeshùa), in Di nuovo io, ancor più me stessa: «Sì, bisogna anche saper essere amati per amare./ E, dunque, anche l’amore ricevuto farà leggero il nostro cuore,/ sarà la bilancia su cui esso verrà pesato./ Perché se abbiamo fede e amore possiamo davvero/ spostare le montagne del male». È se stessa oggi, l’emorroissa divenuta «gazzella occidentale» nella raccolta In canto a te, a farle eco e a rafforzare, rinnovandolo, il dettato: «Tra la folla ho cercato di toccare/ un lembo della sua veste/ perché fosse solo mio il miracolo,/ perché si arginasse l’emorragia di me/ e l’imprecisa memoria/ disegnasse un volto nuovo al dolore/ custodito nelle sue mani/ e fosse fatta salva la mia anima/ con poca resa  se non la curva/ che fa il cuore quando si china/ stupito. La mia vita me l’hai data tu,/ mi dice lui e l’attimo si sbriciola,/ si fa polline per un tempo andato/ che torna lacero e sfinito/ ma vivo e sativo» (In canto a te, p. 47).
La scienza del cuore prende fiato per poter esplorare la scienza della misura. Le incursioni nel mondo della fisica e della matematica e, in quest’ultimo, soprattutto della geometria e dell’algebra, diventano una presenza costante nelle sequenze di In canto a te, con un intento programmatico per il quale questo volume meriterebbe di essere menzionato negli studi, come il recente Un gioco nell’aria di Giuliano Spirito (mateinitaly 2019), dedicati agli incontri tra matematica e letteratura. Scrive Argentino, infatti, tirando le somme del suo parlar d’amore e, insieme, slanciandosi con equilibrato azzardo e, ancora una volta, con fiducioso abbandono: «Siamo punti coniugati/ nella geometria di una stagione/ i cui giorni si liberano un poco/ dall’abbraccio della luce/ perché ormai gli basta quel che ne resta/ e la raggiunta sapienza/ facilita alla vita il compito/ di trovare dati certi dentro le incognite» (In canto a te, p. 43).

© Anna Maria Curci

 

Da Abele in Il volo dell’allodola

 

Parlami madre, raccontami ancora
del tempo nel giardino che quando lo fai
nei tuoi occhi balzano gazzelle,
si alzano in volo farfalle, ruggiscono leoni;
le tue parole cantano, mi scorrono sotto pelle
ed è sangue di luce, è nostalgia feroce
che plachi col tuo fiato profumato di nardo e di cipro;
nella tua bocca è frusciare di arbusti,
frullo d’ali, è il passo del Dio quando viveva qui.

[…]

Poi tace e guarda lontano, sente nelle mani la rovina,
le linee aggrovigliate senza pace.
È una bambina accucciata
accanto ad un dolore che non comprende appieno
perché c’è nata fuori, è nata prima,
in un luogo e in un tempo in cui tutto era cosa buona
e ogni cosa aveva un nome esatto e benedetto.
Sente lo smarrimento, la pena che è sostanza piena
di quanto la fa carne di un’assenza,
di nessun’altra carne se vorrebbe strapparsela la costola
incarnita e dolente senza amore.
Il fianco un fosso scavato dalla separazione
– vuoto dell’incompletezza eppure campo
dove arare la riconciliazione.
Sentire le mani del Creatore
plasmarla nuova e tutta intera – di sé sola creatura
ossa delle proprie ossa
carne della propria carne – così da poterne fare un dono
e non un vincolo né un destino,
a nulla sottomessa se non a se stessa
che spalla a spalla passeggiava con lui nel giardino.

Senza doglie nascemmo
il Dio ci fece – polvere dal suolo – come un artigiano
frutti del suo lavoro
e con noi s’è fatto padre inesperto e imprudente
a dire “non si tocca” a due bambini, in fondo.

Qui la voce le si incrina
qualcosa dentro, così come allora
continua a spezzarsi di nuovo ancora e ogni volta
in quel punto si ferma, rientra nel racconto come un’altra,
cambia voce e in lei si rinnova il travaglio
della generazione del tempo in grembo all’eterno,
l’entrata della storia nel suo corpo
attraverso la sua bocca – cisterna per la semina
e la raccolta di ogni parola e nome nuovo
fatti racconto e dunque cosa che s’avvera
passaggio dal principio divino all’inizio umano
ché nel giardino era solo nascita
e la luce rideva toccando terra.

[…]

Hanno scritto che si aprirono i vostri occhi
ma tu, madre, dici che non fu così
che si chiusero piuttosto, che non riusciste più a guardarvi
come vi guardavate prima
quando avevate l’umile trasparenza dell’acqua
la sua vita aderita all’obbedienza
e non eri di lui né da lui, ma eravate l’uno dentro l’altra
per la sola intercessione dell’amore.
Sfilati ad uno ad uno i fili del divino
inciampaste in una sapienza cieca
senza pudore vi scopriste inospitali;
perdeste la pratica semplice
che delle carezze hanno le mani.
Fu disobbedienza, infedeltà, impazienza,
fu la naturale necessità di dubitare e una curiosità inetta
a sorprendervi nudi, a rapire il vostro sguardo.
Disorientato, impaurito divenne piccolo e parziale e vorace,
si recise la radice che lo legava al moto superluminale
—–del cuore
e ora crede solo in ciò che tocca.
Ma era necessario, madre, che i vostri occhi mutassero
—-sostanza,
che la nudità si trasformasse in mistero
per il libero declinarsi di una stessa natura
e vedeste le vostre impronte sulla terra
accanto alla facilità che i semi hanno di generare vita,
che arrivaste al luogo dell’io e del tu,
dentro il largo della possibilità perché
l’amore ha bisogno di un tirocinio terreno.

(pp. 29-32)

Da In canto a te

Abbiamo attraversato la notte in ginocchio
perché la misericordia divina
ci trovasse preparati per un nuovo impasto
e un respiro più prudente e giusto
ci fosse alitato nelle narici.
Officianti il sacramento
di quelli cancellati dalle mappe
ma ai quali è affidato il compito
di testimoniare la grazia
– quelli a cui molto sarà perdonato
perché molto hanno amato.
(p. 30)

(GEOMETRIE NON EUCLIDEE)

È stata colpa della solitudine se ha cercato riparo nel corpo di lui, se ha creduto così di poterla tenere a bada, di farla tacere almeno di tanto in tanto, ma la sua solitudine ha preso su di sé anche la solitudine di lui. E non è bastato toccarsi, abbracciarsi, c’era la
gravità del vuoto a inter-ferire sulla superficie curva del cuore dove la geometria euclidea non vale e il “primo postulato” enuncia che l’amore è la distanza più breve tra due solitudini, ma solo se sanno di esserlo. Solo se non stanno l’una di fronte all’altra come semplici presenze, ma si riconoscano mistero nella reciproca ospitalità. (p. 45)

Pensami vicina
come un sentiero
sciolto dalla meta
buono per i lombrichi e le api
e per i passi di angeli
senza annunci.
Ora che sono per te
colei che moltiplica
e ho l’andamento
dei verbi all’infinito.
(p. 49)

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