Andrea Galgano, Non vogliono morire questi canneti (Nota di Michele Paoletti)

Andrea Galgano, Non vogliono morire questi canneti (CAPIRE Ed., 2019)
Nota di Michele Paoletti

 

Il canto di Andrea Galgano è ricco di suoni e di particolari, la parola poetica compie il tratto esatto di un pennello, modella una realtà in cui la permeabilità tra gli elementi è estrema: le piante si fondono col cielo, le particelle danzano, si scambiano di posto, echeggiano l’una dentro l’altra. Le Cartografie che Galgano disegna sono puntuali, luccicano contro un sole indigeno, sotto un cielo minerale: Leggendo i testi di Non vogliono morire questi canneti (CAPIRE Edizioni, 2019) si percepisce un respiro collettivo dell’esistente a cui la voce dell’autore si intona in maniera appassionata. Si potrebbe definire un canto d’amore per la terra e per gli uomini: la voce è sincera, pulita dal vento di scirocco che batte le spiagge, graffia le rocce salate e segna il cupo oblio delle onde. I canneti oscillano e al contempo tendono costantemente al cielo nella loro asciutta bellezza, sono l’immagine di qualcosa che, pur necessitando di poco, resiste. I luoghi evocati dal poeta non sono fotografie, si percepisce quel groviglio vitale di cui si parlava prima dove le scogliere sono baie / di malta romana e giallo indiano / rosso bengala / di labbra estive. Galgano ci invita a perderci in questo impasto materico, tracciando un percorso lungo il quale incrociamo anche personaggi – Massimo Troisi, Paolo Villaggio, Enzo Jannacci, ma anche Michele, Loriana, Anna Antonia – a cui vengono rivolte parole vibranti. E quando si percepisce un inverno incombente, quando il cielo crisalide di novembre / apre la tenebra attraverso il vivo stupore della poesia di Galgano ci sentiamo grati di fronte al taglio nudo del mondo, colmi di sincera meraviglia.

 

Via Lilio

Il saluto delle risaie
rischiara folate albine

ho cercato l’incavo dei palmi
la pietra ai vicoli delle ginestre

la stella delle tarsie
era loggia di congedo
ai bordi delle case

quando mi hai toccato
con odori di ombra
abbiamo tenuto
il velluto che piuma sulle sedie,
l’uscio sulle soglie
agli ulivi

Orizzonti, luce sarta sui poggi
quando la mezzanotte
è aria prima del tuono

Dovevamo incontrarci
per destinarci l’assalto
del sangue e il riso
tra le aiuole
e conoscere i diamanti tra le crepe

tra le nostre mani
il delta dell’alba.

 

Michele

Il cuscino del cielo
posa le parole sul petto
ha fiato l’estate
diventata velo di bagnasciuga

ora hai
un sorriso di luci lievi
che tremano come nuvole mute
e tesoro nascosto di braccia aperte

quando ti vedo seduto sui gradini
i polsi sciolgono i loro colori
e la notte smette di chiudersi
la Storia ha i suoi sorrisi di madre
e le interminabili ore a ridere

una questione di santi
e di lune socchiuse

lo scherzo
delle strade rade,
la frutta di nascosto, la smorfia
e le chiamate

trovarti
sarà sempre il nostro abbraccio
dal finestrino
l’indice
come piega di bocca

la gioia fine della tua loggia di rose

30 luglio 2017, mattina

 

Tortora, Estate

La dismisura dell’oasi
è una meridiana
di clessidre

banchi di sabbia
raccolgono linee di incendi
contro il cielo di terra bagnata
prima delle ringhiere di notte

le barche e l’oro folto
le bici raccolte
anche il mare ha le sue onde esili
come il velo azzurro sulle maioliche

chiudere i tuoi occhi
è radunare il sole
prima delle cene

strofinando l’odore dei grilli
il bagliore dei cedri
e gli anelli viola delle nuvole

hanno l’acqua calma dei platani
quando tremano
nelle finestre.

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