proSabato: Marion Poschmann, da “Le isole dei pini”

Il progetto che seguiva allora lo aveva reso un esperto in tipologie di barba. Difficilmente superabile quanto a discutibilità, gli garantiva comunque un reddito fisso per qualche anno. E con il tempo gli era persino riuscito di trovare piacevole l’ineffabile argomento, il che del resto corrispondeva alla regola secondo cui l’interesse per i dettagli cresce quanto più ci s’immerge in un sistema. A scuola guida si era entusiasmato per le norme di circolazione stradale, alla scuola di ballo per le sequenze di passi, non è così eccezionale identificarsi con una cosa.
Gilbert Silvester, ricercatore all’interno di un progetto universitario sulle tipologie di barba, sponsorizzato dall’industria cinematografica della Renania settentrionale-Vestfalia, nonché, in percentuali minori, da un’organizzazione femminista di Düsseldorf e dalla comunità ebraica della città di Colonia.
Il progetto indagava l’importanza delle rappresentazioni della barba nel cinema. Entravano in gioco i cultural studies, la teoria del gender, l’iconografia religiosa e questioni filosofiche sui rapporti tra espressione e immagine.
Come sempre si trattava di un progetto di ricerca dove i risultati erano già stabiliti in partenza. Eseguì il lavoro di compilazione, raccolse dettagli, dimostrò con la ricchezza del materiale la sua stessa importanza, attestò l’applicabilità universale delle deduzioni cultural-teoriche e contribuì così alla manipolazione del pubblico su scala mondiale.
La mattina andava in biblioteca, spegneva il cellulare e sprofondava nei quadri di maestri italiani, in mosaici e miniature di codici medievali. Le immagini di barbe erano onnipresenti, e si chiese a lungo come mai interrogativi tanto fondamentali non fossero stati affrontati già da molto tempo. Stili di barba e immagine di Dio era il titolo della sua ricerca, che secondo l’umore del giorno percepiva come enormemente fertile, anzi elettrizzante, o come totalmente assurda e profondamente demoralizzante.

Quale ultimo baluardo della sua resistenza personale, riprese certe abitudini nostalgiche di quando era al liceo. Annotazioni scritte a mano solo con penna stilografica, su taccuini neri con cuciture a filo. Borsa in pelle scurita dai decenni, mai uno zaino di nylon. In ogni situazione, giacca e camicia. Da studente era riuscito così a fare colpo e affermare lo status di raffinato intellettuale. Adesso tali caratteristiche erano ormai espressione della sua sconfitta. Si aggrappava a valori decrepiti e a strumenti del passato, lo circondava un che di stantio. Aveva tentato di compensare con cravatte postmoderne e fazzoletti da taschino dai colori fluorescenti, ma non era servito a nulla. Nell’ambiente universitario passava per un esteta reazionario. Il fumo di sigaretta gli causava emicranie. Non s’interessava di calcio e non mangiava carne.

Marion Poschmann, Le isole dei pini. Traduzione di Dario Borso, Giunti Editore S.p.A/ Bompiani 2019, pp. 13-16

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