L’angelo necessario. Nota su “La gentilezza dell’angelo. Viaggio antologico nello Stilnovismo”

L’angelo necessario. Nota su La gentilezza dell’angelo. Viaggio antologico nello Stilnovismo, volume curato da Sonia Caporossi (Marco Saya Edizioni, 2019)

 

È un angelo necessario quello che emerge alla fine della lettura di questo “viaggio”, come correttamente viene sin dal titolo definita questa piccola antologia dello stilnovismo; e anche sulla scelta dell’aggettivo in luogo dell’etichetta “Stil novo” parte il mio plauso, perché è mettersi subito dalla parte di chi vuole osservare un momento della nostra tradizione sapendo che mai esisté una scuola vera e propria. E lo si capisce chiaramente quando, giunti a Dante, ci si ritrova tra i testi scelti anche la canzone petrosa per antonomasia, ossia ci si ritrova subito immersi nel superamento dello stilnovismo, che da questo momento in poi rimerà con epigonismo. E si capisce pure perché il fenomeno dell’epigonismo recupera istanze cavalcantiane, non dantesche: perché la lezione di Dante è già inarrivabile e ai suoi contemporanei quasi incomprensibile tanto è stata spostata in avanti l’assicella della poesia italiana. E per comprendere questo non serve essere stati immersi nell’italianistica per decenni; serve semplicemente accettare di farsi condurre dalla guida di questo viaggio, la sua curatrice Sonia Caporossi, che qui probabilmente dà pure voce alla sua vocazione didattica, insieme a quella filosofica: solo l’insegnante sa scegliere bene i testi e le parole per spiegare e motivare le ragioni di un’antologia agile. Ciò che Caporossi ci dice, e badate che lo dice anche ai poeti contemporanei – e forse soprattutto a costoro –, è che abbiamo bisogno della tradizione per comprendere di volta in volta dove siamo giunti. Se non ci fosse stata questa pagina delle patrie lettere non avremmo potuto “mascherare” il tu e attraverso esso alludere a ben altre sfere della conoscenza; non avremmo potuto elevare l’esperienza d’amore a un livello superiore che spinge la ricerca dell’ignoto verso la ricerca del sapere, sia esso divino sia esso filosofico. La distanza tra Cavalcanti e Dante si consuma tutta qui probabilmente: nell’incapacità del primo di accettare l’idea che la donna sia viatico di conoscenza divina e filosofica, e non solo tormento sentimentale da decostruire con le griglie filosofiche. Il superamento di Dante è epocale e ci vorrà Petrarca per superare, o meglio per indicare altra via ancora, ché la diritta era stata indicata in altra maniera.
Ma il volumetto si rende anche strumento prezioso per apprendere, o rinfrescare, i rudimenti metrici di fondo della lirica duecentesca e nello specifico stilnovista: sonetti, ballate e canzoni rapidamente vengono analizzati anche sul piano stilistico indicando la struttura rimica, il gioco di rime al mezzo e financo piccoli dettagli come la rima siciliana; e questo non certo per sfoggio d’erudizione della curatrice – bastano i passaggi iniziali dedicati alla forma canzone per comprendere come la prosa critica dia pure ragione della scelta di antologizzare pure Così nel mio parlar voglio esser aspro” di Dante –, ma perché è evidente da ciò che si legge qua e là su carta e sulla rete che i fondamentali il più delle volte manchino: la cura della poesia passa anche attraverso la consapevolezza ricevuta dalla lettura del patrimonio tràdito. Sicché alla fresca, rapida ma sapida Introduzione fanno da naturale pendant le altrettanto rapide pagine conclusive della Breve storia della metrica stilnovistica.
Nel mezzo le tappe del viaggio: i due “Guidi”, ovvero Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti; Dante Alighieri; l’emblematico e misterioso Lapo Gianni; i due maggiori “epigoni” dello stilnovismo cavalcantiano, ossia Gianni Alfani e Dino Frescobaldi; e infine il poeta che più ci annuncia la venuta della svolta che sarà di Francesco Petrarca, ossia la centralità dell’io rispetto al tramite divino, quel Cino da Pistoia che Dante indicò come erede o nuovo “maggiore” perché ormai la frattura con il fu amico Cavalcanti non si poteva più sanare, per ragioni private e politiche insieme.
E sempre attraverso la mirata scelta dei poeti e dei componimenti a questi riconducibili si capisce il percorso che ha nel giro di un decennio esaurito un’esperienza poetica tra le più rilevanti dell’intera tradizione poetica italiana, al punto da ritrovarla nelle esperienze maggiori sia di Montale sia di Luzi, ossia secoli dopo l’epoca della sua nascita ed espressione. Sicché la donna angelicata, l’angelo poetico di Dante, si rendono necessari per comprendere la visiting angel di Montale, o lo spirito che anima il Quaderno gotico di Luzi, per citare due tra i massimi poeti del Novecento che si ritrovano, inconsapevolmente, a ravvivare le derive dantesche e cavalcantiane dello stilnovismo, non dimentico nel caso di Luzi forse della poesia michelangiolesca.
Colpisce nell’architettura di questo volumetto, che ha una vocazione altamente e miratamente divulgativa, il non volersi sottrarre comunque ai dibattiti critici più recenti, a partire da quello legato all’identità di Lapo Gianni, «o chi si cela davvero dietro tale nome» come tiene a precisare Sonia Caporossi sin dalle prime pagine dell’Introduzione; colpisce, ma non stupisce data la formazione della curatrice, il ribadire le fondamenta filosofiche della lirica stilnovistica, soprattutto affrontando le figure centrali di Guinizzelli e più ancora Cavalcanti; è del resto sullo scarto filosofico che si allontana questa esperienza poetica dalle precedenti proposte guittoniane e prima ancora dei poeti federiciani e provenzali. Con rapide e puntuali notazioni, le pagine di quest’antologia scorrono nel disegnare la celere evoluzione dei temi comuni e delle caratteristiche peculiari dei tre poeti fondamentali e dei quattro epigoni; rapidità d’analisi che pare voler essere il doppio narrativo dell’altrettanto veloce – in ambito storico-letterario – allontanamento culturale dalla dimensione di corte, affine sia alla poesia provenzal-trobadorica sia a quella federiciana, della nuova temperie borghese che si innesta nella dimensione politica comunale. E allora apparirà chiara anche la parabola non solo semantica dell’oggetto desiderato, la Donna, non più solo “guiderdone”, ma veicolo di innalzamento, tramite filosofico e divino per il “cor gentile”; e nuova appare anche la centralità del senso visivo e dello sguardo, e perciò degli occhi, “varco al cuore”, serie fortunatissima di elementi condensati in veri e propri stilemi che si inoltreranno nei secoli a seguire, innestandosi, con nuova declinazione, financo nel neoplatonismo umanistico-rinascimentale di Poliziano, Ficino e Michelangelo poeta (penso al madrigale “S’egli è ch’il buon desio” dove i principi neoplatonici del sentimento d’amore come scala a Dio e della bellezza come manifestazione dello splendore divino si abbeverano alla fonte dantesca grazie a dirette riprese lessicali, che spaziano dalla Vita Nuova alla Commedia, dimidiate ormai dalla lezione petrarchesca).
Una sintesi – che a qualcuno potrà apparire un limite, data la materia trattata (ma tale limite è sicuramente riconducibile alla sede editoriale) –, questa offerta da Sonia Caporossi, capace di consegnare al lettore una bella pagina della poesia italiana foriera di un’intera tradizione.

© Fabio Michieli

2 commenti su “L’angelo necessario. Nota su “La gentilezza dell’angelo. Viaggio antologico nello Stilnovismo”

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