Sergio Sollima, A proposito delle “Cinque poesie per il gioco del calcio” di Umberto Saba

Sergio Sollima
A proposito delle Cinque poesie per il gioco del calcio di Umberto Saba: perché non è più possibile scrivere poesie.

 

Rileggendo le Cinque poesie per il gioco del calcio di Umberto Saba, scritte negli anni ’30, la sensazione che si impone, fra le altre, è quella di ritrovare qualcosa che si riteneva irrimediabilmente perduto, dopo essersi inerpicati, con zelo archeologico, su quel sentiero ormai poco battuto e variamente infestato che è la poesia.
Quelle poesie emanano un bagliore tenue e struggente, come un fossile iridato.
Non sarà più possibile accostarsi al gioco del calcio (come, forse, a ogni altra esperienza umana) nel modo che Saba ha fermato sulla sua pagina. Il calcio era epico, era l’epico più o meno consapevolmente rivissuto e inscenato o, meglio, poteva darsi una percezione epica di esso, quando la squadra era sangue, terra, città e quando un esiguo drappello di intrepidi spettatori, tra cui il cantore di gesta, si sentiva pervaso da un sottile piacere, generato, oltre che dalla plastica luminosità dei movimenti e dal rincorrersi dei trasalimenti, dal trascolorare delle maglie dei giocatori nel buio incombente.
Poesie classiche nel senso che Leopardi adombrava con questo termine, di quella classicità sabiana scarna e nitida, antiretorica e passionale; poesie degli inizi, in quanto rivelazioni di stati d’animo, decifrazioni di gesti, tessiture di lievi eppure dense metafore che un poeta poté per primo, e per sempre, comunicare dai suoi spalti privilegiati.
Insieme a quella sensazione di essere penetrati in un sacrario un po’ appassito, alcune domande dai contorni ancora sfumati cominciano a farsi strada. Perché si ha come l’impressione che, in quelle poesie, si annidi il destino stesso del “fare” poetico? Perché vi balena il segreto del disporsi poeticamente dinanzi alle cose del mondo? Quale presaga seppure inconsapevole fascinazione ne percorre le delicate trame e quale significato tutto ciò sembra assumere alla luce di come si propone, oggi, la poesia?
Prima di tentare una risposta, si rende necessaria una lettura articolata dei brani in questione.

Squadra paesana, la prima della serie, è permeata, nelle sue spiccate venature, dall’idea di un’energia ctonia, di cui i calciatori sono moderna proliferazione («sputati dalla terra natia»). Lo sport vi appare solare, luminoso: praticare l’insieme dei gesti calcistici significa esprimere i valori più puri dell’atletismo, rinnovare la gagliardia e la gioventù di ogni epoca, congiungersi a un flusso vitale universale. La vita che è fugace, come il sorriso della gloria, nell’individuo, è eterna nella specie: nel gioco, l’atleta «ignaro» si fa specie, attingendo, per un attimo, l’infinito nello sguardo di chi lo contempla. È il poeta che, in virtù del suo statuto ontologico che lo pone un po’ dentro e un po’ fuori della comune umanità – «diversamente-ugualmente commosso»: detto per inciso, ci sembra questa una delle più folgoranti definizioni della natura e della sensibilità del poeta –, è il poeta, si diceva, che può decifrare l’arduo intreccio dell’esistenza. Il suo consentire con la gioia popolare è il presupposto imprescindibile per uno sguardo gettato nell’abisso dell’essere, in cui egli sa scorgere, accanto al fondo oscuro della finitezza, seducenti bagliori di perennità. Giovane eroe baldanzoso e privo di angosce (ignaro anche in questo senso: del male che tutti sovrasta), il calciatore, in forza di una relazione simbolica più immediata, appare anche il difensore della «madre», tiene alto l’onore della città cui è orgoglioso di appartenere e per la quale si batte senza risparmio. La sua giovinezza stessa è per la città e a lui spetta il compito, nello stadio-pritaneo, di mantenere acceso il fuoco sacro della squadra, emblema di identità e di continuità per tutti i conterranei.

I Tre momenti del secondo brano toccano, con rapidi e densi tratti, altri aspetti del mondo del calcio. Anzitutto, il feeling indescrivibile che si sprigiona fra i calciatori e la curva, ricettacolo dei tifosi meno compassati, più viscerali, addensati in un’unica grande macchia scura. Si affaccia, poi, nella seconda strofa, l’analogia calcio-guerra, appena abbozzata nel primo brano («Giovani siete, per la madre vivi; / vi porta il vento a sua difesa»), attraverso il soldatesco e, all’occorrenza, felino atteggiamento del portiere, ultimo baluardo. Infine, l’effimera ma contagiosa apoteosi – la Triestina era riuscita a pareggiare zero a zero con la forte Ambrosiana – con la gloria che ammanta l’intera città. Ma tutt’e tre i momenti rimandano a una liturgia di sapore militaresco. Nella prima strofa, lo schieramento e il saluto; nella seconda, la vigilanza e l’allarme; nella terza, la vittoria e il festeggiamento. Il rituale e le movenze del gioco sembrano dunque mutuare le loro ragioni e i loro tempi dalla guerra. Il calcio è, in questa prospettiva, la rappresentazione di una guerra stilizzata e purificata, che serba intatti i valori dell’abnegazione e dell’identificazione con la propria terra ma bandisce dal proprio spazio l’orrore e la morte, quest’ultima assorbita nella dimensione della sconfitta. Il nucleo analogico principale calcio-guerra, inoltre, si espande, generando, in questo e negli altri brani, una serie di grappoli metaforici. Come il soldato, ad esempio, il calciatore può assaporare il suo momento di gloria nell’atto di salvaguardare la rete trincea nel corso della partita-battaglia e, d’altra parte, come l’inviolabilità della porta equivale alla difesa dei confini minacciati, così il blitz eroico, il goal, non è mai fine a sé stesso, bensì è sempre azione decisiva in favore della squadra-patria.

Nella terza poesia, Tredicesima partita, anche gli spettatori vengono immersi in un clima di scabra eticità bellica, assurgendo a protagonisti dello scenario calcistico. L’«ultima gara» era uno spareggio che non vedeva come protagonista l’amata Triestina: il poeta si trovava a Padova ed era andato ad assistere alla partita, decisiva per non retrocedere, fra la squadra di casa e un’altra compagine. La vittoria, come informa Saba stesso nella Storia e cronistoria del Canzoniere, arrise al Padova, grazie al goal di un calciatore che da tempo non veniva più utilizzato, come un veterano richiamato alle armi ancora pronto a spendere le sue residue briciole di coraggio e di energia in favore della patria. Nella luce incerta di un gelido tramonto, una spettrale iridescenza trafigge i ventidue in campo, fino a sfumarne e a confonderne le sagome vaganti. La metafora della guerra intona qui nuovi suggestivi accordi: il freddo che fa sentire più uniti, la battaglia-partita osservata come da un monte (gli spalti). Gli spettatori, come al fronte, sfidano le intemperie, traggono calore da sé stessi in virtù della passione che li accomuna e ne fa un unico gomitolo di sensazioni, al cospetto di una gara aperta agli interventi di capricciose e imprevedibili deità: il vento, la Fortuna. La solarità delle prime poesie cede qui a un’atmosfera di grigio e mosso fatalismo, all’interno della quale gli eventi umani appaiono come soggiogati alle forze della natura: il sole agonizzante, il campo scurito dalla notte incombente, il monte, il vento e la Fortuna stessi finiscono con l’imporre la loro arcana presenza sull’intirizzito eppure compiaciuto drappello degli aficionados e sulle ombre dei calciatori.

La quarta poesia, Fanciulli allo stadio, si stacca un po’ dalle altre perché dal calcio sembra trarre solo uno spunto ambientale. L’immagine dei piccoli tifosi, vanamente protesi ad attirare l’attenzione con i loro squillanti e coloriti richiami, fa balenare al poeta, in quel momento prodigo di abbandoni memoriali che è la sera, i giorni adolescenziali. La superbia dei calciatori, oltre o più che significare un embrionale divismo, simboleggia forse l’indifferenza degli adulti all’universo emotivo dei fanciulli e ai loro, sovente inascoltati, appelli esistenziali, insieme con la difficoltà del crescere e del rivendicare la propria identità. La sinfonia degli amori e dei crucci avrà tempo per trovare note meno stridenti e modulazioni più complesse e sfumate sul grande spartito della vita. Alla «bandiera» che sventola solitaria ai «confini» è affidato il consueto richiamo analogico allo scenario della guerra.

La quinta e più celebre tra le cinque poesie, Goal, è scandita, come la terza e la quarta, in tre momenti, attraverso la fenomenologia delle emozioni che fanno da corredo al goal, culmine e sintesi del gioco: la disperazione del portiere che lo ha subito, l’esaltazione di chi lo ha realizzato, la gioia del portiere avversario. Nell’istante magico del goal, il calcio celebra il significato più profondo del suo multiforme cerimoniale, manifestando con veemenza la sua vocazione catartica e liberatoria. Gli esseri umani, spesso sconvolti dagli eccessi di una insana passionalità, qui possono godere di una gioia pura e appagante, intensa ma non aberrante. Il poeta vede la folla, i «fratelli» intorno al vincitore, stretti in un abbraccio d’amore che non «consuma». Il goal è una situazione di tipo etico, oltre che estetico, perché calamita su di sé lo scioglimento della tensione, la passione unificante, la gioiosa smemoratezza di sé, dalle quali solo deriva la «festa», la condivisione dell’«ebbrezza», a differenza delle passioni coltivate nel chiuso del proprio io, che producono isolamento e conflittualità. Ma il poeta, occhio profondo, sa essere come al solito diversamente oltre che ugualmente commosso, accarezzando i piccoli drammi e le piccole gioie che si consumano sullo sfondo, a una certa distanza dall’esplosione dei festeggiamenti. Anche il portiere lontano dalla scena del goal, in questo momento seconda linea rispetto a chi ha condotto l’attacco andato a buon fine, ma che presto potrà assurgere al ruolo di retroguardia che protegge le posizioni conquistate, affida la sua anima al soffio della comune esultanza; ma alla partecipazione alla gioia fa riscontro la già descritta, nella prima strofa, partecipazione al dramma – il goal subito. Il «compagno in ginocchio» che conforta il portiere battuto equivale ai «fratelli» che si gettano al collo del «vincitore». Festa o dramma che sia, nessuno resta solo nell’arena calcistica.

Popolata da infinite solitudini l’arena, oggi, si confonde, fino a essere risucchiata, con l’infernale e smisurato baraccone che le fa cupamente da sfondo. Il calcio sta perdendo i connotati della festa per assumere quelli di un milieu carnevalesco in cui si coltivano intemperanze e stravolgimenti, come nel traffico. In quella sorta di zona franca dell’umano in cui si è trasformato lo stadio, imperano tifosi fanatici e prevaricatori, paranoicamente suscettibili, come automobilisti che pretendono sempre e comunque la precedenza. La partita che, per lunghi tratti, il tifoso non guarda, è un pretesto per sfogare istinti a malapena repressi in altri luoghi e in altri momenti della giornata; il vero gioco – il businesssi svolge dietro le quinte, con smodati arricchimenti non solo per chi lo fa e per chi lo gestisce ai vari livelli, ma anche per chi ne frequenta con alterne fortune il variegato sottobosco mediatico, in cui la chiacchiera stereotipata alligna come un’erbaccia inestirpabile.
Sarebbe facile proseguire sulla via di questi confronti: se il «manipolo sparuto» si è trasformato in un’orda sopraffatta da istinti regressivi, i giovani alabardati di ieri dai gesti giulivi (le milizie cittadine), dal canto loro, hanno ceduto il passo ai giovani-vecchi di oggi (le milizie mercenarie), attenti amministratori, oltre che del sudore e del conto in banca, della propria “immagine”: di qualcosa, cioè, che è altro da sé. Espressione di niente, dunque, o del loro equivoco doppio, di contro ai calciatori della «squadra paesana», ben radicati nel cuore della loro terra dei loro concittadini.
Chi potrebbe più usare espressioni come «terra natia», «antiche cose meravigliose», «fiume d’amore», «amara luce», parlando di calcio? Espressioni che non solo non suonano viete o retoriche nelle poesie di Saba ma che serbano intatta la loro carica suggestiva.
Siamo arrivati al momento decisivo per l’ipotesi che intendiamo formulare ma prima ci pare opportuno sgombrare il campo dal sospetto di voler privilegiare un’opzione interpretativa di natura moralistica, che il breve excursus antropologico potrebbe aver ingenerato. Non è nostra intenzione, in realtà, chiederci se il mondo, in generale, abbia fatto o stia facendo la fine che ha fatto il gioco del calcio: siamo propensi a ritenere, piuttosto, che in ogni epoca l’operare umano, nelle varie manifestazioni, sia stato attraversato da estremi etici e che comunque, la categoria della “decadenza” vada sviscerata con argomentazioni più dettagliate e sottili.
La questione, più modestamente (ma non troppo) letteraria, è che il mondo non appare più metaforizzabile.
La metafora è l’anima della poesia: nell’accendere insospettate analogie, nel far brillare i contrasti dell’esistente, nell’alimentare la dialettica del relativo con l’assoluto, essa apre a una visione del mondo come totalità complessa, brulicante di individualità costantemente sospinte e risospinte sui sentieri impervi dell’alterità. Per questo la poesia, per sua natura ostica al gusto di massa, non potrà mai piegarsi a diventare un genere paraletterario, come è diventato, in buona parte, il romanzo: una poesia di “consumo”, calibrata sulle attese e sul gusto di potenziali destinatari educati alla scuola delle retoriche da soap opera, degli pseudo miti da tabloid e delle chiacchiere da telefonino, una poesia destituita di vis metaforizzante, risulta inconcepibile.
Il calcio ha divorato tutte le sue metafore, ha dilapidato il proprio senso, come si avvia a fare il mondo. Tutto tende a perdersi nella cattiva totalità del luogo comune: davanti alla quale la poesia si arresta e non può persistere che come nostalgia di sé stessa.

© Sergio Sollima

L’articolo di Sergio Sollima è precedentemente apparso su “Sitosophia” https://www.sitosophia.org/2013/08/le-cinque-poesie-per-il-gioco-del-calcio-di-saba/

 

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