Marco Onofrio, Anatomia del vuoto (rec. di Giorgio Taffon)

Marco Onofrio, Anatomia del vuoto. Poesie, La Vita Felice 2019

Credo di non sbagliarmi se affermo che la raccolta poetica di Marco Onofrio Anatomia del vuoto (Milano, La Vita Felice, 2019) assume un rilievo esemplare per quanti scrivono, leggono, o svolgono attività critica oggi in Italia. Quelli di Onofrio non sono versi che indulgono nel sentimentalismo di eventi privati, o nel minimalismo della vita quotidiana, o nel puro sfogo psicologico, o nel descrittivismo e colorismo della realtà naturale; Onofrio affida alla sua scrittura lirica il compito di indagare le zone più misteriose del nostro vivere; di immaginare la realtà delle cose, dell’universo oltre gli aspetti immediati ed esteriori che possiamo percepire; di esprimere sentimenti religiosi e mistici nel considerare i legami che s’intrecciano fra le vite, e con la Divinità. In diversi componimenti è facile riscontrare un certo mood, e un certo andamento prosodico tipici di alcune originarie modalità espressive di antiche scritture, anch’esse in versi: alcuni Libri biblici; o componimenti della poesia Zen (Hakuin, ad esempio, maestro del XVIII° secolo); e, ancor più lontani nel tempo, brani cosmogonici dei poeti greci e di un Lucrezio. Ad una tale arditezza di ideazione immaginativa, con un linguaggio lessicalmente piuttosto semplice, tra l’altro, non ci si arriva d’emblée, occorrono esercizio, tempi lunghi di riflessione, profondità di letture.
Difatti la raccolta su cui sto scrivendo è stata immediatamente preceduta dai e preparata coi pensieri e gli aforismi di un prezioso libretto, Nuvole strane, edito nel 2018 (Roma, Ensemble), e da un’altra raccolta poetica, costituita da brevi “poemetti”, Le catene del sole (Roma, Fusibilialibri, 2019; da me, assieme ad altri, presentata a Roma nel giugno dell’anno da poco passato). In queste prove s’individuano immediatamente i tratti decisi e decisivi di una scrittura poetica di carattere filosofico e anche metafisico; e non solo, perché nei pensieri del primo libretto, come nei versi della raccolta si intuisce come implicitamente l’autore è in grado di tener conto delle teorie scientifiche sottese alle immagini di natura cosmologica e astronomica (dalla relatività alla fisica quantistica). Per coerenza intrinseca, per profondità di pensiero e per capacità di passare da una struttura prosastica e riflessiva a un costrutto del discorso in versi, con precisione di ritmo, di sillabazione e di rima, Anatomia del vuoto costituisce un grande risultato creativo e mitopoietico, davvero piuttosto raro nella nostra cultura letteraria. E non ci si lasci ingannare dal titolo, che suona certamente ossimorico, contraddittorio. Il “vuoto” che il poeta vuol notomizzare non è il Nulla tipico dell’ontologia razionalista continentale; il Vuoto è inteso secondo le nuove intuizioni cosmogoniche dei fisici d’oggi, i quali tendono a pensare che il Vuoto cosmico prima del Big Bang abbia generato la Materia; e non solo, direi che Onofrio è anche vicino alle concezioni orientali, in particolare a quella buddista, in cui nulla è assoluto, tutto è relazionale, per cui il Vuoto è contemporaneamente rapportabile al Pieno, e tutte le cose, tendendo al Nirvana, si annullano l’una con l’altra sciogliendo le contraddizioni non solo dal punto di vista ontologico (per cui si dovrebbe parlare di Vacuità, cioè di caratteristiche materialmente date ad ogni aspetto ed ente).
D’altra parte la stessa venuta al mondo della Persona è un provenire da quello che ab initio è il vuoto del seno materno (“il vuoto della madre”). Questo vuoto lo si riscontra  a metà circa della raccolta, nel componimento che da il titolo alla silloge, Anatomia del vuoto, che, assieme a quello successivo, Amleto, costituiscono il centro irraggiante della raccolta stessa. Nel primo è il personaggio di Edipo a tenere la scena, mentre nel secondo appare Amleto: Edipo, ormai cieco, “per non vedere più \ il vuoto orrido del mondo”, si richiude in se stesso, nel “mondo misterioso  dentro sé”, per ritrovarsi libero e innocente (p. 36). Poi, e siamo nel secondo componimento, Amleto, il personaggio fatto ormai emblema della Modernità, e mi pare richiamante qui l’Oreste pirandelliano che d’improvviso scopre un buco nel cielo di carta perdendo così il suo carattere tragico, Amleto trova il suo buco, non in alto, ma in basso, ai suoi piedi: “appeso \ ai fili del silenzio, il cielo \ diverso ogni volta che lo guardo \ mi apre un grande buco \ sotto i piedi. E inutilmente \ penso, sono stanco.” (p. 37). Ma inutile non è il pensiero del nostro poeta, che articola le denominazioni e i significati del vuoto, lungo la sua metaforica e non cadaverica dissezione, in svariati modi e accezioni, con visioni, immagini, illuminazioni davvero spettacolari: uno spettacolo della mente del poeta, affidato alla mente del lettore. Allora il vuoto è sì uno spazio, ma in esso “Ascolta il grande suono della vita”: come accennato più sopra è tutt’altro che uno spazio nientificante.
Il vuoto può apparire smisurato, “oceanico”: “Così, ciascuno di noi, dentro l’oceano \ del vuoto che un giorno inghiottirà \ le nostra ossa. In quale pieno \ è già scavata, la fossa \ che ci accoglierà \ per scomparire?” (p. 12; corsivo mio, per ricordare la relazionalità fra vuoto e pieno, succitata). E, lungo la dorsale Schopenhauer-Buddismo, si legga: “Tutto vola, tutto rotola nel vuoto. \ Anche il vuoto. \\ Vuoto che ricade dentro vuoto. Vuoto su vuoto, silenzio su silenzio.” (p. 16). Naturalmente vi sono momenti in cui il pessimismo razionalista ha i suoi cedimenti: “Nulla si perde perché \ tutto per sempre è registrato. \\ E allora dove stanno, ora, le cose \ che non sono più? \\ Tu chiedilo al silenzio, \ chiedilo: la risposta è il vuoto.” (p. 22). E se dal vuoto è sgorgata  in un tempo inimmaginabile la materia del cosmo, come i fisici pensano oggi, il poeta può ben affermare che: “La sera, nel cielo sfolgorante, \ sbocciano stupori di bellezza \ come sguardi, dagli occhi del mondo \ spalancati all’intero tempo \ non domato: eternità \ chiusa nello spazio nero \ di un silenzio alto che non muta. \\ Le radici del vuoto sono qui, \ nello spazio trasparente \ in cui mi cerco.” (p. 43; corsivo mio). Sia chiaro, anche i fisici, gli astronomi, viaggiano ai limiti del Mistero, per cui, con immagini straordinarie che ci portano a scomodare il nome stesso di Dante Alighieri, “Atomi di spazio interstellare \ rivelano le saghe dei primevi \ nel bulbo della rosa che si apre. \\ Inquietudine, malinconica gioia \ ombra inafferrabile: mistero \ vuoto che mi divora al centro. \\ Ѐ un fiume che si rovescia dentro \ e inonda la mia inconscia eternità.”.
Afflati religiosi prendono presenza in questa articolazione della semantica del “vuoto”. Ed infatti, consapevole che l’amore è qui e ora, e non va rinviato a un dopo, un dopo-vita, così scrive Onofrio: “un infinito vuoto, ovunque, \ accanto a dove siamo \ ci separerà: per sempre.\\ Abbraccia, dunque, le persone che ami \ finché sei in tempo! Il calore umano \ si disperde rapido nel gelo \ del mistero: lo divora \ la profonda immensità. \\ Il gesto va compiuto sul momento: \ non vergognarti, non lo rimandare. \ Tutta la vita che non traduce amore \ sarà perduta, si rimpiangerà.” (p. 57). Afflato che si fa mistico, tutto espresso dalla visione di un “terzo” occhio, e dalla fede in un compimento finale di tutte le cose: “e mi pare di splendere \ alla foce mistica del cielo \ nell’immensa luce \ del tramonto, \ quando affiorano improvvise \ dal vuoto dove erano scomparse \ le cose care della vita mia \ intatte o finalmente risanate.” (pp. 73-74). E ancora si legga in Il suono del vuoto: “C’è il soffio di una vita superiore \ nell’alleanza mistica e profonda \ che unisce le sorgenti della vita. \\ Quante misteriose verità \ dentro l’altezza! Dalle divine sedi \ il suono che fa il vuoto, il primo canto: \ l’immensa solitudine del cielo. \ Ѐ sacra la scintilla della luce \ eterna e ogni attimo immanente \ riempie tutta l’aria \ di dolcezza.” (p. 54).
E qui, a questo punto, credo di poter lasciare al lettore il gusto, il desiderio ed il piacere di continuare a scoprire e a leggere le tante altre magnifiche declinazioni dei significati cosmici e spirituali che questa raccolta di Marco Onofrio ci regala con gran sapienza di scrittura, ma citando prima gli ultimi e forse ultimativi versi della raccolta: “Così, sperimentando il vuoto, \ siamo tutti anime in cammino \ verso la pienezza \ dell’eternità.” (p. 81).

© Giorgio Taffon

 

Un commento su “Marco Onofrio, Anatomia del vuoto (rec. di Giorgio Taffon)

  1. Pingback: “Anatomia del vuoto”: la recensione di Giorgio Taffon (dal blog “Poetarum Silva”) – Marco Onofrio

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