“Tutto è sempre ora” di Antonio Prete. (rec. di Roberto Lamantea)

Antonio Prete, Tutto è sempre ora, Torino, Einaudi, 2019, pp. 128, euro 11,50

Cantano l’infinito le nuove poesie di Antonio Prete – Tutto è sempre ora, nella “bianca” Collezione di poesia Einaudi, 128 pagine – l’infinito del dettaglio, del frammento di sguardo, del “tempo” del cielo, del paesaggio, dello scorrere dei giorni. L’infinito di cui lo scrittore salentino è cantore ed esegeta, l’infinito leopardiano, il limite che prelude agli «interminati spazi» dell’immaginario. Ma il libro è anche cantico delle creature, coro del mondo, contemplazione di un paesaggio solitario dove le figure – siano case, prospettive o persone – hanno la fluidità del sogno o la luce innamorata del ricordo.
Gli autori che Prete tanto ama e a cui ha dedicato studi fondamentali – Leopardi su tutti, Baudelaire, Celan, Jabès – tornano controluce in queste liriche: sono intonazioni, velature, in uno stile che è rarefazione della scrittura, voce del silenzio (e il silenzio è uno dei temi-tessuto di questo libro).
Le citazioni non sono innesti eruditi, entrano nella scrittura – vedi il «nero latte dello sterminio» (p. 43) di Azzurro, nero che rinvia al «nero latte dell’alba» della celaniana Todesfuge.
Il titolo, Tutto è sempre ora, cita l’Eliot dei Quattro quartetti («And all is always now»), epigrafe in Nel respiro dell’ora che intona anche il pensiero del libro – viene da citare il titolo, bellissimo, del saggio di Prete sullo Zibaldone leopardiano, Il pensiero poetante (Feltrinelli, Milano 1980) esplicitato dal frammento della Bhagavagītā, VI «…e stima uguali una zolla di terra, una pietra e l’oro»: «Il transito, la cenere, l’aurora / tutto è sempre nel respiro dell’ora»; «Gonfio di tempo, e profondo, è l’istante» (p. 50).
Alida Airaghi, in una breve nota su sololibri.net (3 ottobre 2019) scrive dello stile di Prete: «La rarefazione, l’immaterialità, la “perlata trasparenza” in cui cose e persone si trasformano, divenendo quasi evanescenti, è evidente nel riproporsi di alcuni termini: ombra, chimera, piuma, nuvola, sabbia, soffio, profumo». E, rispondendo a una domanda di Massimo Cappiti nel saggio-intervista ”Il respiro poetico del sapere” (“L’ospite ingrato”, 24 ottobre 2018) il poeta salentino dice che «il compito (o il miracolo?) dell’arte […] è quello di nominare le cose accogliendo la loro presenza, la luce del loro esserci, e allo stesso tempo mostrando la loro intima appartenenza all’orizzonte della sparizione. Un movimento che porta ogni forma dell’apparire nel ritmo del vivente». E il «ritmo del vivente», in questo libro, è in ogni pagina. In Solstizio d’inverno (p. 10), dopo un quadretto trakliano – «Lungo il ciglio, sopra il muschio, / cadono foglie morte dai noccioli, / Sul tronco del cipresso il lichene / ha figurato sagome d’animali. / Il canale ristagna lungo gli olmi» − annota il poeta: «Il ritmo del mondo, sai, pare dica / priva di voce una voce, è anche in questo / andare prima di sera, tu e il cane, / lungo uno stradone, gli occhi sul ciglio / d’erbe, sugli alberi spogli di tempo, / sulle tracce che fanno disegni sulla mota». Il paesaggio – che non ignora il dolore della storia, come nella poesia sui migranti e il naufragio di Lampedusa (3 ottobre 2013) sotto un cielo (una natura) leopardianamente indifferenti dove «il cielo guarda con occhi di pietra» (p. 12) o è un cielo silenzioso (p. 17) – è teatro del dolore o di una domanda destinata a restare senza risposta, come la Natura che non risponde all’Islandese ma si dissolve in una tempesta. Ma il paesaggio è anche lingua, anzi «giardino della lingua» (p. 14; a p. 27 l’autore scrive «il nido / della parola»; a p. 72 «in un cantuccio tra il silenzio e la parola») mentre Prete è anche un paesaggista (si veda la bellissima “Dicembre” di p. 18).
Se questo libro è scritto in punta di pennino nel giardino della lingua, nella lingua nascono invenzioni o derivazioni lessicali ben oltre il gioco, hanno la necessità di andare oltre le gabbie del vocabolario (soprattutto in Mercoledì delle Ceneri, p. 20 e L’apparizione, p. 24): disombra, albescenza, disinverna, chiarìo, sfrascò [il silenzio], una zanzottiana «vespertina ombria» (p. 22), diroccia, s’inselva (p. 32), il mareggiare degli ulivi (p. 45); «Sale dal vuoto / il ricordo, s’infigura» (p. 53); «si sfoglia / s’infoglia» (p. 81); torna persino “nivea” (p. 28), lemma qui miracolosamente liberato dal collegamento pubblicitario a una marca di creme.
Ma le citazioni si rincorrono, sempre senza civetteria, echi dell’intenso lavoro di decenni del Prete saggista e traduttore: c’è persino Dreams di Kurosawa (le nozze delle volpi); quadretti leopardiani – Visita dell’aurora, Estate, prima di sera i ricordi di Antonio bambino nel Salento dove è nato: ogni immagine è presente allo sguardo eppure ha il tono della nostalgia (altro tema indagato dallo studioso, a lungo docente di Letteratura comparata all’Università di Siena, autore di libri fondamentali come Trattato della lontananza, Bollati Boringhieri, Torino 2008; Il demone dell’analogia. Da Leopardi a Valéry: studi di poetica, Feltrinelli, Milano 1986; Compassione. Storia di un sentimento, Bollati Boringhieri, Torino 2013, un altro recente studio leopardiano, La poesia del vivente. Leopardi con noi, Bollati Boringhieri, Torino 2019), è un canto del paesaggio che è il canto della vita, l’illuminarsi del senso attraverso le cose, sino a un verso stupendo: «L’ora si sfoglia in istanti viola» (p. 57).
Delle cinque sezioni di questo libro, la terza, Lengua mara, “Lingua amara”, è nel dialetto di Copertino, il paese del Salento dove Antonio Prete è nato nel 1939: sono quattro poesie, due – ‘Na ‘intata (Una ventata) e Poi comu nee (Poi come neve) – sono due capolavori.
Tutto è sempre ora è anche diario: di ricordi, amici, paesaggi e città: il Salento, Milano, Venezia, la Liguria vista dal treno, Colonia, New York, Lisbona. E se è l’endecasillabo il verso madre di quasi tutto il libro, Prete non si nega al sonetto – uno, delizioso e amaro, è Sullo stato della lingua italiana (p. 92) – e a brevi “prose d’inverno”, forse sogni, o enigmi, o pitture, o incanti (a proposito: se tutto il libro ha la trasparenza dell’acquarello c’è un testo, L’una e l’altra vista, p. 79 – dove la forza del colore è da pittura a olio).
Tante le citazioni: ma Prete è così innamorato della letteratura viva che nessuno dei rinvii testuali è accademico, anzi: si legga Dolce color d’orïental zaffiro (p. 107) che è sì Purg. I, 13 ma è, leopardianamente, «in quella luce estrema la lontananza». Prete come Leopardi ma, invece della penna d’oca alla luce di una candela, per scrivere ha la tastiera di un computer e la dolcissima malinconia è quella della Sera del dì di festa. «Guardava fuori, di là dalla finestra della stanza», l’incipit di Pensieri sull’armonia (p. 109), è la finestra da cui Leopardi amava il mondo. Ed è un altro sguardo a concludere il libro (p. 112): in una strada dove «le foglie degli alberi erano parole» l’autore vede un funambolo attraversare il cielo alle note di un violino che suona Paganini. Un incantesimo, come tutto questo libro..

© Roberto Lamantea

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