«Cadere nell’ebbrezza degli slegati»: nota su ‘Quando non morivo’ di Mariangela Gualtieri (di Giorgia Zanierato)

Mariangela Gualtieri, Quando non morivo, Torino, Einaudi, 2019, pp. 128, euro 12

«Espormi a tutte le correnti/ cadere nell’ebbrezza/ degli slegati»1 , sono versi ripresi più volte da Mariangela Gualtieri in Quando non morivo (Einaudi, 2019); ed è proprio nella caduta sguarnita di corde in un vuoto senza fondale che il lettore viene spinto, in balia di tutti i flussi, abbandonato all’inebriamento tanto quanto all’inevitabile spavento. Ogni novità appresa, ogni rivelata verità espongono al brivido, alla meraviglia così come alla paura, ed è un’inedita seppur antiquata realtà quella con cui la poetessa costringe a confrontarci: Il quotidiano innamoramento2 verso la vita in ogni sua forma e sfaccettatura.
Quando non morivo è un inno alla bellezza dell’esistere, dello stare al mondo il quale, come la Gualtieri scrive in una poesia-epistola rivolta ad una bambina, non è fatto soltanto di «ira» ma manifesta «splendore in ogni cosa». Attraverso la lettura di questa raccolta si viene pervasi da un senso di pace interiore, un globo di calma e incanto in cui il tempo cessa il suo logorio e lascia immersi in una dimensione senza tristezza, nella gentile stretta delle «sacre lentezze», come fuochi fatui alla ricerca di quel mai esplicitato «frutto sepolto se non ti affanni». Una volta riemersi da questo inabissamento si «torna nuovi», grazie a tale sprofondamento che è in primis un respiro profondo, un minuto dedicato a lanciare uno sguardo al cielo, opera che troppo spesso dimentichiamo di necessitare, ma che dovrebbe essere per noi – bestie, congenito e naturale.
Il viaggio che non ci si aspetta di affrontare, appena impugnata la raccolta, consiste in un primordiale tornare a ricordare, una sorta di retrospezione intrauterina che rievoca la nostra vera natura, sepolta dal ritmo affannoso dell’«ammassato mondo» in cui, crescendo, siamo rigettati. Non manca infatti una disillusa analisi nei confronti della società contemporanea, verso il morbo maligno che contamina da sempre l’animo umano, bestia tutt’altro che incruenta. La considerazione è antonima al lodevole: l’uomo di oggi anziché avanzare arretra, viene esibito come «tumore o febbre passeggera del globo», il quale prepara per i propri figli un habitat infausto e avvelenato. Va però rimarcato quel ‘crescendo’ – divergente rispetto ad un ‘nascendo’, in quanto i bambini, divinità domestiche cui è dedicata la terza sezione, conservano ‘granelli di sabbia’ negli occhi (simili a quelli di chi riemerge appena da un lungo sogno) definiti «pollini d’altro mondo», che non rimandano soltanto al loro modo di guardare ingenuamente trasognato, ma conservano un intimo legame con la totalità del creato, a partire dal microbo primo, dal batterio che divenne anfibio e poi animale e poi scimmia, fino a giungere all’uomo in tutte le fasi della sua evoluzione.
Si noti come anche la metrica sagace della poetessa ed il ritmo che ricrea accompagnino il significante verso una maggiore profilazione del significato: la Gualtieri utilizza una serie di accumulazioni polisintetiche nei passi in cui vuole rendere maggiormente l’idea di caos, di movimento incontrollato e incessante, innescando un fittissimo meccanismo di rime (la maggior parte delle volte facili, desinenziali, che si avvalgono delle tre coniugazioni) non solo a fine verso ma anche interne e al mezzo, rinforzate da assonanze, consonanze e molte allitterazioni. Quando invece intende imprimere l’idea di una profonda calma si serve di parole polisillabe – che vanno ad occupare quasi un intero verso, e sintagmi argutamente densi di significato. Particolarmente esemplari sono i versi:

dire sono – sono qui – e sentire che c’è
fra stella e ramo e piuma e pelo e mano
un unico danzare approfondito, e dialogo
di particelle mai assopite, mai morte mai finite.3

La Gualtieri ama fornire al lettore una visione sia micro che macroscopica, sia ancestrale che smisuratamente prossima, persino ultraterrena, ed anche la metrica non smette mai di seguire questa sua vertiginosa veduta. Oltretutto la narrazione viene sovraccaricata di pathos dalla moltitudine di ripetizioni ed anafore congiunte a singole parole racchiuse entro due pause forti, due punti fermi. È questo il caso del verbo «siamo», smodatamente ripreso e sottolineato, riepilogativo protagonista della raccolta. L’universo tutto ci viene presentato come un immenso e straordinariamente dettagliato unicum, in cui il principio di località, sia spaziale che temporale, viene annullato in nome di una interezza superiore.
Strettissimo è infatti il parallelismo tra essere umano e creatura animale: nella seconda sezione, titolata Animali di silenzio, il fetore dovuto alla decomposizione di un capriolo tra l’erba, quel «portento d’aria guasta» o ancora «putrido canto/ muto fra l’erba»,4 diviene il lezzo serbato per ognuno di noi, rimanda a memoria che siamo anche questo. La morte viene qui denotata come La strada per tornare (titolo della poesia da cui sono tratti gli sprazzi appena citati), brillante perifrasi da cui sorge spontanea una domanda: “Tornare dove?”. Il lettore potrà intravedere una risposta a quest’ultima soltanto nel capitolo finale che compone la raccolta, Requiem, in cui la poetessa dialogante si rivolge ad un colloquio diretto con i morti, riprendendo nuovamente quelle poche densissime parole scelte come intestazione per questa nota di lettura:

Chiedo ebbrezza per voi. Giocondità chiedo.
Vita piena di giovani animali della foresta,
ebbrezza di slegati.
Chiedo per voi, morti nostri, un’adesione
a tutta la bellezza che vediamo
crescerci intorno e dalla quale siamo,
noi vivi, siamo separati.
Nota che troppo spesso stona. Mano
che rovina. Testa che porta dentro sé nemici.5

Nonostante la poetessa stessa sia consapevole della sporadicità con cui l’uomo moderno (lei compresa) si abbandona alle «sacre lentezze» e dedica parte del suo tempo all’otium e all’impresa di ‘sentire’ – motivo per il quale giunge persino a ringraziare la malattia, lo stato febbrile, per quell’ossimorico «urgentissimo/ far niente – essere niente» che le concede; è chiaro che l’invito che ci viene rivolto è dunque simile al monito declamato da Saba: «Gettiamo via questa ora/ non battiamo la cassa del tempo/ per farlo fruttare. C’è un frutto/ sepolto se non ti affanni». L’ascolto è l’atto fondamentale per cogliere ‘la voce che scorre nel sangue del cosmo’, la quale ha dato origine all’esistente e continua ad evolvere e reiterare il ciclo della vita. Tale voce o germe primario, per la Gualtieri, coincide con l’amore, senza il quale ogni atto si limita ad essere «Solo un vuoto, corto/ respirare».

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© Giorgia Zanierato

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note
1 M. GUALTIERI, Quando non morivo, Torino, Einaudi, 2019, p. 13, vv. 1-3.
2 Titolo di una poesia tratta da Ecce cor meum, in Quando non morivo, cit., p. 17.
3 Ivi, p. 18, vv. 4-8.
4 Ivi, La strada per tornare, p. 36, vv. 4-5.
5 Ivi, p. 99, vv. 9-17.

Giorgia Zanierato nasce a Piove di Sacco, in provincia di Padova, nel 1997. Studentessa al primo anno di magistrale in Filologia e letteratura italiana all’università Cà Foscari di Venezia, si è da poco laureata in Lettere con una tesi sulla poesia contemporanea di Silvia Bre e Roberta Dapunt. Anche mentre parla, ride sempre. Da quando si è trasferita a Venezia e ha deciso di dedicare la vita alle parole non sa più che desideri esprimere quando soffia le candeline. In realtà ha smesso di spegnerle, convinta di poter avere vent’anni per sempre. Ma quando sarà grande spera di fare l’editrice, pur non sapendo ancora con esattezza cosa significhi.

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