Maria Allo, La terra che rimane (nota di Franca Alaimo)

Maria Allo, La terra che rimane, Controluna edizioni 2018

La poesia di Maria Allo è attraversata da una densa enigmaticità che viene generata da un costante slittamento delle cose da una dimensione quotidiana ad un’altra in cui le stesse diventano simboli e visioni. Così il mare o l’alba o l’ombra che a volte fanno parte di una scenografia reale, in cui è facile identificare il territorio catanese, a volte, invece, metaforizzano l’assoluto, la libertà, la speranza, la morte, quasi testimoni “di un’intera vita nella vita in sé”; forse perché, come recita un altro verso, “per nascita camminiamo in volo”, dove il verbo “camminare” e il sostantivo “volo” costituiscono un ossimoro (terra-aria)  che potrebbe significare e la temporaneità del sostare di ogni uomo sulla terra e la persistenza di un interiore slancio conoscitivo- spirituale verso l’ignoto.
La sua voce poetica, infatti, nell’interpretare il flusso costante della vita dall’essere allo sparire, nell’accettare l’ “ombra che ti chiama”, se implica una partecipazione vibrante alla realtà, allo stesso tempo indica una struggente consapevolezza di essere, come tutti, “in pasto al mistero”.
Ma i baluginii dell’oltre non distraggono Maria Allo dall’impegno esistenziale: turbata dalla barbarie di questo mondo, (“Ecco, ancora una tragedia del mare,/ un altro stupro a Roma”, p. 21), l’autrice oppone al dolore, alla violenza, al vuoto, la pietas storico-creaturale, all’oscurità del male il gesto del perdono; al silenzio dell’indifferenza quello della poesia stessa, che ha in sé tutte le parole […] l’universo intero, tutto e tutti”; alla morte la bellezza, perché “Tutto si dissolve, ma la bellezza dura” (p. 46).
“Ecco – si legge nel testo iniziale di La terra che rimane – Scrivi mentre cadi”, che è una bellissima dichiarazione di poetica: la poesia, insomma, pur nel disastro, nella sconfitta, nella caduta, lascia sempre al lettore la carità della speranza, un’idea di futuro (“Voglio sperare ancora per questi ragazzi./ Le loro teste chine sul foglio/ hanno negli occhi la quiete della neve o il silenzio/ delle conchiglie nel fondale”, p. 42).
È, dunque, la fede nella poesia, con la quale l’autrice intreccia nel corso della silloge un colloquio costante e sensibile, il senso ultimo della silloge La terra che rimane. E come bisogna leggere questo titolo, se non tornando all’ossimoro a cui si faceva cenno prima? Se il tempo dell’individuo è breve, quello della terra che risorge e rimane per le generazioni future, è senza fine; oppure l’unica terra che ci rimane, quella in cui rifugiarsi, prendere respiro, è quell’altra (la sognata, la spodestata, la promessa) che solo la poesia sa esplorare.

© Franca Alaimo

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