proSabato: Pier Paolo Pasolini, La rondinella del Pacher

Erio salutò sua mamma, dal cortile, montando in bicicletta.
A Cordovado non c’era che il sole. Le cicale, sugli alberelli ruggini dello stradone d’asfalto – il tremito di qualche trebbia – e, ogni tanto, un camion solitario, diretto verso Portogruaro o Casarsa. Del resto, silenzio – un silenzio di cimitero. Sotto i portici di mattoni alcuni ragazzetti giocavano a palline: erano Nando, Cere, Velino, quello di Caorle. Velino gridò a Erio: «Dove vai?» Erio frenò, e restando a cavalcioni sulla sella, su cui arrivava a stento, disse serio, com’era sempre: «Al Pacher».
«Portami», disse Velino, attaccandosi al manubrio della bicicletta. «Monta», gli fece Erio. Velino aveva nove anni, Erio quasi tredici. Erio era innamorato degli uccelli: a casa aveva una ventina di gabbie, nel cortiletto della pompa, lungo il rigagnolo. Andava a caccia con la vermena e le paniuzze, quasi ogni mattina. Era per questo che aveva degli amici, benché tutto l’inverno lo passasse nel collegio di Porto. Velino condivideva la sua passione; aveva in tasca una grossa fionda, conosceva il posto di almeno due dozzine di nidi. Adesso aveva un occhio gonfio perché poco prima aveva fatto a pugni con Nando a causa di un nido.
Da Cordovado al Pacher c’era un chilometro di strada. Erio e Velino non si scambiarono una parola, durante la corsa. Erio non lo faceva per timidità; solo i suoi occhi neri gli brillavano, lucidi, inespressivi, come quelli di un piccolo animale selvatico.
Il Pacher splendeva liscio sotto il sole.
Lungo l’argine della ferrovia in quel momento passò la littorina. Velino balzato giù dalla bicicletta, le corse un po’ dietro, saltando e ballando. Sulla riva di qua, verso Cordovado, c’erano già una ventina di ragazzi e di giovani; venivano da Ramuscello, da Gleris, da Morsano, da Teglio e perfino da San Vito. Giù, verso la punta più lontana del Pacher si vedevano dei ragazzetti nudi, che si tuffavano in fila uno dopo l’altro, e ogni tanto, sottili, giungevano i loro gridi.
Erio andò a spogliarsi nel più profondo dei cespugli, venne fuori con le vesti in mano, indossando un paio di mutandine di tela bianca, troppo grandi. Senza guardare nessuno, mise i panni sopra la bicicletta, e si allontanò. Alle sue spalle i ragazzi facevano una assordante gazzarra, urlando, ridendo; bestemmiavano e dicevano parole che colpivano Erio come sferzate, anche se il suo volto restava del tutto inespressivo. Allontanandosi dal posto dove gli altri impazzavano, egli si teneva tutto chiuso, orecchi, bocca, occhi, con le gambe di piombo, come in certi sogni. Temeva che gli altri lo disprezzassero perché era così timido, perché non sapeva dire le loro parole, perché era boyscout, perché se ne stava sempre solo…
Andò al Pacher Piccolo – di un color verde torbido, marcio. Lì nessuno veniva a fare il bagno. Nelle boschine intorno volavano centinaia di uccelli, indisturbati, nel pieno del loro diurno fervore. L’uva cominciava ad annerire: il bacò era quasi maturo, e poiché i campi lì intorno erano di una famiglia amica, andò a mangiarne qualche grappolo. Poi girellò un poco per le boschine, a fare delle osservazioni. I gridi dei ragazzi giungevano nitidi, coi tonfi dei tuffi e il rumore dell’acqua.
Erio, come sempre, quand’era solo, pensava con dolore a se stesso, al fatto che non era come gli altri. Non sapeva scherzare, non sapeva stare in compagnia, nelle partite al pallone era confinato sempre in porta; benché sapesse nuotare aveva paura ad allontanarsi dalla riva… Da qualche tempo però era umiliato e tormentato da un fatto più preciso che non fosse ad esempio la paura di nuotare al largo. Egli non aveva mai compiuto una “buona azione”. Una “buona azione” completa, rifinita, che fosse anche bella: una impresa con un principio e una fine, di cui si potesse parlare come in un libro, come nel Don Chisciotte della Mancia che gli aveva regalato suo cugino – quell’odioso libro che non sapeva se prendere sul serio o disprezzare, ma che, intanto, era pieno di quelle occasioni ad agire così perfette e concluse. Egli, nella sua realtà, era sempre in attesa che accadesse qualcosa di simile; quand’era più piccolo aveva con lo stesso accanimento scavato la terra dell’orto per trovare un tesoro. Possibile che la vita fosse sempre tanto indifferente?
Le rondinelle garrendo rasentavano il Pacher coi loro petti bianchi; poi si rilanciavano verso il cielo, costruendo tutta una rete di voli, assordanti. Dopo poco giunse la banda dei ragazzi, andarono sulla punta più alta dell’argine e cominciarono a tuffarsi. Con loro c’era Velino, e Erio si avvicinò a guardarli. Prendevano una breve rincorsa sull’erba pesta del prato, e si gettavano nei Pacher, tra i muschi galleggianti. Velino si tuffava come i grandi, con essi si comportava come un loro pari. Dopo una decina di minuti i ragazzi stanchi dei tuffi ritornarono verso il Pacher Grande. Il silenzio ripiombò improvviso, e si riudirono stridere le rondinelle. Velino era rimasto con Erio. «Vuoi venire a vedere il nido della ghiandaia?» gli disse. «È qui vicino». Girarono intorno al Pacher Piccolo, e giunsero ai piedi di un pioppo. Si arrampicarono. Da lassù si vedeva mezzo Friuli, con i deserti di ghiaia del Tagliamento, da una parte, e in fondo la barriera delle montagne, azzurre, corrose dalla luce, sotto una leggera fila di nuvole, splendide e azzurre anch’esse. Sotto i loro piedi i due Pacher sfolgoravano rasentati dall’argine della ferrovia, che puntava verso i campanili di Cordovado, di Teglio, di Cintello… Sul Pacher Piccolo continuavano a giocare le rondini, sfrecciando sull’acqua. Ad un tratto Velino – sul pioppo mosso dal vento come l’albero di una nave – si mise a gridare: «Guarda, guarda, in mezzo al Pacher Piccolo, una rondine».
Una rondine, troppo ardita, sfiorando l’acqua si era abbassata fin sotto il pelo, e ora vi si dibatteva dentro, affogando. Si vedevano le sue ali nere agitarsi e smuovere in larghi anelli le acque stagnanti del Pacher. «Annega, annega», gridava Velino. Erio, ch’era più in basso, si lasciò scivolare giù lungo il tronco liscio, e saltò sull’erba tutto scorticato. Ora, dal basso, la rondine pareva ancora più lontana dalla riva, perduta nel centro del laghetto. Erio si calò nell’acqua fin che gli giunse al petto, poi si mise a nuotare in direzione della rondine. Velino lo stava a guardare dal pioppo. Quando Erio fu vicino alla rondine, Velino lo vide che tentava di afferrarla, ma ogni volta che la toccava, ritirava come spaventato la mano. «Che fu?» gli gridò. «Perché non la prendi?» «Mi becca», gridò Erio. Velino rise, scese dal pioppo e andò anche lui coi piedi dentro l’acqua. Erio intanto si era deciso ad afferrare la rondinella, e ora nuotava pian piano verso la riva; appena vi giunse, Velino gli prese la rondine dalle mani. «Perché l’hai salvata?» gli chiese. «Era bello vederla annegare». Erio non gli rispose; riprese la rondine tra le mani e la guardava. «È piccola», disse, «adesso lasciamo che si asciughi».
Ci volle poco perché si asciugasse, dopo cinque minuti rivolava tra le campagne nel cielo del Pacher, e Erio ormai non la distingueva più dalle altre.

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In Un paese di temporali e di primule, a cura di Nico Naldini, Parma, Guanda, 1993

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