La voce che (non) sentite: intervista a Cristiana Mennella

La voce che sentite quando leggete in italiano alcuni libri di George Saunders, William T. Vollmann, Paul Auster, Edgar Allan Poe, Doris Lessing non è quella di Cristiana Mennella, perché il traduttore è grande quando sparisce nella misura della voce altrui. Ma a Cristiana Mennella, che lavora principalmente per Einaudi e Feltrinelli ma ha tradotto per minimum fax, Neri Pozza,  e altre, si deve la resa italiana di grandi capolavori – basti dire come ultimamente ha tradotto in contemporanea Lincoln nel bardo di Saunders (Feltrinelli 2017) e 4321 di Paul Auster (Einaudi 2017). E per quanto quasi trent’anni di pianoforte mi abbiano addestrata al fiuto per i fraseggi, mai avrei ricondotto alcuna spia linguistica o sintattica tra, per dire, il traduttore dei Marginalia di Poe o della trilogia di Jeff Vandermeer, tanta è la capacità del bravo traduttore di sfilare via il suo piede e saper riprodurre su un altro terreno la stessa orma dell’orso.
Benjamin centrò (non ci stupisce) talmente bene il punto quando considerò il momento di passaggio tra la lingua d’origine e quella d’arrivo come la vera lingua nella precisione e la verità del messaggio. E camminare in questa landa percorsa da tutte le possibili decisioni ma da una sola realtà richiede polsi fermi. Tanto più se, è qui che voglio arrivare, alla consueta complessità di una traduzione si uniscono sfide aggiuntive.
Mi spiego meglio. Dal momento in cui ho letto Fox 8 di Saunders ho aspettato la sua traduzione in italiano, che sarebbe stata appunto a cura di Cristiana Mennella. Per ragioni di cui chiacchiereremo più avanti, un racconto piccolo ma una sfida grande per un traduttore. E quando ho scorso Volpe 8, da poco in libreria per Feltrinelli, ho visto la bellezza di una sfida vinta, di un lavoro arduo restituito con leggerezza e acume, così come sembra semplice il balzo di una ballerina che per ottenerlo si è affilata in anni di salti.
Ecco l’incipit di Volpe 8:

Caro L’ettore,
prima vorrei dire, scusa perle parole che scrivo male. Perché sono una volpe! Cuindi non scrivo proprio perfetto. Maecco comò in parato ha parlare e scrivere bene così!
Un giorno che passavo vicina una delle vostre case Humane, annusando tutto cuel che cera dinteressante, o sentito, da dentro, un suono super’incredibile. E scopro che cuel suono che si sentiva, è: la voce Humana, che facieva le parole. Suonavano una mera vilia! Comuna bella musica! O ascoltato cuelle parole musicali fino a cuando nonè scieso il sole, cuando tuttuntratto faccio: Volpe 8, sei scemo, cuando sciende il sole, sul mondo sciende il buio, fila a casa, chè peri coloso!
Ma io ero ha fasci nato da cuelle parole musicali, e desideravo ca pirle tutte cuante.

Volpe 8 dev’essere stato un bel grattacapo. Dovevi rendere non solo il registro vispo e svelto di una volpe presa dal suo racconto, ma anche una peculiarità del testo: Fox 8 gioca sulla lingua opaca dell’inglese, la volpe ha imparato un perfetto linguaggio ascoltando le fiabe alla finestra ma è sostanzialmente incapace di scriverlo, azzardando equivalenze fonematiche. L’italiano, che è una lingua quasi del tutto trasparente, non ti ha permesso di giostrarti tra grafemi e fonemi; come ti sei mossa, allora, per approdare al tuo risultato?

Mi sono mossa per tentativi, a partire da questa differenza-macigno fra le due lingue. Bisognava fare una scelta stringente e per questa scelta mi sono consultata con l’autore (ecco la grande fortuna che ho, nel suo caso). Ho capito, grazie a lui, che il testo doveva essere divertente, commovente e poetico allo stesso tempo. Gli errori non dovevano essere solo meccanici, automatici, ma anche buffi e originali. Anche se il lettore è costretto a fermarsi e a guardare meglio per capirli. Insomma, l’autore mi ha letteralmente dichiarato la sua intenzione e l’effetto che cercava e io ho provato a riprodurlo, con i miei mezzi.

Lincoln nel bardo deve averti invece fatta sentire come se traducessi più libri contemporaneamente, con tutti quei cambiamenti di vocalità e registro affidate alle varie personalità che componevano la narrazione, inglobando a volte anche citazioni e tranelli di vario genere.

Sì, ma in questo caso ho fatto meno ragionamenti teorici. Mi sono lambiccata di meno. Sono partita a tradurre e mi sono regolata strada facendo. Diciamo che il mio primo approccio è sempre molto istintivo, «bibliomantico». Sentivo le voci e le seguivo. E poi il libro mi piaceva molto. Malgrado l’apparenza frammentaria, è un testo travolgente, che ti porta via in un colpo solo. Ricordo anche che giocavo a «vero o falso» con le citazioni, cercando di riconoscere quelle inventate da Saunders. Le trovavo e poi chiedevo a lui se ci avevo azzeccato.

Come sei approdata al mestiere di traduttrice? E dopo questi anni quali pensi che siano i lati positivi e negativi di un lavoro apparentemente così elastico e creativo?

Non è stato un caso. L’ho voluto. Anche per il motivo che tradizionalmente viene considerato negativo. La solitudine del traduttore non è un peso per me, anzi. È una forma di libertà, perché so cosa vuol dire andare tutti i giorni in ufficio. Comunque ho frequentato la SETL quando fu inaugurata a Torino da Magda Olivetti e ancora non esistevano scuole o corsi di traduzione letteraria.

Quali sono le abilità che maggiormente si affinano con il tempo? Ci sono dei lavori che condurresti diversamente?

Nel mio caso posso dire che si acquista senz’altro una sicurezza per così dire prosaica, spicciola, che però paradossalmente induce incertezze e una quantità di interrogativi profondi per ogni autore e per ogni singolo testo di quell’autore. Ultimamente mi sono trovata a rivedere alcune mie vecchie traduzioni che sono state ripubblicate e questa sensazione è stata fortissima.

Mantieni un rapporto diretto con gli autori che traduci? Hai qualche ricordo cui sei particolarmente affezionata che riguarda questo rapporto?

Sono oltre quindici anni che traduco George Saunders e si è stabilito un rapporto di grande scambio e affetto. L’ho sempre sommerso di domande e lui ha sempre risposto con enorme pazienza e interesse. È come se ogni volta facessimo autocoscienza sui suoi testi, io come traduttrice, e lui come autore. Sono felice che sia amato qui in Italia. Leggere e tradurre i suoi libri mi ha arricchito e fatto crescere consentendomi di lavorare e sperimentare su testi che non avrei mai pensato di affrontare.

© Giovanna Amato

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.