Giorno: 21 novembre 2019

Luca Benassi, poesie da “La parola del nemico”

 

Luca Benassi pubblica in Macedonia l’antologia Зборот на непријателот – La parola del nemico (PNV Publishing, Skopje, Macedonia 2019), in edizione bilingue italiano-macedone, a cura di Julijana Velichkovska e nella traduzione di Dario Todorovski e Katarina Velichkovska, con una nota critica di Vladimir Martinovski, poeta e professore di letteratura comparata all’Università Cirillo e Metodio di Skopje. Il libro, oltre a far conoscere il poeta romano nei Balcani (sempre nel 2019 la casa editrice Alma ha pubblicato un’antologia delle sue poesia in serbo (Очи и звезда – Gli occhi e la stella, Belgrado, Serbia 2019), offre l’occasione di ripercorrere la sua produzione dal 2005 al 2012, con una sezione inedita di testi scritti fra il 2013 e il 2015. La selezione, curata dallo stesso poeta che ha riorganizzato i testi per nuclei tematici che solo in parte ripropongono la scansione temporale delle pubblicazioni, consente una panoramica complessiva sulla sua poesia.

 

1

Io sbaglio sempre
e forse dovrei tenere un segno
acceso nella carne come un faro
inciderlo sulla mano come una croce
una lettera indecifrabile
dell’alfabeto del dolore
che dica il qui e l’ora
dei miei sbagli:
tu lo sai, mi perdo
(o ci perdiamo entrambi
-ci perdiamo tutti)
smarrisco la via
della nostra quiete
che conduce al bacio
lieve del ritorno.

секогаш грешам
и можеби треба да држам знак
што ќе свети во месото како фар
да го врежам во дланката како крст
како недешифрирано писмо
на азбуката на болката
којшто ќе кажува, ова е времето
на моите грешки:
го знаеш ти тоа, се губам
(или се губиме двајцата
– се губиме сите)
ми се губи патот
на нашиот спокој
што води до нежниот бакнеж
на враќањето.

 

2

Bisogna aspettarli al varco i salmoni
al collo di bottiglia della foce
spauriti, mentre accalcano l’acqua
bisogna tendere la rete dove
la superficie si increspa di pinne
le branchie annaspano quel desiderio
che riproduce il transito di nuove
generazioni. Allora è il momento
di calare la rete, di tendere
alla gola il laccio, l’arpione aguzzo.
All’uscita della metro noi siamo
salmoni ignari verso la mattanza.

Лососите треба да се пречекаат на преминот
на грлото од устието, во тесно,
уплашени, додека во јато ја препливуваат водата
треба да се фрли мрежата
таму каде што површината се препелка со перки,
а жабрите трепетат од внатрешниот порив
да создадат премин за новите
генерации. Сега е моментот
да се фрли мрежата, да се затегне
гајтанот кај грлото, да се забоде остриот харпун.
На излезот од метрото лососи сме
несвесно во колеж што одат.

(altro…)

Enrico Barbieri, tre poesie inedite

 

La poesia di Enrico Barbieri viene da lontano, da una ferita che non riesce a sanarsi, non può, forse non deve. Deserto e sole sono qui nel testo a parlarci di solitudini che brillano, magnifiche e spaventevoli. La ferita la vediamo nel taglio che il verso istituisce, nell’a-capo che impone alla lingua perché debba cadere e dettarsi di lì in un ritmo alimentato da scosse, terribile e tremante. Lo sentiamo questo ritmo pieno di tagli, ci attrae.
Ed eccoci, fraternamente «uguali e uguali» a nuvole e ferro e ruggine. Insieme vaghiamo o stiamo fermi – è la stessa cosa – sotto i colpi di questa terribilità e del nostro tremore.
È un termine sacro alla poesia, “tremore”; è in noi eppure indirizza ad altro, al «brusio antico / dell’Eterno». La poesia sa custodire questo paradosso: vuole dar voce a ciò che è in noi e a ciò che è fuori di noi, l’alto e il basso, materia e non materia. Ricordiamo un verso di Mario Luzi, in Aprile-amore: «quello che è in noi oppure non esiste»: è questo il terribile, sentire il fuori, «l’altro eterno deserto», e lì specchiarsi e perdersi. Barbieri sa farlo, con l’onestà e l’umiltà di dirlo. Altrimenti sarebbe viltà. Allora dovrà essere un culmine, nudo e gelido trionfo; sarà «pietra benedetta nel buio», nient’altro. Finalmente. (Cristiano Poletti)

 

La prima centuria
armata dietro
il cancello e i rampicanti
gridavano al vento
ritirandosi, fuori
le nuvole marciavano
uguali e uguali
al ferro e alla ruggine
dei navigli, soli
coperti di macchie
attendono adesso
il Nostro Pensiero.
Fuori da noi esiste
l’altro eterno deserto.

 

Che qualcuno là fuori
oltre la fascia di asteroidi
prima del confine magnetico del sole
si accorga del brusio antico
dell’Eterno altro da sé stesso che
brucia tutto dell’esistere e poi
sarà pietra benedetta nel buio.

 

Niente, se non i cani ora
in una corsa solenne
e il vento tra le lame del
rostro da guerra tra le scapole,
sventrando i cavalli di
chi voleva accecarci e
dei vili di là del deserto.