Giorno: 11 novembre 2019

Emilia Barbato, “Nature reversibili”. Nota di Michele Paoletti

«Per raccontare il percorso di stesura dell’ultimo libro userò l’immagine di un sentiero che fin dal primo sguardo chiarisce al pellegrino la sua natura di foresta divina, l’amore. Ho riportato lo stupore di addentrarsi seriamente nella creatura corpo bosco, nel microcosmo di emozioni e bagliori e miracoli inauditi e nelle piccole insidie del cammino.» raccontava Emilia Barbato quando la intervistai a proposito del suo ultimo lavoro poetico.
Il percorso attraverso Nature reversibili (pubblicato da Lietocolle nella collana “I giardini della Minerva”, curata da Maurizio Cucchi) chiede di essere compiuto con i piedi ben piantati sul terreno, in una condizione di scambio reciproco tra corpo bosco e corpo del bosco, della terra. La parola di Barbato è esatta, piena nella sua misura, mai eccessiva: parola che chiede ascolto. All’interno del libro si intravede una vicenda, un percorso amoroso, ma non è questo l’obiettivo di Barbato: i testi ci avvicinano al mondo piccolo, alle cose minute, intrise di divino – un dio delle piccole cose permeato d’amore. E questo stare “bassi, vicini al senso delle cose, /corolle aperte / a un palmo da terra” – come scrive Maria Grazia Calandone – arricchisce il nostro sentire, radicandolo nel senso profondo dello stare tra le cose del mondo. Il corpo bosco dunque si estende e si ramifica in orizzontale, si libera e muove / con movimenti vivi, di radici, si nutre di attimi irreparabili di bellezza, si riempie di vento, si disperde. Il corpo bosco esige poi un percorso di pazienza, un seme impossibile conficcato nel buio della terra, qualcosa che si agita in fondo chiedendo amore, una piccola cosa appunto, piena di senso del divino. Avere la pazienza della pietra è forse la chiave di accesso a questo mondo misterioso e sottile evocato da Nature reversibili: un libro magico che suggerisce un segreto tracciando un ponte tra due soglie, chiedendoci un atto di amore e di fiducia. Una raccolta poetica estremamente consapevole del nostro essere di polvere eppure reversibili, parti di un processo infinito, un susseguirsi di piccoli vuoti e attimi di meraviglia.

© Michele Paoletti

Hai ricondotto altre volte
un filo scuro di ferro
alla forma di una casa,
hai stretto nodi sul tetto,
e posizionato una sedia
di carta per farlo restare,
ma il vento passa veloce
nelle stanze dimenticandole.
Come un titolo parla
di libertà e oblio dalle pagine
ingiallite di un giornale.

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Bustine di zucchero #21: Ingeborg Bachmann

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Bachmann - Copia

Dire, in generale, il senso della poesia non è facile. Ancor meno spiegarlo. E quando si tenta di spiegarlo, come le vele di una nave, cercando di trovare nei segni delle pieghe una parte del discorso, un suo significato “apocrifo”, ecco accorrere il simbolo e la metafora che, se da un lato lasceranno intravedere la crepa da dove passa la luce, dall’altro formuleranno un nuovo mistero. Allora, in vista di quest’altro senso nascosto, avremo bisogno di un ulteriore percorso per farne scaturire un’altra illuminazione, e così via in un processo senza fine che procede di testo in testo. Il testo, Barthes insegna, è “incriminato” di essere infinito proprio per il movimento fluido delle parole sotto le lettere statiche, perché esprime l’impossibilità di vivere al di fuori di esso, perché sta in continua risonanza con altri. Non a caso lo strutturalista francese prende, a modello del meccanismo citato, l’esempio del dizionario: parole spiegate con altre parole in un moto vertiginoso e irriducibile. Alla stessa maniera, portando la chiave di lettura in ambito poetico, non esiste un poema assoluto, in sé perfetto – ce lo ricorda Celan nel discorso al Premio Büchner – bensì poemi che ricercano l’assolutezza e s’incrociano in una fitta rete di mutui richiami. La poesia si sviluppa quindi in uno spazio, un luogo vero ma virtuale, forma una strada fatta di sapienza e sentimento: è un meridiano – l’unica certezza di cui si dispone, una linea per tracciare un cammino. La scrittura di Ingeborg Bachmann ritrova affinità con la formulazione di Celan. I versi della poetessa si accendono e partono verso l’infinito, il nascosto; partenza non concepita come una pretesa, ma un’avventura sostenuta da un «intelletto lirico» (Mandalari, Mittner) con un linguaggio terso, archetipico, che tiene dialetticamente insieme i poli della ragione e del sentimento. Il discorso bachmanniano si avvia con un monito («Non varcare le nostre labbra» e, di seguito, «Non raggiungere le nostre orecchie») e si conclude con una preghiera («O mia parola, salvami!»), eppure l’autrice vuole al tempo stesso dare salvezza alla parola. La sua diventa denuncia e condanna di un presente storico inumano in cui «l’aria è soffocante»; la poetessa si brucia la mano perché narra l’esistenza del mondo, e lo fa invocando una parola non degradata, non una parola «per immolare uno stolto», ma una parola di speranza, dal suono e dal timbro puliti, specchio fulgido, chiaro e libero per riflettere un tempo, presente ed eterno, e una mistica del linguaggio nel tentativo di dire l’indicibile.

Bibliografia in bustina
I. Bachmann, Poesie (a cura di M.T. Mandalari), Parma, Guanda, 1978 (2006) p. 125.
P. Celan, La verità della poesia (a cura di G. Bevilacqua), Torino, Einaudi, 1993 (2008), pp. 3-22.
M.T. Mandalari, “Confini tempo esistenza in Ingeborg Bachmann” su Belfagor, vol. 39, no. 2, Leo S. Olschki, 1984, pp. 204–212.
L. Mittner, Storia della letteratura tedesca, Vol III tomo 3, Torino, Einaudi, 1978, pp. 1695-1703