Emanuele Andrea Spano, “La casa bianca”. Nota di Carlo Tosetti

Capita di incontrare libri come quello d’esordio di Emanuele Andrea Spano, La casa bianca (Puntoacapo Editrice, 2018), un libro che dona una boccata di poetico ossigeno, perché è “semplicemente” poesia. L’avverbio è virgolettato, in quanto non si riferisce alla qualità dello scritto (la poesia è di pregevole fattura, intima e intimista), ma allude al fatto che sia lontana dalle velleità che infettano la poesia contemporanea e che, sempre più spesso, ingenerano una inversione di fine e mezzo. Il fine di questo libro è il risultato, il verso. Il fine compare perché il libro è decisamente riuscito, il mezzo, ovviamente, è la scrittura. L’unica critica che mi permetto di rivolgere all’autore è relativa alla truffa dell’esordio.
Anche il termine “esordio”, infatti, va virgolettato. È un esordio dal punto di vista commerciale e non poetico; alla lettura della silloge, risulta evidente la lunga masticazione alla quale sono stati sottoposti questi versi – ciò per la loro compiutezza stilistica e solidità – tanto che si desta in me il sospetto che fossero relegati in un cassetto da tempo, un tempo imprecisato e destinato a infinite limature.

Il libro è diviso in due sezioni (Il bianco dei muri e Altrove) e all’inizio contiene due citazioni, le quali ci forniscono una chiave di lettura e amplificano il senso dei versi: ci sono Vittorio Sereni da Autostrada della Cisa («Ancora non lo sai […] non lo sospetti ancora/ che di tutti i colori il più forte/ il più indelebile/ è il colore del vuoto?») e Mario Luzi da Il gorgo di salute e malattia («Lei scesa dieci anni fa nel gorgo/ che all’aspetto poco mutato dei figli/ non coglie il vuoto d’anima,/ non sa della tempesta/ d’aridità venuta più tardi/ e ancora con sfocata dolcezza ci sorride»). Questi due stralci, di diversi autori, evidenziano il tema del vuoto, substrato nel quale hanno proliferato i versi della raccolta.
Il vuoto ha qui il significato di assenza e lo stesso termine compare varie volte fra le poesie: «la soglia tra il legno e il vuoto» a pag. 17, «nell’azzurro vuoto dell’inverno» a pag. 18, «Essere lì senza più memoria,/ vuoti, e non sapere il gelo/ dei lampioni all’alba» a pag. 19, «Sapessi la disciplina della pietra/ lo spazio certo fra vuoto e vuoto» a pag. 23.
L’assenza è delle persone, dei cari ormai scomparsi e l’assenza si ripercuote (e si manifesta) contro le cose e nelle cose, perché queste ultime resistono maggiormente, prima di venire anch’esse polverizzate, e testimoniano; da Il bianco dei muri, pag. 25:

Per rifare l’intonaco dentro
si aspetta che qualcuno muoia
per lavare la malattia dai muri,
rinfrescare le pareti, stanare
la muffa che sale dal pozzo chiuso,
quello murato sotto la camera,
che ho scoperto troppo tardi.

Da Le mura di famiglia II, pag. 30:

[…] dell’emorragia
delle cose che si ostinano a essere
nonostante la morte.

Da Viale delle Vigne, a pag. 41:

Un tempo, prima delle cisterne, qui
erano spiagge. Ci andava mio padre
con il cugino diventato pazzo
– per troppo amore o troppo poco –
Si era consumato le mani a forza
di sfregarle, ma la notte che sua
madre morì anche il tetto crollò
e la trave lo mancò per un palmo.
[…]

È un occhio disincantato a gettare lo sguardo nel vuoto dell’assenza (che, grazie al ricordo, diviene – di fatto – presenza, nella narrazione), un descrivere privo di alcun orpello e che restituisce immagini crude. Anche i momenti intorno al trapasso sono presenti nelle poesie di Spano, la cui durezza però è sempre stemperata dalla qualità del verso, come a pag. 16:

Sono ancora lì i tuoi fratellini
mancati al battesimo della carne,
in fila dentro le loro scatole,
il ragazzo inghiottito dalla strada
il bambino appeso a una corda,
i tanti dai cognomi tutti uguali
sgranati lungo il selciato come
un rosario. […]

e ancora a pag. 31, Le mura di famiglia III:

Perché si fosse fatta suora
nessuno l’ha mai saputo, forse
per quella sua zia che aveva preso
i voti anni prima e pareva quasi
felice tra un bicchiere e l’altro, mentre
diceva un’ave maria e pensava
al brandy. E poi quel male
che le divorò il seno, la tonaca
che bruciava per il cancro, il rosario
che cadeva dritto fino ai piedi
senza più una spilla a fermarlo.

La galleria di personaggi e di cose che appaiono abbandonate appartiene ad un Sud che conosco e frequento (ed è curioso: Spano è nato a Novi Ligure); mi risulta, infatti, che i luoghi descritti siano in Locorotondo.
Con una pennellata sapiente, Spano restituisce anche i colori del Sud, affidando però le immagini a tonalità tiepide, come slavate, quasi a rimarcare la perdita di vigore della realtà, triturata dalla macina del tempo; Il rosso della terra, pag. 23:

[…]
Se la topografia non mente è qui
il campo d’ortiche, il quadrato
rosso di terra spaccato dal sole.
Tenterò il tracciato a ritroso,
passo a passo, come per mano
rivedrò la salita e mio nonno
in abito grigio, anche d’estate.

Volendo cercare dei riferimenti, o delle assonanze, alla poesia di Spano, indico senza esitazioni Mario Luzi, dal cui libro Su fondamenti invisibili (Rizzoli, 1971), origine della citazione a inizio della sezione I – Il bianco dei muri – pesco dei versi tratti da un altro poema (Nel corpo oscuro della metamorfosi):

La strada tortuosa che da Siena conduce all’Orcia
traverso il mare rosso
di crete dilavate
che mettono di marzo una peluria verde
è una strada fuori del tempo, una strada aperta
e punta con le sue giravolte al cuore dell’enigma.
[…]

Di Luzi leggo in Spano molte sfumature. Su tutte: il colore nelle immagini, un colore sempre dolente, malinconico pur nelle manifestazioni più calde (vedi il rosso), l’immagine quale mediatore del vuoto, l’affidarsi al verso lungo senza mai un cedimento nella tensione.
La raccolta di Spano è breve e densissima. Non so se la scelta della brevità sia scaturita dall’esaurimento naturale del tema (la compiutezza del lavoro farebbe pensare a questo), ma credo fermamente che un verseggiare di questa qualità possa reggere una lunghezza maggiore e, in questo senso, attendo un secondo lavoro dall’autore.

© Carlo Tosetti

 

Emanuele Andrea Spano (Novi Ligure, 1983) si è laureato a Pavia in Lettere Moderne e ha discusso una tesi di dottorato a Padova sulla lirica giovanile di Alessandro Parronchi. È redattore della casa editrice Puntoacapo ed è nella redazione dell’almanacco della poesia italiana Punto. Insegna materie letterarie negli istituti superiori di secondo grado.

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