Giorno: 7 novembre 2019

“Anamorfiche”: Intervista a Danilo Mandolini di Gianluca Garrapa

Danilo Mandolini, Anamorfiche – con nove immagini dell’autore, Arcipelago Itaca (2018)

Gianluca Garrapa: con nove immagini dell’autore: secondo quale criterio le immagini sono alternate alle parole?

Danilo Mandolini: Va innanzitutto specificato che le immagini riprodotte nel volume sono dei ritagli di scatti fotografici tendenzialmente molto più grandi. Le immagini sono collegate alla presenza umana nel mondo (sono testimonianze marginali della presenza umana nel mondo) anche se, in queste, non vi è traccia diretta della presenza umana. Le riproduzioni fotografiche in questione sono collocate nel lavoro con l’obiettivo di introdurre le varie e principali parti di questo.

G.G.: La raccolta si apre altrove, quasi a preambolo a forma di fine, il poeta, pare, debba uscire di scena per dare peso e voce alle parole. Non è un caso, forse, che la prima parte sia di oggetti sonori immateriali, oggetti in-sterni, interni e allo stesso tempo esterni: appartengono all’oggetto e al soggetto e non appartengono all’oggetto o al soggetto che li produce: rumori, voci e suoni. Il loro statuto è proprio quello delle immagini: della cosa abbiamo un’immagine e l’immagine non è più della cosa ma è fissazione di sguardo. E lo sguardo, a sua volta, non appartiene propriamente all’occhio da cui genera la visione. Il vuoto / non si vede ma / spesso si sente. // Il vuoto / ha più voci ma / è trasparente.
Sono, in esergo, tre nomi, Pasolini, Sereni, Campana, preceduti da un’immagine. Il vuoto, dunque, quel che si sente invisibile o quel che si vede, confuso, ma indistinguibile.
L’invisibile, meglio, il trasparente, è quel che sposta e muove, il vento: dal vento provocati / (nel vento custoditi / a mo’ di sedimenti / d’un tempo residuale). Sembra questo il luogo in cui si collocano i simboli e le immagini di Mandolini: la nitidezza che segue all’evacuazione dell’io, il resto che rimane quando il desiderante prende l’abbrivio finalmente: come oggetti il cui scontro produca un suono o un noise, le parole si accostano in timbriche e cromi che non egolatrano lo scrivente. Chi scrive è avventato, sicuro, spostato dal vento interno, animus come soffio. Patisce dell’inevitabile. E non si autoriferisce, si allarga al mondo, anzi. L’operazione è proprio psichedelica, come recita il titolo della prima parte, che ritorna nella seconda parte, Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni: un lavoro che si legge di scorcio, anamorfico è appunto il gesto per cui la lettura fa il dire dietro l’ombra. Lampi interiori che presentano il mondo: l’ombra è il prolungamento sonoro delle cose, la voce silenziosa del loro sparire: la morte: è il segnale di quel che è vivo. È questa un’epifania che si compie nel gesto quotidiano di spostare appendiabiti: Provocano il suono / disarmonico dell’utopia, gli appendiabiti, e sfiorarli a mo’ di campane tubolari mentre fuori piove. Il suono, il dolore, l’odore della pioggia: Intanto, fuori, / la pioggia rimbomba cadendo, i piatti impilati, l’alta tensione che blocca in riquadri di cielo la percezione di vedere dall’alto le auto sfrecciare, la voce della segreteria telefonica. Il senso quotidiano ritorna straniero: basta spostare l’attenzione per percepire in suoni nuovi l’intera fenomenologia del quotidiano.
Anche il silenzio è partecipe delle forme assenti in quanto presenti, tra due palazzi il varco si apre a catturare le voci altrui che ci appartengono: Con frasi altrui / valichiamo frontiere, attraversiamo i tempi delle giornata, gli interstizi tra rumori e silenzi, lungo i bordi delle cose cangianti, e le cose sono anche l’esistenza che ci attraversa e sfuma: Ordinaria metafisica / del supporsi altrove / è il solo desiderare / l’esistenza di quel soffio afono / che genera le nubi;
dicono tutto questi versi estratti dal dettato di Mandolini: siamo qui, nel quotidiano, per questo siamo altrove. Perché troppo fragile appare il sentiero che porta dall’altra parte, nella fine dei giorni, sottile e muto come una ragnatela. Di noi resteranno immagini, le minime percezioni svaniranno e le cose avranno quella loro psicometria, la memoria, gli oggetti solo a testimoniare, fossili, soltanto gli oggetti che in vita / con cura / abbiamo / a lungo conservato.
Immagine. Poi Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni Due, ritorna: il ritorno è presente in questo paesaggio fono e foto grafico. Ritornano 7×12: dodici settenari. 7×12: quasi a prendere le misure di una forma che dovrà contenere il suono. I suoni a rifare il ricordo: (si sta come sui rami / degl’alberi d’inverno): che rapporto hai con la tradizione poetica e perché hai eletto proprio Pasolini, Sereni e Campana, tra altri, a compagni di viaggio?

 

D.M.: Ho letto e leggo moltissimo soprattutto poesia di autori del novecento italiano ed europeo e contemporanei. Le mie esperienze di studio e lavorative, a parte quella attuale di titolare di una casa editrice che si occupa esclusivamente di poesia, si sono sempre concretizzate lontano dal mondo della letteratura. Sarei quindi, a tutti gli effetti, il cosiddetto e classico autodidatta che approccia ciò che legge in primis come lettore, vorace e anche disordinato, piuttosto che come studioso. Pasolini, Sereni e Campana sono stati dei grandissimi autori del “secolo breve” italiano; tre grandi autori il cui percorso di ricerca in versi si è imposto alla mia attenzione anche per le vicende personali che hanno contraddistinto il loro essere stai al mondo. 

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