Giorno: 22 ottobre 2019

Raffaela Fazio, poesie da “L’arte di cadere”

L’arte di cadere di Raffaela Fazio (Biblioteca dei Leoni, 2015)

Prefazione di Paolo Ruffilli

 

Nel mettersi dentro il percorso di un canzoniere d’amore, anche solo come lettore, conviene non dimenticare alcune precauzioni. Prima tra tutte, l’etimologia della parola “amore”, che deriva da una radice mediterranea molto interessante: “Ham”, trascrizione onomatopeica del mettere in bocca e dell’ingoiare. Perché presso tutti i popoli mediterranei c’era, e ancora si conserva in alcune zone, l’usanza di indicare la straordinarietà di una cosa, di una persona, di un luogo con il gesto del portare cibo alla bocca. Insomma, qualcosa che ha tali qualità da desiderare di essere tutt’uno con lei.
Del resto, una componente cannibalesca bisogna metterla in conto (anche in questo libro: “Pezzetto per pezzetto/ ti ho subito mangiato”, “E tutto ti contengo al centro/ del mio aprirmi”…). Come diceva Lacan, l’amore significa l’unione con l’oggetto d’amore, la sua deglutizione, il suo assorbimento. Ma l’equilibrio è instabile nell’amore, e gli amanti non combattono quasi mai ad armi pari. Talvolta l’uno si sente disatteso e non adeguatamente corrisposto dall’altro (“Allora perché incalzo premo/ aggiusto il tiro dalla casamatta/ t’aizzo contro il sospetto/ mentre ti mostro il fianco/ che non mi ami/ (che non ti amo)/ e alla fine/ magari ti convinco?”). Spesso l’uno eclissa l’altro, così che quello posto in ombra è tormentato dal desiderio di rivalsa o addirittura di fuggire, per poter essere libero di crescere. Ecco la ragione del sottilissimo margine tra l’amore e l’odio, attestata dalla letteratura di tutti i tempi e paesi, ben prima che la psicoanalisi arrivasse ad affermare che, tra la domanda e il transfert, l’amore non è il contrario dell’odio ma trova nell’odio la sua struttura radicale.
Non è un caso, dunque, che il linguaggio sapienziale faccia ricorso alla terminologia delle armi e della guerra, con fasi di tregua e non belligeranza, per farsi intendere sui temi dell’amore e, anche in queste pagine, leggiamo: “Io e te che in guerra/ lucenti ci amiamo/ ora torniamo/ a due paci lontane./ Lasciamo il letto/ assolato e sfatto/ come un assoluto che invano/ cercherebbe un confine/ come un dire infinito/ che si ritira dal detto.” E non è un caso neppure che il mito greco affidi l’argomento al piccolo e irresponsabile Cupido, che scaglia frecce come capita colpendo a morte e, quel che è peggio, spaiando quelli che già erano uniti magari indissolubilmente. Capriccio e crudeltà, violenza e furore, fuga e durezza, insomma, l’esaltazione e la pazzia convivono accanto alle dolcezze dell’amore.
Si sa, l’amore “si fa”, ma ancora di più “si dice”, mentre lo si sogna in attesa di farlo o lo si ricorda sperando di ripeterlo o lo si nomina all’inseguimento di un’identità. Dell’amore e della sua fenomenologia, dei suoi riti, dei suoi simboli, delle sue morti e delle sue rinascite, i poeti sono sempre stati interpreti privilegiati. È il genio della specie che si traveste nei fantasmi del nostro delirio passionale, secondo Schopenhauer. È la nostra incontenibile aspirazione al sublime e all’assoluto, nella più aperta dedizione di sé, afferma Kierkegaard. È un fatto esclusivamente fisico, per gli uni, e una straordinaria avventura spirituale, per gli altri. In ogni caso, è la costante per eccellenza della vita, di tutti i viventi. (altro…)

Nefeli Misuraca, La solitudine maestosa (nota di Stefania Di Lino)

Nefeli Misuraca, La solitudine maestosa. Poesie. Introduzione di Rita Pacilio. Prefazione di Guido Oldani, La Vita Felice, 2018

Nota di lettura di Stefania Di Lino

 

Una cosa sola è necessaria: la solitudine. La grande solitudine interiore. Andare in se stessi e non incontrarvi, per ore, nessuno; a questo bisogna arrivare. Essere soli come è solo il bambino.

(Rainer Maria Rilke a Franz Xavier Kappus, 1903; da Lettere a un giovane poeta, a cura di Marina Bistolfi, Arnoldo Mondadori Editore, 1994)

Il coraggio richiesto dallo scrittore invece è una sorta di coraggio “cronico”, uno “stato di coraggio” persistente, quotidiano, discreto e non sempre riconoscibile. Non un’effimera vittoria sui propri limiti ma una modalità stabile dell’essere, la conquista definitiva di un territorio che non conosce limiti.

(Julio Monteiro Martins, Sagarana, editoriale N. 50, gennaio 2013)

C’era un muro… Come ogni altro muro, anch’esso era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava.

(Ursula Le Guin, I reietti dell’altro pianeta, “Quelli di Annares”, Dispossessed- An Ambiguous Utopia, 1974)

La scrittura è essenzialmente un atto d’amore che tenta di dare voce alla parte più ferita e più fragile di noi. Parte che, forse, non troverebbe espressione se non in quel luogo, ‘altro’ e parallelo, di difficile definizione, in cui sia resa possibile una funzione riparativa – e in qualche misura anche restitutiva – rispetto a ciò che si ritiene sia stato sottratto.
Questo luogo ‘altro’ è la poesia.
Secondo Borges è la poesia a trovare il poeta, non viceversa, perché le radici della poesia affondano in una sorta di memoria universale che riguarda l’intera umanità, passata, presente e, verosimilmente, futura, insieme, a mio avviso, alle esperienze e ai passaggi che hanno, in modo più o meno fortuito, attraversato e segnato le nostre esistenze, poiché se si irrompe a caso nella vita di qualcuno, mai a caso si continua ad abitare nei ricordi, talvolta struggenti.
Borges inoltre afferma che la poesia trae origine più dal dolore, dalla tristezza, dalla mancanza, che dall’allegria o da un eventuale senso di soddisfazione della propria vita, poiché la felicità è il punto d’arrivo, non il dolore che, in quanto tale, necessita di una elaborazione atta a lenire la sofferenza. Da questo lavorio interiore trarrebbe origine la poesia.
Nella Solitudine maestosa di Nefeli Misuraca, “l’amabile solitudine”, come titola la nota introduttiva di Rita Pacilio, non c’è davvero nulla di ‘accidentale’, sottolinea Guido Oldani nella prefazione. Si tratta, infatti, di una solitudine necessaria, anzi ‘essenziale’, come Blanchot la descrive ne Lo spazio letterario, che non è isolamento nell’eremo, non è compiacimento autoreferenziale e narcisistico.
La Solitudine maestosa di Nefeli non è esercizio solipsistico, ma luogo densamente abitato, è conditio sine qua non dello stesso atto creativo, e, al contempo, è anche il suo elaborato, una fune lanciata nell’abisso, direbbe Agamben, ovvero un ponte in grado di mettere in comunicazione profonda e sintonica il dentro e il fuori da sé. Un atto generoso, quindi, capace di collegare e collegarsi con solitudini altrettanto ‘essenziali’, compresa, ovviamente, quella del lettore.
Ma è anche, e soprattutto direi, la dimensione che più favorisce l’incontro per eccellenza: quello con se stesso e con ‘l’altro’, lo sconosciuto, lo straniero che ci coabita – insieme ad altri fantasmi – a volte senza incontrarlo mai.
Condizione imprescindibile quindi la solitudine, per creare spazio dentro di se ai fini di consentire l’ascolto che il dolore richiede, per elaborare il lutto, fosse riferito anche ‘solo’ alla primigenia separazione. (altro…)