Giorno: 21 ottobre 2019

Nazim Comunale, da “Aguaplano”

Nazim Comunale. Foto di ©Nicola Malaguti

 

AGUAPLANO (TRACCE PER UN’INDAGINE SU UN DIROTTAMENTO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO)

(per Roberto Campoli, e per tutti noi dirottati)

“Gira pilota
recuperiamo il cielo
ad alta quota”
Aguaplano, Paolo Conte

La notte tra il sette e l’otto marzo duemilaequattordici
un Boeing settesettesette-duecento
partito da Kuala Lumpur
e diretto a Pechino
con duecentotrentanove persone a bordo
scompare nel nulla.

Allo stato attuale
delle indagini
si ritiene certo il dirottamento.

Appurato il dirottamento
rimane da capire
se si è trattato di un atto lucido
da parte dei piloti
o di un’azione terroristica
che li ha costretti
a virare.

È noto
dai deboli segnali
captati dai satelliti
che l’aereo ha volato
altre sette ore
dopo aver interrotto le comunicazioni.

Il velivolo
dopo l’improvvisa,inattesa
virata a ovest
avrebbe potuto seguire
due percorsi profondamente diversi:
a nord-ovest
lasciando in alto a destra le foci dell’Irawaddy
sorvolando Thanjavur in India
resistendo il magnete dell’equatore per
oltrepassare i fiumi Krishna e Godavari
il deserto del Thar
Rawalpindi
l’Hindukush
il Picco del Comunismo
e i suoi 7495 metri a incombere su
Taskent, capitale dell’Uzbekistan
lambendo la guancia sinistra
del deserto di Taklimakan
per poi puntare
il grande nulla interiore
che anche Leopardi cantò.

Poi ancora a ovest
la Steppa della Fame
alle porte del Bassopiano Siberiano Occidentale
un dito sulla mappa
prima della porta del Turgaj
al di qua degli Urali
dove comincia la parola Asia.

Oppure
puntare a sud-ovest
verso il centro dell’Oceano Indiano
dove l’acqua e le sue vastità
sovrastano geografie, nomi.

Meta possibile
le isole Gloriose
nell’arcipelago delle Comore
al largo delle coste del Madagascar.

Ma il Tropico del Capricorno
è una sirena e chiama
chiama
perditi, dice, perditi
dal bordo dell’Abisso Diamantina
da quei 6857 metri di vertigine azzurra
la sirena chiama e dice perditi.

Perditi,dice
e la bussola è una macchina morbida
e allora dissolversi
inabissarsi
sparire
lasciare chi aspetta
ancorato a terra con la voce rotta
senza difesa
contro la logica
l’attesa
contro ogni prevista retorica del cuore
contro la sua maldonata lotta
la sua bellissima guerra.

Le isole de la Possession
stanno giusto al limite dell’ Asia Fisica
a pagina ottantatre
in questo atlante del millenovecentottantaquattro
dove ancora non esistono
l’Ucraina, l’Eritrea
ma già s’intravede la luce della ripetizione
della storia ciclica.

Tocco il tomo dov’è mare fondo
immagino l’affondamento
il tormento
la gloria del disastro
dov’è più blu.

Le isole del possesso più giù
sono sempre state lì
sotto il quarantesimo parallelo
disabitate, fertili
inconoscibili, intatte
come dietro un velo.

La seconda rotta
resta la più plausibile
e l’India ieri ha sospeso le ricerche.

Scenario probabile:
l’aereo ha puntato la vastità dell’oceano
dove non arriva nessuna flotta
fino all’esaurimento del carburante
dopo una azione deliberata di cambiamento di rotta.

Scompare un aereo
scompare l’amore.

Necessario trovare la scatola nera
tradurre l’indicibile, lo scoramento
far brillare la luce della ferita
per capire l’entità vera del danno
le perdite esatte
e la quantità precisa e il momento
il momento in cui la vita ha smesso
di essere possibile, vera. (altro…)

Bustine di zucchero #18: Philip Larkin

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Ph_Larkin

La poesia intitolata La falciatrice («The Mower») fu scritta da Larkin nell’estate del 1979 e pubblicata nell’autunno dello stesso anno sulla rivista inglese Humberside e in seguito inserita nei Collected poems, edizione curata da A. Twaite. Una versione italiana della poesia è presente nella raccolta di Enrico Testa, Ablativo. In precedenza l’autore di Pasqua di neve aveva già tradotto integralmente Finestre altre, il quarto libro del poeta britannico. L’argomento di questi versi, un topos riconosciuto dell’universo larkiano contraddistinto da una poetica della quotidianità (conviene ricordare l’ormai proverbiale formula di Walcott nel definire Larkin «the Master of the Ordinary»), è quello della morte, e qui in particolare la morte di un animale. Il poeta narra che, mentre stava falciando il prato, uccise accidentalmente un porcospino che stava lì nell’erba alta, per cui non se n’era accorto (il porcospino era «imprigionato fra le lame,/ucciso»); era lo stesso animale che una volta aveva pure sfamato. È intuibile il suo stato d’animo, la tristezza che lo pervase, e seppellirlo non gli fu di aiuto perché il mattino dopo «io mi risvegliai e lui no». Da qui non è difficile trasporre, proiettare il senso dell’accaduto sul piano dei rapporti umani, concentrandolo negli ultimi versi come una sorta di richiamo rivolto a un noi sottinteso – un’umanità con l’iniziale minuscola, quella dei piccoli gesti, spesso affaccendata e incurante – ad essere attenti e gentili l’uno verso l’altro «finché c’è un po’ di tempo». Come afferma Testa nella prefazione a Finestre alte, «solo nella relazione […] è possibile scovare il valore del tempo che ci è concesso». Certo lo stile di Larkin è spesso scevro da intonazioni etiche, il suo guardo rifugge le lunghe prospettive, e per questo «verbalmente, il suo tempo è il presente; proprio come il suo spazio è l’immediato qui, mai l’altrove» (Silvio Raffo), facendo così parlare i fatti più che spiegarli. Riscopriamo, però, una caratteristica che non può passare inosservata, ossia il disincanto, il “grigiore” dell’osservazione riserva invero un posto significativo all’umanità, escludendo l’indifferenza e praticando una, sebbene contenuta, empatia. Distante dall’egocentrismo più convinto, e perciò vicina ai fatti che sostanziano la vita dell’uomo, la poetica di Larkin, nella chiarezza e nella comprensibilità del messaggio, aggiunge una lezione di sensibilità calata nel reale. La poesia, proprio come una finestra, una “finestra alta”, se da una parte riflette il dolore del mondo, dall’altra lo innalza dal suo buio verso l’azzurro.

Bibliografia in bustina
Ph. Larkin, The Mower, 12 june 1979, in Humberside, the Hull Literary Club magazine, Autumn 1979; successivamente ristampata in Ph. Larkin, Collected poems, edited by Anthony Twaite, Faber and Faber, 1988, p. 214
Ph. Larkin, Finestre alte (traduzione e cura di E. Testa), Torino, Einaudi, 2002, p.x
E. Testa, Ablativo, Torino, Einaudi, 2013, p. 83 (una nota di lettura è presente a questo collegamento)
S. Raffo, Philip Larkin. Lettere dall’esilio, su Poesia numero 294, giugno 2014, p. 3-14