Giorno: 15 ottobre 2019

La serie e l’insieme. Nota sulla poetica di Maria Grazia Calandrone (di G. Martella)

Foto di Dino Ignani

La serie e l’insieme. Nota sulla poetica di Maria Grazia Calandrone
di Giuseppe Martella

  1. La cornice

Serie fossile di Maria Grazia Calandrone[1] ha goduto di una eco piuttosto vasta e di recensioni di ottimo livello che hanno messo in evidenza temi, strutture e implicazioni del testo, sicché la strada per il critico appare dissodata. Mi sembra però che tuttora manchi una adeguata valutazione di quello che chiamerei “il contributo della cornice” all’economia dell’opera, cioè l’esame del paziente lavoro di de-costruzione del mondo del testo dai suoi margini. Eppure qui certo non mancano i segni della presenza di un paratesto importante che affianca il testo verbale. Si tratta di segnali evidenti, che dovrebbero costituire dunque un punto di partenza obbligato per la valutazione di quella che mi pare una svolta decisiva della poetica di Maria Grazia Calandrone nella sua ultima fase, quella che comprende ad oggi Serie fossile e Il bene morale.

Mi soffermerò però in dettaglio solo sul primo testo in quanto del secondo ho già discusso di recente altrove.[2] La “serie fossile” di cui nel titolo è anzitutto essere costituita dagli oscuri geroglifici posti all’inizio di ciascuna lirica e dalle aride cifre appostevi alla fine, a segnare presumibilmente la data del componimento. Ci si deve dunque interrogare in partenza sulla funzione di questo ostinato contrappunto, fra il testo e i suoi margini, nell’economia generale della quest dell’io poetico, nonché nel tracciare l’orizzonte di attese del lettore e la sua formulazione di ipotesi interpretative. Per chi ha letto il testo, dovrebbe risultare d’altronde chiaro che biografia, biologia e paleontologia vi convergono in un unico scavo simbolico che va a dissodare i resti fossili della memoria, sia individuale che collettiva, per ricomporli e ravvivarli in nuove configurazioni di senso. Una ulteriore ricognizione potrà poi aiutarci a definire meglio lo spessore ontologico e il respiro cosmologico dell’opera.

La cornice di un testo letterario è però costituita anzitutto dal suo inizio e dalla sua fine, sicché nella tradizione letteraria di vari paesi possiamo distinguere testi con inizio piuttosto che con fine marcata, o viceversa, a segnare un certo tipo di orientamento culturale (Jury Lotman). Serie fossile presenta certamente un inizio marcato perché reca in esergo un componimento a sé stante sia per lo stile che per la datazione (che è di alcuni anni anteriore rispetto a quella di tutti gli altri) ma i cui temi del “salto nel buio” e del “desiderio di affetto materno”, risultano perfettamente consoni allo sviluppo della silloge. Questo incipit rinvia infatti a qualche sorta di evento inaugurale ed emblematico rispetto a cui si dispongono poi le tessere fossili da ordinare in serie. E si tratta in effetti di un incontro d’amore improvviso e travolgente che assume poi tutte le caratteristiche di una catastrofe naturale da cui origina un intero orizzonte di esperienza, da esplorare nei suoi diversi scorci e profili. L’amore di cui qui si parla possiede molti tratti dell’Eros degli antichi miti di creazione e però ora trasposti nel linguaggio e nei concetti della cosmologia evenemenziale del Novecento. Ecco perché, nel corso della lettura, piuttosto che con cose solide, ci pare di aver a che fare con eventi del passato che hanno lasciato tracce fossili tutt’intorno a noi. Si potrebbe allora pensare a una sorta di decostruzione dell’esperienza, umana e artistica, condotta nello stile del postmodernismo dominante alla fine del secolo scorso. Il caso però è diametralmente opposto e anzi l’approccio “paleontologico” di Calandrone appare anche filosoficamente interessante proprio in quanto ci mostra che la natura della traccia, con cui dobbiamo giocoforza misurarci in assenza della cosa stessa, non è necessariamente quella della iscrizione originaria di sé nel mondo attraverso atti intenzionali (come l’incisione sulle rocce o i dipinti sulle pareti delle caverne del neolitico) ma può essere piuttosto quella dell’ordine preterintenzionale della deiscenza organica o dell’improvviso sopravvenire della morte. La metafora del “fossile” mi sembra insomma poter aprire nuovi orizzonti, poetici e teoretici, alla indagine della traccia nell’attuale orizzonte della complessità.

Ma se tale metafora si dimostra feconda, non meno importante è il concetto della “serie” per l’operazione poetica di cui qui si tratta. Perché, se il fossile appartiene alla preistoria biopsichica del vivente, l’atto di serializzazione e di messa in sequenza dei reperti è il presupposto di ogni possibile storiografia e dunque costituisce il transito obbligato dalla preistoria alla storia. Esso appare perciò nella nostra opera al contempo come una esigenza intima e come una strategia deliberata di chiarimento della temporalità e della storicità dell’esserci, nell’attuale epoca del mondo tradotto in immagine. Il discorso poetico di Calandrone, il cui carattere dominante è la franchezza, palesa infatti una vocazione sostanzialmente umanistica e illuministica. La metafora della gioia luminosa, ampiamente diffusa nel testo, riguarda dunque non solo la natura e le conseguenze degli eventi evocati ma anche le strategie della loro evocazione. L’annuncio della “Sposa Alba” pervade infatti questa silloge nelle sue più intime fibre, mentre la gioia e il sorriso luminosi celebrati nella sua conclusione ricordano quelli attribuiti da Dante a Beatrice nella Vita Nova e poi ripresi nella Commedia in vista della rosa dei beati. Credo che Calandrone ne sia ben consapevole, dal momento che l’immagine della rosa viene più volte evocata, in particolare attraverso il duplice omaggio all’opera di Pier Paolo Pasolini (Poesia in forma di rosa e Il sogno di una cosa). La luce che invade la fine del poema segna d’altronde anche la conclusione dello sviluppo del tema del tempo, che è stato elaborato come in controcanto con certi capolavori della musica seriale (penso in particolare a Verklärte Nacht di Schönberg o a La fabbrica Illuminata di Luigi Nono) nonché ovviamente della grande poesia del Novecento, come i Quattro Quartetti di T.S. Eliot. (altro…)

Maria Grazia Calandrone, “Giardino della gioia”, Mondadori 2019 (rec. di Michele Paoletti)

Giardino della gioia, Maria Grazia Calandrone (Mondadori, 2019)
Nota di Michele Paoletti

Dopo Il bene morale – e ancor prima con Serie fossile – Maria Grazia Calandrone ci consegna un lavoro praticamente perfetto, dalla struttura solida e appassionata. Il Giardino della gioia costruito da Calandrone mi ha subito portato alla mente un altro giardino, la monumentale opera costruita da Niki de Saint-Phalle a Capalbio (GR) nel corso degli anni ’90: Il giardino dei tarocchi.
Nel 1985 andai a Barcellona e vidi per la prima volta il meraviglioso Parco Guell di Gaudì. Capii che mi ero imbattuta nel mio maestro e nel mio destino. tremavo in tutto il corpo. Sapevo che anche io, un giorno, avrei costruito il mio Giardino della Gioia.” scrive Niki. Nel parco, gli arcani maggiori dei tarocchi sono stati realizzati dall’artista sotto forma di sculture, talvolta gigantesche, rivestite da specchi e piastrelle, ogni figura carica del suo simbolismo primigenio arricchita dalla personale visione dell’artista. Nulla è più rivoluzionario della gioia dice Niki De Saint Phalle e Maria Grazia Calandrone sembra accordare la sua voce a quella dell’artista francese.
Giardino della gioia è dunque un’opera rivoluzionaria perché nasce dall’amore e all’amore torna incessantemente.
Il poemetto che apre la sezione omonima altro non è che uno struggente canto d’amore pieno di meraviglia:

canto il vento sottile che non sentiamo e spira
nella distanza tra le stelle

canto il nostro stendardo
che schioccava nel vivo della menta romana

canto il letto di foglie
e il guscio candido della ninfea

e canto l’oro crudo dei tuoi occhi
semplici e trasparenti come un sì

La voce percorre la materialità del corpo, la materialità dell’esserci, indugia sulle cose forti, sul corpo nudo esposto alla felicità e questo senso di esposizione rappresenta al tempo stesso abbandono ed energia, comunione con la terra e con l’altro. 

quando ti esponi sei la piena estate
con la sua gloria di alberi maturi

Accettare l’altro, sparire nell’altro, rinunciare all’io è la forma più pura di amore: perdendoci ci ritroviamo altro da noi, sparendo finalmente siamo anche se l’anima umana risulta un contenitore insufficiente per il sentimento amoroso. In tutto questo la poesia, profondamente anarchica, intona la sua voce/ al rombo delle stelle intergalattiche che compongono la materia di cui siamo fatti e di cui è fatto tutto l’esistente intorno a noi e intercetta il corale profondo e ininterrotto di questa/ forza che «move il sole e l’altre stelle», la forza che Dante chiama amore.
“La mia poesia è dedica. Nient’altro. Anche quando è testimonianza, è dedica” raccontava Maria Grazia Calandrone in un’intervista di qualche tempo fa (qui) e sono dediche i testi che compongono la sezione Tempo reale, dove la parola poetica tocca vertici altissimi (basti leggere Fototessera di Lucia Galante scritta per la madre naturale dell’autrice o Interiore invernale, per la nonna Gaetana, ma anche Dell’utopia del volo, per Marcello Benvenuti, record italiano di salto in alto 1989). In ognuno di questi testi la vicinanza con l’altro è totale, la parola consente di rompere una distanza, riesce a farci sentire, a far vibrare all’unisono la nostra materia insieme alla materia di questo indescrivibile, inafferrabile (meraviglioso)/ mondo. (altro…)