Ci sono cose da imparare da Montieri: poesia, umorismo e motto di spirito

 

Le cose imperfette, il terzo libro di Gianni Montieri (LiberAria Editrice 2019), è innanzitutto un libro dove si sente trascorrere il tempo. La prima sezione, Lettere aperte al fronte sudamericano, può ricordare un canzoniere d’amore, ma un amor de lonh, in cui l’amata è distante, molto, per l’appunto in Sudamerica. E allora la quotidianità più o meno indaffarata è anche disseminata di segnali, interferenze, rivelazioni improvvise che accendono il presente o trasfigurano periferie milanesi: «ti scorgo riflessa/ appena sopra il cartellone Calzedonia» (p. 13); «Per il tuo odore/ basta un asciugamano, una tazza» (p. 15); «bidoni da riciclo colmi/ di cartoni da pizza e sciocchezze/ nel Sudamerica di Affori» (p. 16). Il senso di una narrazione diffusa fa dunque tutt’uno con il tempo dell’attesa che si va colmando: «noi sopra le poltrone/ tutto sarà dove deve stare, a casa» (p. 33). La sezione centrale, Le persone rimaste, fa invece i conti con la perdita, con la “paura della morte” (p. 48): traspare la cronaca cruenta (che già si era palesata nella sezione precedente, con la tragedia dei morti in mare), le storie di Cucchi e Mastrogiovanni, Giugliano in fiamme, ma anche lutti più privati, e la salvaguardia della memoria («“LuigiUltimo” salvato con nome», p. 69). C’è spazio pure qui per gli affetti presenti, per le abitudini tenaci, ma il tutto proiettato su uno sfondo caduco, e impreziosito dal senso dell’inevitabile, come si legge nel bellissimo testo che chiude questa parte: «Mi interessa il futuro/ sapere come diventeranno/ le sedie, le poltrone/ con cosa le sostituiremo/ se ci invecchieremo sopra/ […] tireremo indietro il piede/ e voltandoci vedremo punti/ grigioazzurri ognuno mancanza/ ognuno cosa perduta» (p. 79). Nella terza e ultima sezione, che rappresenta forse il capolavoro del libro, il tempo viene infine scandito dalla crescita e poi dal ritirarsi della marea a Venezia.

Fin qui sto parlando del Montieri poeta, ma in molti sappiamo che esiste anche una sua scrittura assidua e proficua sui social, e in particolare su Facebook, dove fa mostra di una verve godibilissima, romantica e surreale, come una Napoli immersa tra nebbie nordiche. Non lo dico solo perché alcuni di questi testi hanno già circolato, perfettamente a loro agio, su quello spazio virtuale, ma soprattutto per il percorso inverso di un certo linguaggio, di una certa creatività da un contesto extra-letterario verso le poesie e infine dentro il libro. Dunque, quello che Montieri propone su Facebook, spesso e volentieri, sono riuscitissime e fulminanti battute. Una in particolare, di un anno fa, in piena emergenza per l’acqua alta, recitava così: «Oggi pomeriggio, tra Ca’ Foscari e San Barnaba, un francese mi domanda dove si trovi “Calle della Madonna”. In piena ribellione napoletana ho risposto: “Si è pe jastemmà, so tutte Calli della Madonna, frate”» (post del 29 ottobre 2018). Questa battuta, ricomposta e riformulata, riappare in un testo del libro: «Capita di incrociare un uomo/ in cuffia da piscina, giubbotto/ costume da bagno e stivaloni;/ un francese con l’acqua alle ginocchia/ mi domanda dove sia calle della Madonna/ gli rispondo in napoletano/ che lo sono tutte, poi ci salutiamo» (p. 87). Evidentemente Montieri nella battuta su Facebook giocava al gioco di una falsa logica, fingendo di travisare la domanda del francese, e in realtà sfottendo bonariamente l’ostinazione dei turisti, che pure con l’acqua alle ginocchia continuano a cercare una qualche “Calle della Madonna”, quando invece qualunque calle in quel momento sarebbe buona per imprecare. Nel riutilizzo poetico della battuta, tolta la coloritura dialettale, si attenua l’ironia nei confronti del turista, acquista invece forza il sentimento trepido di un malessere comune. Va infatti da sé che una poesia, diversamente da una battuta, non voglia suscitare il riso, ma può condividerne, come abbiamo visto, la tecnica, per così dire addolcita negli effetti. Era stato Freud a dirci in modo sistematico che quei brevi e piacevoli testi che chiamiamo barzellette (o motto di spirito, o Witz), se analizzati con intelligenza e serietà, rivelano sempre una qualche forma di ribellione nei confronti della società e del mondo (Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, 1905, e famoso su tutti il motto del salmone con maionese: proprio a partire da quel saggio freudiano, che in definitiva parlava da cima a fondo di letteratura, pur se nelle forme brevi e sottovalutate dei motti, Francesco Orlando ha fatto la sua illuminante proposta di una teoria per l’appunto freudiana della letteratura, vista quest’ultima come difficile equilibrio tra un’istanza di repressione e un’altra di represso). Anche il semplice gioco di parole fine a sé stesso denota ad esempio una certa insofferenza verso la razionalità adulta e il buon uso acquisito del linguaggio. Ne consegue insomma che Facebook, così come tutti i nostri discorsi quotidiani, è pieno zeppo di letterarietà, di poesia potenziale – a condizione di intendere per letteratura non solo i discorsi istituzionalizzati, ma un certo uso del linguaggio figurale. Mi sembra che Montieri senta con evidenza questa vicinanza, non solo nell’assunzione, dentro la sua poesia, di una discorsività colloquiale e quotidiana, ma anche nella ripresa della tecnica tipica dei motti di spirito, che dietro una facciata di falsa logica, di cattivo sillogismo, e al limite di assurdo, colpiscono in realtà bersagli più grandi e importanti. Come per il turista nelle calli allagate, e il finto malinteso nella risposta, si attenua e distende il carattere fulminante del Witz, ma non cambia la tecnica, quella cioè di affermare qualcosa di reattivo dietro una facciata di travisamento. È un trucco che troviamo nella letteratura del comico e dell’assurdo, per lo più teatrale e romanzesca, più raramente nei poeti, Montieri sembra invece farne un uso particolarmente naturale e brillante. Prendiamo ad esempio e per intero un altro testo (p. 67):

Qualcuno mi ha detto “Non aver paura
di essere lirico”. Mi sono fatto coraggio
e ho cercato nell’armadio qualcosa
da mettermi dei colori e dei tessuti
che mi accostassero al lirico, la cosa
di cui non dovrei aver paura.
E chi ne ha? Ma posseggo solo jeans
pullover grigi, neri e blu, camicie
di cotone organico. E se mi sposto
in libreria trovo penne Muji, tutto
in me è troppo contemporaneo
dovrei fare un settenario oppure
un novenario ma dopo della t-shirt
verde presa a Berlino che ne faccio?

In questa replica deliziosamente fuori fuoco possiamo sentire per prima cosa lo sbarazzarsi di troppe questioni contro il non bene identificato lirismo, divenuto quasi uno stigma presso ambienti poetici navigati. Ma è anche in fondo la messa in ridicolo di tutte le etichette, letterarie e non, che ci mettono addosso, mentre invece indossiamo «solo jeans/ pullover grigi, neri e blu, camicie/ di cotone organico». Di nuovo, dietro un’apparenza spiritosa di fraintendimento abbiamo incontrato una piccola ribellione, una contestazione dell’esistente, un frammento di verità (nessuna etichetta può corrispondermi veramente, nessuna definizione può contenermi per intero). Torniamo invece fra le maree, e incontriamo questi versi (p. 83):

La marea non rispetta gli orari
astronomici è scritto in piccolo
in fondo al bollettino, prima
dell’angoscia che verrà
mi domando quali siano le ore
da rispettare (l’alba di Matera
il tramonto di Campobasso)

Direi che i due riferimenti geografici volutamente strampalati servono a denunciare e a esasperare quello che i bollettini non dicono apertamente, e cioè la nostra impotenza rispetto a certi fenomeni naturali, il dovere di obbedire alla “padrona di casa che è l’acqua”: solo in apparenza ragiono male, in realtà so benissimo, quanto e più di voi che mi informate, in che situazione mi trovo. In un altro testo si nomina e si cita David Bowie, accanto ai rumori della gente comune di un condominio, e così nel finale leggiamo: «Sempre mi stupiscono cose come/ la gente che entra ed esce da casa/ o rockstar che hanno scritto/ i loro capolavori su un quadernetto» (p. 58). Anche qui è avvenuta una sorta di risparmio psichico, per cui uno spirito cinico potrebbe commentare: ma come, ti stupisci per qualcuno che rientra a casa, o che le rockstar siano in fondo persone come le altre? Ma è proprio da questo incantamento e sospensione di un’accettazione adulta del mondo per come va che nascono la risata del Witz e lo stupore della poesia, ed è come se il testo ci dicesse: non sapete cosa vi perdete a non incantarvi come me, a non credere che Bowie sia Dio (e Dio non scrive sui quadernetti), a non trasalire per l’ordinario (per “l’ovvio”, come recita un’altra poesia a p. 70) che accade intorno a noi. Prendiamo infine un verso come «Ci sono cose da imparare dal cane» (p. 15), l’inizio di un componimento così delicato che la traccia del Witz risulta in esso davvero esile. Eppure proprio quel verso può ricordarci la buffa enfasi di certi amanti dei cani, e attira per questo la nostra attenzione. Siamo così spiritosamente predisposti a una nuova verità, che cioè davvero i cani possono insegnarci qualcosa, e che gli animali hanno una guida interna infallibile, il loro attaccamento è lineare, molto più del nostro, senza infingimenti e ripensamenti, gli basta «strofinare la faccia sul divano».

Per concludere vorrei provare a descrivere un atteggiamento più generale che attraversa la scrittura di Montieri, che non è soltanto “spiritosa” (nei modi che ho provato a definire), ma anche “umoristica” (e vedremo adesso in che modo). Diciamo innanzitutto che per Freud l’umorismo a differenza del Witz contiene qualcosa di “grandioso e nobilitante” perché l’umorista “ha spostato l’accento psichico dal suo Io trasferendolo sul suo Super-io”, riuscendo così a guardarsi dall’alto verso il basso e a rassicurarsi come fanno i genitori con il bambino (rimando al brevissimo e denso saggio freudiano del 1927, intitolato proprio L’umorismo). Famoso è l’esempio fornito dallo stesso Freud del delinquente condotto alla forca di lunedì che commenta sbottando: «Questa settimana comincia proprio bene!». Come per il motto, non voglio dire che Montieri persegua nella sua scrittura poetica effetti di comicità, credo però che in qualche modo, con un altro obiettivo, la sua scrittura adoperi in effetti tecniche vicine a quelle del battutista, e anche dell’umorista. Mi pare ad esempio che sposti l’accento psichico dal suo Io verso il Super-io quando un peso di notte sul petto, l’ansia, il pensiero della morte e del passato si rivelano invece soltanto «afa,/ una seccatura estiva» (p. 48), con una risoluzione auto-consolatoria e adulta che calma la paura, e che ha molto di un intervento genitoriale nell’infanzia. C’è poi una situazione narrativa che è già quasi un topos nella sua poesia, e cioè la cognizione di un dramma che non ci riguarda direttamente mentre si è affaccendati tra piccole cose quotidiane: «Qualcuno ha parlato di malattia/ mentale, io avevo il caffè sul fuoco/ e una sfogliatella a scongelare» (p. 49); «Ho visto un video girato in Libia/ 40 secondi, un foro nella testa di qualcuno/ […] Devo rivederlo molte volte/ mi distraggo, arrivano mail/ tossisco e ho finito lo sciroppo,/ […] c’è un massacro dietro casa/ e io non trovo il certificato medico» (Avremo cura, Zona 2014, p. 31). Non c’è cinismo, e nemmeno humour noir nello stridio tra la tragedia degli altri e un’intimità domestica protetta; c’è invece la rassicurazione, non scevra da senso di colpa, di essere al sicuro, di non essere noi quelli, e una sorta di godimento egoistico dell’Io: il sollievo umoristico, dato dal contrasto (lì è così, ma qui va tutto bene, a parte la tosse), convive dunque stavolta con la promessa di un confronto soltanto rinviato (di quel dolore dovrai saperne parlare senza distrazioni, ed è infatti ciò che avviene in altre poesie). Infine, nei sette testi contenuti nella terza sezione Previsione di marea, che costituisce quasi un poemetto a sé stante, ci viene raccontata una Venezia in stato di allerta (e si ammiri intanto la bellezza di questi versi: «Una volta mi hai detto la città/ è svenuta ci conoscevamo appena/ oggi che anche io perdo i sensi/ dentro Venezia, insieme a te/ rinasco», p. 86, uno «svenimento» che era già stato annunciato cinque anni fa, nel libro precedente: «Mi parli di una città svenuta/ movimenti lenti -silenzio-», Avremo cura, p. 18). La marea minaccia, spaventa, ricorda la morte, ma non è la morte. Ha invece gradazioni, livelli, codici differenti, in cui il precedente era comunque preferibile («Marea molto sostenuta codice/ arancio quel che di solito temiamo/ rassicura», p. 84); è una preparazione continua al peggio che non arriva (“poi la sera con noi tutti/ al pronto soccorso in emergenza/ senza controllo davanti alla morte”, p. 85). E allora proprio in un libro che parla così tanto della morte, questo finale sulle maree è un grande, consolatorio spostamento di accento (alla maniera dei genitori o del Super-io) su una sventura, una calamità reversibile, che quando sembra arrivare al colmo, ecco che la vediamo – e basterebbe questa immagine a dare valore a tutta l’opera – «voltarsi come un nuotatore/ e ritornare indietro» (p. 89).

@ Andrea Accardi

 

6 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.