Giorno: 7 ottobre 2019

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine – nota di lettura

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio 2019, 16 euro

Sta di fatto che Sacca, per tutta risposta, ha chiesto a Giulia di bussare sul muro di camera sua, e a me di andare a bussare su quello della camera per pellegrini globali, entrambi confinanti con la parete che stava auscultando da chissà quanto.
Così Sacca, con la faccia di chi si è appena svegliato dopo un turno di notte, ha fumato sei sigarette e si è messo ad abbracciare pareti, ci dice ma voi vi siete mai accorte che avete un gradino sotto il termosifone? E noi: ma non è un blocco di cemento?
Sì, ma è un gradino, e questa parete dietro è vuota. Non lo vedete che le due stanze sono distanti tra di esse il doppio rispetto alle altre?
Hai veramente usato “tra di esse” nel parlato?
Sì, che problema c’è?
Nessuno, sono solo molto ammirata.

Questo è il punto della narrazione in cui dovrei spiegare, in modo abbastanza misterioso, ma non pedante, di come Giulia e io abbiamo in più di un’occasione sognato questa casa con una diversa planimetria, che lì dove c’è il gradino comprendeva una stanza in più, oppure un passaggio che portava al piano di sotto. Dovrei dunque arrivare sino a Sacca che conclude che, dato il diametro, lì è per forza stata murata una porta di accesso a una scala che saliva o scendeva verso qualcosa (un sottotetto? un’altana? l’appartamento dei vicini?). Se fossi proprio bravissima arriverei a metterci delle picconate, e un cadavere mummificato sui gradini nascosti, un’urna, lettere segrete, un tesoro, avendo così buone possibilità di essere a posto con il reddito dell’anno fiscale successivo alla pubblicazione.

Esiste questo libro flâneur, capitolato come un’esperienza dickensiana e vivace come Tre uomini a zonzo (non in barca, perché manca di una sua volontà propriamente comica). Si chiama Perché comincio dalla fine, è di Ginevra Lamberti ed è uscito, da poco appena, per Marsilio. Ginevra Lamberti comincia dalla fine, dalla morte di tutti noi e specialmente quella altrui, su questioni che a nominarle possono apparire macabre e invece sono gustose come le olive con lo stuzzicadenti, una collezione di racconti sul passaggio, una sequela di incontri, tutto un dedalo di riflessioni e nulla che non sia leggero, dagli episodi più frizzanti a una rispettosa (mi si passi la parola) quiete. (altro…)

Bustine di zucchero #16: Pico Tamburini

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Tamburini

Il nome di Pierfrancesco (detto Pico) Tamburini sembra non comparire nelle antologie. A parte le note sintetiche delle quarte di copertina dei suoi libri, non è facile recuperare suoi dati biografici uniti a un canone capace di illustrarne i momenti creativi più importanti. Incarna, in tal modo, la figura del poeta schivo e appartato, non “ufficiale” o non “di professione”. Sappiamo che nacque a Firenze nel 1929, si laureò in Lettere e Filosofia con una tesi in estetica e coltivò la sua attività di poeta parallelamente alla professione di pubblicitario (fondò l’agenzia Leader). Ha pubblicato circa nove raccolte di poesie (la maggior parte edite da Rusconi), e una di queste, Atti di una ricerca, entrò a far parte della collana dello Specchio Mondadori nel 1993. Una delle più interessanti è senza dubbio Bianco e vermiglio. Il titolo ricorda i due colori con cui Jacopone da Todi, nella sua lauda Donna de Paradiso, dà voce alla sofferenza della Madonna per il figlio crocifisso («Figlio bianco e vermiglio»). Nella lauda sono quindi i colori della vita e della morte, mentre nel libro di Tamburini narrano la creazione («E il corpo umano/fu costretto ad essere/era/bianco e vermiglio»), l’essere umano, catapultato sulla terra, in un’esasperante ricerca di senso nel suo vagare. In questa prospettiva, la parola prende una consistenza biologica, dice Giorgio Luti nella nota al libro (consistenza già avviata nel precedente lavoro Dialoghi delle parole), dimensione imprescindibile dalla corporeità che essa comunica. Nella necessità impellente di codificare il caos, l’uomo sperimenta una ferita la cui ispirazione alla conoscenza si realizza in un’invenzione linguistica viva e, al suo substrato, controllata. Fra l’esserci e l’essere si crea una tensione dialettica, una dinamica, un’azione. Tuttavia c’è un momento di silenzio antecedente all’agire. Allora sostare è già riflettere, osservare; è l’attimo in cui la coscienza di sé o di qualcosa emerge con spontaneità. Aver luogo e non luogo manifesta una duplice e, al tempo stesso, unica condizione della ricerca – avvicinamento e straniamento, cuore e riflessione, corpo e mente, natura ed esistenza, percezione e coscienza. La parola poetica, risultato di un’indagine sensibile e speculativa, prende, proprio come l’essere umano, una strutturazione vitale di corpo e sostanza, guscio e nucleo, un’unità assimilata ai colori e che dai colori si irradia.

Bibliografia in bustina
P. Tamburini, Bianco e vermiglio, Milano, Rusconi (Introduzione di G. Luti), 1991, p. 24