Giorno: 3 ottobre 2019

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo

Giampaolo De Pietro, Dal cane corallo. Disegni di Francesco Balsamo, Arcipelago itaca 2019

Dal cane corallo (Arcipelago itaca 2019) di Giampaolo De Pietro provengono scatti improvvisi, scarti, attese guardinghe e soprattutto tanto, tanto camminare.
L’autore dei versi dichiara che il Cane Corallo è il cane-meticcio cane-da-caccia Tobia, e già il nome apre la via a una serie di associazioni che vanno dal testo biblico alla serie televisiva in bianco e nero di quando al pomeriggio c’era “La TV dei ragazzi”.
Ma Tobia ha una sua personalità fatta di paure e di attenzioni, di mimetizzazioni – «Il cane corallo/ corteggia ogni cespuglio/ fino a sembrare un gatto (che fa le fusa/ e contro il primo che passa si struscia)» – e di attese in sconosciute scansioni del tempo: «il cane a muso stretto per/ la quiete irriflessa dalla bocca/ aperta di sempre, la lingua pendente/ sua attesa di appendersi all’aria del prossimo/ autunno, chissà che nome hanno le stagioni/ delle sensazioni per lui, il cane».
Nel suo camminare, che alterna i movimenti del battere e del levare, che è cadenzato dal fiato e dal fiuto (oltre il semplice e non sorprendente gioco di parole, vale la pena di indagare su questa “altalena del respiro”), si sollevano, si sprigionano domande. O siamo noi umani a immaginare, a ipotizzare quesiti e interrogazioni, a esprimerli sproloquiando, lingue verbose a fronte delle lingue lunghe, ma mute di idiozie, del cane?
Anche questo interrogativo anima le pagine di Dal cane corallo, ed è un interrogativo legato sia all’incontro tra due dimensioni esistenziali, canina e umana, sia agli strumenti espressivi e comunicativi in senso ampio:

La lunga lingua del cane,
per non sapere dire scemenze,
la lingua lunga dell’uomo,
per l’eccesso – opposto – contrario (altro…)

Maria Benedetta Cerro, La congiura degli opposti (nota di Giuseppe Varone)

 

La congiura degli opposti ossia la traducibilità del silenzio

La volubilità dell’anima basta a reprimere, ad alterare la forza del poeta, che nella sua natura riconosce il segreto della mai effimera brevità di ogni illuminazione lirica, evanescente ma non transiente, giacché permanente nella sua inappagabile perpetuità, come fosse controfigura dell’oblio e memoria che brucia nel gelido fuoco della solitudine.
Nell’opera di Maria Benedetta Cerro – La congiura degli opposti (LietoColle, 2012) – si individua il timbro netto e la forma sciolta, la linea nitida e leggera, come pure la temperanza espressiva che finemente contorna il profilo dell’Es, raggiunto nel senso squisito del suono e del modellato ottenuto in esistenza di pena, sorella della creazione. Ogni stanza possiede un tempo entro il quale appare agevole l’ardua permanenza dell’artificio, che vela e non accompagna le disarmanti virtù, vigorosamente irroranti l’indefinita proiezione dell’esistente.
La Nostra è poetessa che indulge senza tregua alla meditazione sul mondo e le sue sfumature, sull’uomo e le sue molteplici apparenze, nonché sui principi che plasmano il vivente, contemplati dal di fuori e poi serbati nell’enigma della parola: la brevitas e la risonanza trainante di un canto silenzioso, evocativo leggende senza perimetro, narrano la mitopoiesi del suo universale soggettivismo, sussistente nell’istinto della propria diversità.
La tenuità dei sentimenti riecheggia nella pronuncia poetica di ogni segno accorto, ritrovato nell’abisso, dove altri non inclinano; ascesa e amorevole elevazione in un’indicibile lontananza che avvince e ammanta. La realtà scompare e rivive il suo senso, senza regole precorse, vergine come lingua di donna, primordiale e autentica come grandi occhi d’infante. (altro…)