Mese: ottobre 2019

Se “il cuore non si vede”: intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio, “Il cuore non si vede”, Einaudi 2019, euro 17.50

Chiara Valerio è leonardesca. Dottorato in matematica, splendida prosa, occhio acuto e lingua critica, grande talento nel far brillare gli altri. Verrebbe da dire: viva la letteratura che ce l’ha. E guarda un po’, è la nostra.
Perché al momento presente Chiara Valerio è (tra le altre cose) saggista e traduttrice, drammaturga e redattrice, ma soprattutto autrice di romanzi, biografie della matematica, migliori definizioni di cosa sia una persona agli occhi della sorella minore (“la via la verità la vita”, in Spiaggia libera tutti, Laterza 2010), personaggi come Antonia Speranza (Nessuna scuola mi consola, Nottetempo 2009), sorta di Pizia di Dürrenmatt da collegio docenti dallo spiccato dono dell’ipotassi, e di uno dei più bei compianti  della storia dell’arte (in Almanacco del giorno prima, Einaudi 2014): un ragazzino disteso tra gli oleandri.
È da poco in libreria con Il cuore non si vede, per i tipi di Einaudi. Per chi bada al cosa, Andrea Dileva si sveglia una mattina senza un cuore, e una cadenza dopo l’altra, pure in un organismo funzionante, deve dire addio a molti organi. Per chi bada al come, c’è una cosa che salta all’occhio e che è presente in tutti i libri di Valerio, tanto da fornire loro una sorta di impronta di velocità scoiattolesca: mantenendosi all’interno di una terza persona singolare, la cifra di Chiara Valerio con la lingua è connessa a una pratica ferrea nello stare ancorati al procedimento del pensiero, e nel saperlo riprodurre. Ne viene un libro che dirige specie le primissime pagine a mimesi perfetta della formazione del concetto, l’incapacità della mente umana di registrare il reale fissando il fuoco, per quanto fondamentale sia l’argomento. Anche quando ci si sveglia senza un cuore, e la cosa dovrebbe occupare ogni sinapsi, l’inevitabile funzionamento del pensiero è a metà tra approfondimento e digressione. Ci si sveglia senza un cuore, e ci si chiede – una serie infinta di cose, non necessariamente collegate tra loro, accanto allo stupore su chi abbia scelto, per le pareti, quella precisa gradazione di grigio. E questo perché approfondimento e digressione, e quella precisa gradazione di grigio, sono sangue e vita, la reale realtà accanto e nonostante la fiaba di un organo perduto. In parole povere: quando non si è più quelli di prima, non lo si è rispetto a chi? Così in questo romanzo di sparizioni spariscono organi e ghiandole, giocatori di nascondino, donne delle pulizie in imbarazzo. E a stento le parole riescono a fare mondo, nell’identità tra i verbi servili, nel “dubbio tra stare e andare”, nel “chiamarsi, forse, questa era l’avventura”, in un istinto golemico a non sfumare. (altro…)

Andrea Breda Minello, Rune. Inediti

RUNE

LAGUZ ᛚ

Cosa ne sanno i vicini del tuo canto
Estivo che sovrasta quello sgraziato
Delle rane che non si arrendono a
Perpetuare lo strazio del male

Cosa ne sanno i vicini degli abusi che
Hai subito da bambino, cosa ne sanno
Dell’emarginazione, del rifiuto di un
Corpo che non hai mai sentito reale.

Ai vicini basta che l’orario condominiale
Sia rispettato, il decoro che poi uno può
Fare quello che vuole, ma se si va in bici
Con la minigonna, poi i bambini si potrebbero
Turbare… Che poi dicono che faccia entrare
Ospiti a tutte le ore… No, non sono affari nostri…

Cosa ne sanno i vicini del tormento di Liù
Di una schiava innamorata in una sera
Di luglio a profetizzare il tuo squarcio

Quando ero in Brasile volevo entrare in
Convento, fare del bene, adottare gli orfani
Non si può dire dell’abbandono…
Se canto tutto scorre e torno felice, quando
Canto non sento le voci, le sirene, non ci sono le
Stanze d’ospedale, le lavande gastriche, il terrore
Del tumore, all’inizio pensavo di serbare
Una vita dentro la mia pancia…

Cosa ne sanno i vicini di un sogno
Infantile reso armonia dall’aria di Armida

Se canto tutto scorre e torno felice
Dio crede che anch’io sia una sua creatura.

È stanca, smette di parlare, ci sorride,
Torna a passeggiare lungo il confine del giardino

 

URUZ ᚢ

Sapessero tutti che l’irruenza del toro
La forza primordiale
Del cosmo

Non può essere imprigionata
Nelle reti illusorie dell’io-mondo

Nelle trame del cacciatore del tempo
Quando in principio vi era solo il silenzio
Del vuoto

Sapessero tutti che dall’irruenza
Del toro

È nata la sofferenza dell’anima
Per il corpo

Prima ancora della parola

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Caregiver Whisper 88

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

Francesco De Napoli, Ventilabro – Scotellariana (rec. di Tommaso Di Brango)

 

Francesco De Napoli, Ventilabro – Scotellariana. Prefazione di Emerico Giachery, Roma, Edizioni Graphisoft, 2019

Al termine di Ventilabro – Scotellariana (Roma, Edizioni Graphisoft, 2019) si legge: «Cervaro, 2012-2019». Si tratta di un’annotazione paratestuale molto interessante: con essa, infatti, Francesco De Napoli mostra che questo pur agile poemetto lo ha impegnato per un lungo periodo di tempo e comunica indirettamente l’importanza che gli attribuisce.
I temi toccati in Ventilabro, del resto, sono tra i più ricorrenti e problematici dell’ormai lungo percorso letterario del poeta lucano-cassinate. Il rapporto con la Lucania e il modello costituito da Rocco Scotellaro animano infatti la scrittura di De Napoli almeno dagli anni Ottanta. Con questo poemetto, tuttavia, l’autore non si limita a far ritorno a questi problemi, ma al contrario intende risolverli una volta per tutte.
Finora, infatti, la Lucania era apparsa a De Napoli come una sorta di “terra di mezzo” tra realtà e fantasia, mentre Scotellaro era stato parte di un suo personale ed eterogeneo Pantheon etico-civile e letterario. Con Ventilabro, viceversa, il poeta non ha più dubbi: l’universo antropologico che lui finora aveva identificato con la sua terra natale ha consistenza esclusivamente nella sua fantasia («In labirinti di svelati non luoghi l’anima vinta / si perde e si sazia. Placata, è resa alla terra»), mentre a Rocco Scotellaro occorre riconoscere una priorità rispetto agli altri, pur valenti maestri incontrati lungo il cammino (e da questa presa d’atto deriva il sottotitolo di Ventilabro).
Per ciò che concerne la Lucania, il discorso consegnato a Ventilabro affonda le sue radici nel vissuto biografico di un autore deciso a non recidere il legame con la sua terra natale ma, al tempo stesso, costretto dalle circostanze a non essere partecipe delle sue vicende («“È il Sud”, / sbagli. T’ingannò / il lungo errare», Carte da gioco). Ricondurre il tutto entro il recinto del biografismo, tuttavia, sarebbe un errore perché comporterebbe un’indebita sottovalutazione della densità ideologica e storico-antropologica della riflessione di De Napoli, che in Ventilabro trova significative consonanze con l’accorata denuncia del genocidio culturale in atto nella società dei consumi fatta dall’ultimo Pasolini.
La condizione di fatto fantasmatica che egli attribuisce alla Lucania è infatti diretta conseguenza di una globalizzazione capitalistica che ha spazzato via le antiche identità locali – con tutte le loro contraddizioni, ma anche con tutto il loro spirito comunitario – per sostituirle con un’umanità spaesata, priva di punti di riferimento culturali e valoriali. In proposito penso soprattutto al Canto II del poemetto, dove De Napoli offre una vera e propria panoramica dei veleni prodotti dal Terzo Millennio nella sua terra: dai «gratta e vinci» rifilati da una «discinta megera» ai «naviganti gai // terracquei e satellitari» fino ai «tossici // sversamenti» della malavita organizzata, dai «cascami di petroli e acque minerali» ai «pronipoti / dei briganti scolalagane» che si atteggiano a «borgatari industriosi» ed esibiscono «abiti griffati, unghie curate, dorati bracciali». La Lucania post-bellica, rimasta impressa «sulle oleate tele e fruttate carte di Levi Carlo», è, insomma, solo un ricordo d’infanzia: di essa non rimane traccia nel presente.
In merito a Rocco Scotellaro, il favore riconosciuto da De Napoli ha una matrice essenzialmente etico-civile. Come emerge chiaramente dall’incipit del Canto I di Ventilabro, infatti, il poeta di Tricarico appare ai suoi occhi come un modello culturale e valoriale da contrapporre a un’umanità rapace e priva di scrupoli, stolidamente dimentica della sua lezione: «La terra noi consumiamo da protervia / infame appagati, indegni e vili mietitori, // dissipatori incauti di memorie e valori / senza espiazione né remissione. // Taccio se mi figuro la tua sorte, d’idee / e carne a sembianza dei padri, // esempio numinóso d’inconsunti tributi».
Quella in favore di Rocco Scotellaro non è però, per De Napoli, una scelta indolore. L’immaginario poetico e civile dell’autore de La dinamica degli eventi (1983) ha infatti sempre attinto a una gran quantità di fonti e modelli, tra cui figurano personalità del calibro del già menzionato Pier Paolo Pasolini, di Paolo Volponi, Evgenij Evtushenko, Cesare Pavese ecc. Ma, soprattutto, a contendere il ruolo di nume tutelare al poeta di Contadini del Sud c’è Leonardo Sinisgalli, che oltre a essere l’altro grande poeta lucano del Novecento è, agli occhi di De Napoli, un modello a tutti gli effetti alternativo a quello di Scotellaro. (altro…)

Concordanze e approssimazioni di Francesca Marica. Nota di lettura

Francesca Marica, Concordanze e approssimazioni, Chioggia, Il leggio, 2019, € 15,00

Fare poesia nel significato di edificare verbalmente sciogliendo le libertà − autoriali e scrittorie − dentro qualcosa di più alto, senza dimenticare un tratto tensivo che sia anche iconico: laddove l’immagine si staglia, allora, ritornare alla complessità della vita, della parola e dello sguardo in quest’ordine che apre al fuori, al lettore. È questo che Francesca Marica sembra produrre con la propria poesia in Concordanze e approssimazioni (Il leggio 2019): uno spostamento interno tra “l’esatta corrispondenza” e “l’avvicinamento”, i due poli del titolo che convergono tematicamente all’unisono in alcuni nodi di ritorno nei testi della sua raccolta, nodi che si espandono sulla pagina senza invasioni o accrediti. Laddove le altezze figurative sorgono per poi ritirarsi si addensa una complessità che agisce tra realtà e mimesi − tra corrispondenza e avvicinamento, appunto. Ecco allora che i temi − forse i più sentiti sono la storia, l’inverno, il bianco, le presenze umane, la misura, il silenzio − già rilevati in alcune poesie proposte sul nostro blog (qui) rendono resiliente non soltanto il “fare” ma la ragione poetica fondante (o almeno così intesa) dello scrivere per Marica: una ragione che dilaziona e differisce restando estranea a condizionamenti, e in questo dimostrante la propria levità anche dove i contenuti non volgono verso uno scioglimento. Francesca Marica ricorda una linea e direzione entro cui riconosciamo anche altri nomi, tra cui quelli di Davide Valecchi (qui) e, per altri motivi, di Elisa Biagini (qui). Non soltanto un comune sentire il loro agli occhi del critico ma una convergenza ideale di intenzioni che rianimano e ritessono all’infinito le possibilità di dire (e dirsi), fuori dalle maglie di una liricità egotista. Questi autori riconvertono secondo canoni propri le derive e gli approdi che in poesia oggi si possono praticare a raggiungere.

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© Alessandra Trevisan

Il libro di Francesca Marica insieme a In giardino di Viviana Fiorentino (di cui si è trattato qui), saranno ospiti, il prossimo 6 novembre, al Caffé letterario Colibrì di Milano per una presentazione pubblica insieme a chi scrive; info su http://www.colibrimilano.it/

 

Bustine di zucchero #19: Natan Zach

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Zach - Copia

L’usignolo è volato via. Come in esilio volontario e, nel pieno significato della locuzione latina attribuita al filosofo Biante, portando con sé tutto quello che ha: se stesso, la sua dignità. Ci si accorge ora dell’assenza quasi più della passata presenza, considerata ormai abituale, addirittura scontata. Un bene di comodo per allietare i momenti col suo canto? Ma, dietro la leggiadria, ne abbiamo ascoltate davvero le inflessioni, le modulazioni, la cadenza, la dizione? Siamo sicuri che, nella dolcezza della melodia, non vi fosse tristezza? Forse, col senno di poi (ma perché sempre poi?), qualcuno si rende conto dell’importanza di quest’uccello che, ci ricorda Pausania, quando era tempo di nidificare, si posava sulla tomba di Orfeo, e allora il suo verso si faceva più forte. Altri invece, come leggiamo nei versi di Natan Zach, non prestando molta attenzione alla dipartita dell’usignolo, criticano persino la sua dote naturale, si chiedono della sua utilità per poi concludere che se ne può fare benissimo a meno. Si può fare a meno del canto? Si può fare a meno dei poeti? Definita da Ariel Rathaus una “poesia del disagio” quella dell’ultima fase dell’autore israeliano (L’usignolo non abita più qui dà il titolo ad una raccolta del 2004), la scrittura di Zach esprime il dolore, il malessere «nei confronti della società in cui il poeta si sente sempre più isolato, disagio per la spirale di violenza che travolge in Medio Oriente tutto e tutti e che sembra ormai essere l’unico linguaggio politico possibile, per la crisi della poesia in un mondo irretito dai volgari incantamenti della comunicazione di massa». Nell’affrontare i temi attinenti alle sue origini e alla sua cultura (la ricerca irrisolta della patria, il conseguente senso di sradicamento e di esilio, la lingua quale luogo di verità), egli impiega uno stile scarno, essenziale, tagliente come il filo di una lama, ma vi riporta dentro un profondo e tormentato carico di umanità, per cui dietro la liricità si scopre un’ironia attraversata dall’amarezza e dalla commozione, senza rinunciare a fare della poesia la voce della coscienza. Se l’usignolo sceglie di migrare, e nella migrazione possiamo ravvisare simbolicamente il silenzio del poeta, figura talora inascoltata dai più, Zach sceglie al contrario di dar timbro e suono a questo silenzio. Ancora una volta, è la necessità impellente di trovare una via per riscattare l’uomo dalla sua fragilità. Si può, quindi, fare a meno dei poeti?

Bibliografia in bustina
N. Zach, Sento cadere qualcosa, Torino, Einaudi, 2009, pp. xii, 173.

I poeti della domenica #404: Andrea Zanzotto, Dove io vedo (II)

 

DOVE IO VEDO

II

Troppo scarsi occhi per tanta ricchezza,
o cuore troppo lento per tanto amore,
per tutto il sole, mia voce
soltanto umana

Infinito letargo e spasimo,
contestato dominio
– montes exsultastis –
e barbaglio di fiori
più che la mia mente
palpitanti, gemebondi
più che di vita,
fiori che mai l’inverno calmerà
che mai lacrime scioglieranno,
troppo tremore per il mio chiuso corpo

Messa a fuoco è l’ansia nell’augusta
profondità dell’ora nona,
e settembre per sempre
nell’azzurro fruttuosi cieli
apre al genio inquieto del sole.

 

da Vocativo, in © Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Mondadori, 2011

[qui la prima parte]

I poeti della domenica #403: Andrea Zanzotto, Dove io vedo (I)

 

DOVE IO VEDO

I

Favore, aroma appena
fiatato, estate che scuotesti
dal seno aperto di settembre
spighe ed erbe su tutta la terra
ed eccitasti l’immaturo sole
e il sudore benigno
e il pigro verdeggiare
d’uve tra argille e nubi,
breve fervore in cui mi riconosco
sopravvissuto, ovunque, ovunque l’occhio
mio già lebbroso accendi?
Non su tutta la terra,
non dovunque ma solo
dove oggi mi rinvenni,
dove scelse il mio cuore.
Tenerissima valle
che un filo di frescura apre a ricetto
di fragole e di gocciole,
alluso lume di mattina,
tu animato Soligo
poveri specchi e povere penombre:
dove sei che davanti a te e nel tuo
sottile definirti io sto per sempre e invano
ed invano ti parlo mio solo nutrimento?
Ma oggi qui accadesti, oggi dalie e campanule
e pioppi e astri sfarfallano
sui mellificanti paesaggi,
oggi trepidamente
guardo la valle
che per sempre amerò. Torrido e debole
settembre s’allunga dentro il nord
tra pomi azzurri, fino ai pomi azzurri.
Sovrabbondano i colli.

 

da Vocativo, in @ Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Mondadori, 2011

[qui la seconda parte]

proSabato: Cesare Zavattini, Verdi

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

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VERDI – 21 ottobre 1956 – Dentro la Villa di S. Agata dove Verdi ha lavorato trent’anni, il silenzio è rotto dai maligni geroglifici delle zanzare, due visitatori hanno infilato il cancelletto di uscita in punta dei piedi per non dare la mancia al custode. Ho provato piacere vedendo in un lettera di Verdi un errore di grammatica e in un’altra che dice al suo fattore: nei fondi ben amministrati la paglia e lo strame bisogna farli in casa e non spendere per comperarne. C’è una spinetta cariata e qualche pelo di barba vera rimasto attaccato alla sua maschera di gesso, ma non sento niente di ridicolo o di macabro neppure nei velluti e nelle pergamene commemorative dei comuni italiani che inneggiano al cigno di Busseto. Si prova in mezzo a questo vecchiume solo la soddisfazione infinita, da pianura, di lodare un uomo. Me ne sono andato verso sera dalla bassa parmense lasciando alle mie spalle la polvere dei trattori Fiat e Fahar e galline come tante mezzelune a beccare sulle concimaie fumanti. L’automobile attraversava campagne civili forse viste da Verdi, chissà se c’erano queste siepi di dalie davanti alle abitazioni di contadini che trattengono la luce del giorno fin dopo che le biciclette hanno acceso i fanali. Gruppi di ragazze frantumavano con le zappe frettolose i blocchi di terra troppo grossi smossi dall’aratro, qualcuna si mette i guanti durante il lavoro affinché il ballerino poi non senta ruvide le sue mani. Dopo Parma arrivò il buio e qualche folata di nebbia. Qui nei campi lavorano anche di notte, il motore di un aratro faceva il rumore cupo, non si vedeva né l’aratro né il guidatore, ma i due fanali traballanti. Guadagnano tempo perché le macchine sono poche e la stagione della semina sta per finire. Arriverà tempestiva la pioggia, speriamo, a impastare bene il seme nelle zolle. A Reggio Emilia lo scorso martedì di mercato ho visto degli erpici in vetrina come gioielli. Non sono mai stato tanto a lungo d queste parti, tre mesi di seguito, e ogni contatto mi sembra emblematico. Cerco d’inserirmi negli usi e costumi più comuni, volgari, col rimpianto d’aver tardato ad avere difetti e pregi locali, perciò precipito volentieri nel baratro dei canti e delle bestemmie battendo il tempo sui tavoli delle osterie che hanno alle pareti i calendari dei concimi chimici e il manifesto della chiamata alle armi del 1935. Le donne vibrano come corde alle esclamazioni maschili.

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© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani 1967

Nadia Tarantini, Amore inquieto (recensione di Floriana Coppola)

Amore inquieto di Nadia Tarantini

Recensione di Floriana Coppola

Romanzo dell’io, autofiction, flusso di coscienza, racconto della memoria del corpo, sperimentazione narrativa ma soprattutto esperienza esistenziale in prosa, con momenti di assoluta e profonda poeticità. Nadia Tarantini nel suo secondo romanzo affronta l’epica decostruzione e ricostruzione del sentimento che ci lega alla madre, tracciando la sua cifra, il suo percorso interiore che porta verso il permesso di vivere e di scrivere.
“Se c’è qualcosa aldilà tu mi verrai a trovare, io ti riconoscerò.” Ci credevo più di te, ma non immaginavo il sigillo gioioso del ricordo, dopo gli anni del dispiacere.
Di solito ogni narrazione, anche autobiografica, gioca su un mosaico di tessere che non possono imprigionare la complessità del reale. Non esiste una sola verità, ognuno inforca il suo paio di occhiali, citando Anna Maria Ortese. In questo romanzo, il legame con la madre e con le altre figure familiari femminili disegna una costellazione parentale fatta di permessi e ingiunzioni, impliciti ed espliciti, che possono rallentare, paralizzare, oppure spingere verso la realizzazione della propria segnatura artistica ed esistenziale. Direbbe Hillman, la ghianda può diventare quercia, solo se viene vista. Esiste uno sguardo materno che omette, pur amando, il genio della figlia. Soprattutto nella nostra generazione, l’emancipazione delle figlie veniva vissuta come una minaccia, un pericolo per l’equilibrio del sistema familiare, un segno di divergenza dal binario solito della zona comfort, accettato dal gruppo delle donne. Ogni famiglia è un clan, con le sue leggende e i suoi segreti. Nadia ci permette di entrare in punta di piedi nella sua memoria, per restituire vita e voce a ciò che può andare perduto con il tempo.
Batti le dita sul risvolto del lenzuolo, le premi una ad una, come se stessi suonando tasti di pianoforte. Anche stanotte ti ho sognata. Eri in cima a una scogliera e mi chiedevi aiuto.
Non è importante veramente ciò che è stato, ciò che poteva essere ma il ricordo incarnato nel corpo che genera il senso di un universo emozionale. Ogni dettaglio sfugge nella sua interezza e può essere richiamato solo per frammenti. L’autorizzazione a scrivere di sé, il permesso di liberarsi dai ruoli a cui viene destinata la donna, il bisogno di spezzare una catena infinita di atti di rinuncia che passa attraverso l’intera genealogia femminile sono punti nodali della narrazione. Ma la stessa struttura narrativa del romanzo di Nadia è un movimento di emancipazione letteraria, perché riprende e porta avanti in modo originale e sperimentale la volontà di superare il canone letterario. Il confine tracciato da Virginia Woolf tra flusso di coscienza e monologo interiore viene arricchito da altre contaminazioni. Non solo prolessi e analessi, discorso diretto e indiretto, l’uso della lettera e del diario, ma continui slittamenti della memoria che generano un corpo fluido e magmatico, dove presente e passato si mescolano, in un gioco psicofisico di percezione e coscienza. La memoria delle donne funziona così, vuole dire sottovoce l’autrice. Niente di razionale e di classificatorio ma un linguaggio che tenta di registrare con puntualità ossessiva il moto ondoso del ricordo.
“C’è sempre qualcosa che ti trattiene”. La frase le riecheggia nella mente, emergendo dai rumori dell’ospedale. “C’è sempre qualcosa che ti trattiene.”. Gliel’ha detto sua madre, quasi trent’anni fa prima di morire. “C’è sempre qualcosa che ti trattiene”. (altro…)

Matteo Bianchi, Fortissimo (recensione di Sandro Abruzzese)

Fortissimo

La differenza, quando passavo la sera con l’auto sul cavalcavia dietro casa, stava tra chi credeva che i lampioni fossero solo singoli lumi, alla stregua di soldati messi a forza in riga, piegati sotto il peso del loro cieco obbedire, e chi sceglieva di proseguire, invece, e li vedeva uniti senza i margini degli elmi, o i fili delle lampadine; un flusso indistinto fuori dagli schemi e dall’opposizione cava dell’acciaio.

Dei versi di Matteo Bianchi una volta ho scritto, riferendomi a La metà del letto (Barbera 2015), che hanno il dono di liberarsi subito dell’autore. Il filo dei pensieri, l’ondeggiare di particolare e universale, le lente litanie e le vertiginose accelerate, tutto dopo poche righe diviene nostro e ci lascia proseguire in compagnia di quel filo. Anche Fortissimo è un solco che diventa subito nostro, fatto di labili confini attraversabili, di brevi passaggi leggeri o intensi.
C’è nei versi di questo autore, lo dicevo e va confermato, quell’idea di eterno consapevole che tutto è “uno scherzo, uno sbalzo di stagione”, e pure che ogni inezia relativa all’amore, nella nostra perpetua questione privata che è la vita, rimane tutto.
C’è poi lo sguardo che si fa tangibile e traduce nelle forme plastiche un mondo fatto di oggetti quotidiani e luoghi dall’apparente insignificanza: bollitori, suppellettili, treni.
Bianchi conserva, a distanza di anni, il senso della misura, l’equilibrio, ma in Fortissimo (Minerva 2019) la mescolanza di brevi prose diaristiche e poesie segna un’altra tappa del suo percorso, una sorta di lenta emancipazione, sincera e convincente, dalla forma. O meglio, l’equilibrio della sua frase regge l’assenza di argini e gerarchie, e forse in questo caso riesce ad accentuare ancora quell’oscillare tra profondità e superficie che resta uno dei suoi tratti peculiari. (altro…)

Andrea Accardi, Frattura composta di un luogo (nota di A. Castrovinci)

Andrea Accardi, Frattura composta di un luogo, Giuliano Ladolfi editore 2019

Nota di Andrea Castrovinci Zenna

Tripartita in sezioni di trenta capitoli ciascuna, l’opera di Accardi vorrebbe darci il senso di un geometrico ordine; già la copertina, consistente in una carta geografica, pare voglia assolvere quel ruolo, così come l’incipit del primo capitolo: «La cittadina è stata costruita negli anni settanta, interamente per i pedoni, tutta salite e discese, scalinate e scivoli». Ma al suo termine, nella brevitas aforistica di cui vive l’intera collezione di asserzioni immediate, icastiche, gelide a tratti, viene svelato “l’inganno” (“Di notte le luci delle auto fuori del perimetro mostrano però l’inganno”), la distanza celata dietro l’apparente perfezione, il fulmen in clausola capace di illuminare e sorprendere amaramente il lettore sulla realtà allucinatamente ordinata di luoghi, nomi, voci.
«Sparisce una ragazza e spuntano ovunque manifesti. La foto però è scelta bene, proprio un sorriso che diresti un futuro radioso. Dopo le prime volte non ci fai più caso, e intanto dentro una casa lontana qualcuno fa già i conti con il vuoto. Al cinema multisala c’è lo sconto il mercoledì.»
Si ritrova una visione morale degli eventi, delle persone e delle parole che popolano il luogo, frustrata dalla realizzazione pratico-quotidiana della vita slabbrata dello studente fuori sede, che da un lato prova il brivido della novità, dall’altro l’accorata nostalgia di casa e degli affetti.
«Il centro commerciale ha vetrine e musichette da centro commerciale, ci vai per sentirti altrove. Ogni tanto parte una canzone di prima che tu nascessi, e ti prende uno struggimento senza un perché» (altro…)