Giorno: 23 settembre 2019

‘Il rumore del mondo’ di Benedetta Cibrario (nota di Patrizia Grassetto)

Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Milano, Mondadori, 2018, pp. 756, euro 22

“Benedetta Cibrario sembra aver vissuto completamente immersa nella prima metà dell’Ottocento”. Questa è una dichiarazione spontanea che si può pronunciare dopo la lettura di questo romanzo ambientato nel Risorgimento e che meritatamente è arrivato tra i finalisti del prestigioso Premio Strega, romanzo le cui immagini costruite dall’autrice passano innanzi come in uno spettacolare film in costume.
La narrazione si svolge sciolta, con levità nella sua ricchezza di eventi, dove il filo della vita scorre con il filo della seta. È d’interesse la capacità di raccontare ambientando con precisione la storia, nei fatti realmente accaduti, nell’evolversi del tempo storico risorgimentale della vita contadina ma anche dell’industria che sta nascendo, in particolare nelle filande, trattando di riflesso anche i temi di una nuova nascente economia con un approfondimento che stupisce.
Pur essendoci una protagonista dichiarata, tutti i personaggi sono sviluppati in modo tale da non risultare secondari: ne viene descritto l’aspetto fisico ma soprattutto l’aspetto caratteriale, il lato emotivo, la sensibilità interiore mostrando i comportamenti con una ricchezza di particolari da farli sembrare reali, in carne ed ossa, e quasi filmici.
È evidente quanto l’autrice si sia documentata e immedesimata, quanto abbia indagato le fonti e quanta ricerca ci sia dietro un romanzo così completo che, pur essendo corposo nel testo, si legge senza attese, da subito, anche per la capacità di toccare con la narrazione temi diversi, ad esempio quelli dell’educazione femminile e del ruolo della donna all’epoca.
Anne Bacon è una fanciulla inglese cresciuta, assieme alla sorella, da una istitutrice democratica, convinta che qualcuno avrebbe dovuto sollevare il tema dell’istruzione femminile e che le ha aperto gli occhi sul mondo. Anne e Grace sono figlie di un ricco mercante di seta rimasto vedovo in giovane età; impegnato nel suo lavoro − che anche la figlia Anne imparerà a conoscere − è però molto amoroso con le figlie.
Divenuta adulta Anne conoscerà l’ufficiale piemontese Prospero Carlo Carando de Vignon, i due si innamoreranno decidendo di convolare ben presto a nozze. L’ufficiale verrà però richiamato in Italia per cui la moglie dovrà affrontare il viaggio verso la nuova casa a Torino da sola, con la fida cameriera Eliza e l’accompagnatrice Therese Manners, donna viaggiatrice, dalle mille curiosità, tanto da affermare: «Il viaggio è il più filosofico dei piaceri, perché si può viaggiare tanto sulle strade carrozzabili, tanto sui propri pensieri». Ne risulta una figura moderna, attuale, per l’epoca una donna evoluta, che pensa con la sua testa senza costrizioni, aperta verso il mondo.
Durante il viaggio Anne contrarrà il vaiolo. Dovrà sospendere il percorso e fermarsi per affidarsi alle cure premurose di un medico di paese. Si salverà dalla malattia, dopo sofferenze nel corpo ma anche nello spirito; questa le lascerà delle cicatrici deturpando la delicatezza della sua bellezza, mettendo addirittura in crisi la sua unione coniugale. Nulla sarà infatti come sperato per lei.
Giunta a Torino conoscerà il suocero burbero e tradizionalista con il quale dovrà convivere sotto lo stesso tetto. Percepirà lì come i segni lasciati dalla malattia, che poi nel tempo si affievoliranno, siano per tutti un problema, eppure la saggia Therese le suggerirà «che la bellezza è uno strumento che manovrato malamente può essere di impaccio più che di aiuto. Non fate affidamento sull’avvenenza, appoggiatevi a qualche altra cosa». Una sorta di presagio, questo suo, e un augurio: per guardare “dentro e fuori” dal rumore del mondo. (altro…)

Bustine di zucchero #14: Stéphane Mallarmé

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Mallarmé

In uno scritto del 1862, intitolato Hérésies artistiques. L’art pour tous, Mallarmé difendeva la sacralità dell’arte poetica, già all’epoca sofferente «di una volgarizzazione e di una diffusione a buon mercato, di un’apparente e dannosa comprensione da parte di falsi ammiratori» (Ramacciotti). Ciascuna arte sacra (come la musica, la pittura, la scultura) è avviluppata di mistero, e questo vale in egual modo per la poesia. La riflessione dell’autore di Hérodiade rimase costante nel tempo, offrendo ulteriore conferma nel 1891 quando, in risposta a un’inchiesta sull’evoluzione letteraria, affermò che «nominare gli oggetti vuol dire sopprimere i tre quarti del godimento della poesia»; al contrario, suggerire l’oggetto, evocandolo, definisce l’uso perfetto del suo mistero, e tale uso è rappresentato dal simbolo. L’arte tutta è, quindi, simbolismo. I numi tutelari di Mallarmé furono Baudelaire e Poe; il primo fu importante per la sua formazione, col secondo trovò affinità riguardo al principio della parola poetica svincolata dalla finalità etica (Mallarmé, va ricordato, tradusse le poesie dello scrittore statunitense). Iniziatore del Simbolismo, egli coltivò l’ideale della poesia pura attraverso un linguaggio ermetico teso a comunicare «non l’essenza delle cose, ma l’essenza ideale delle nostre più fuggevoli fantasie», una poesia oscura, «ma ricca di lampi improvvisi di rara bellezza» (Bonfantini). Nel caso di Brezza marina non bisogna soffermarsi solo sull’idea esotica di salpare. Nei versi iniziali in cui leggiamo «Fuir! là-bas fuir!», fuggire occupa uno spazio simbolico. Il «desiderio inesplicabile che ci prende talvolta di lasciare i propri cari e partire», scrisse il poeta in una lettera, si proietta in una scrittura che fa da portolano, ma la scrittura stessa vuole essere partenza e insieme punto di approdo, centro e periferia di una parola fatta di “suono puro” al di là del suo significato originario. Talora l’angoscia di tracciare questa mappa si riflette sul foglio, nel timore del Nulla prende corpo la paura della pagina bianca da cui Mallarmé era ossessionato («non riusciva a produrre che molto poco», ha scritto Paul Valéry). Per il poeta francese – fautore di una poesia concepita come un rito capace di emanare bagliori di mistero – l’atto di segnare la pagina significava liberare la parola dal silenzio per divenire, per dirla con Baudelaire, un invito al viaggio e di conseguenza una destinazione verso l’assoluto.

Bibliografia in bustina
S. Mallarmé, Poesie e prose, Milano, Garzanti, 1992, p. 43 (Introduzione e note di V. Ramacciotti, traduzione di A. Guerrini e V. Ramacciotti).
S. Mallarmé, Hérésies artistiques. L’art pour tous, sulla rivista «L’Artiste», 15 settembre 1862, p. 127-128.
J. Huret, Enquête sur l’évolution littéraire, Bibliothèque-Charpentier, 1891, p. 55-65.
M. Bonfantini, Poesie di Mallarmé, voce tratta dal Dizionario delle opere e dei personaggi, vol. 7 (Pat-Q), Milano, Bompiani, 2005 p. 7183-7184