Giorno: 20 settembre 2019

Cesare Zavattini, Notturno 1960

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) nell’anniversario della nascita è dedicata la prosa proposta oggi e, per il mese di ottobre, la rubrica proSabato di «Poetarum Silva».

NOTTURNO – 1960 – Talvolta l’insonnia è la punizione per aver prolungato indebitamente il piacere del leggere, un piacere immediato a danno del sonno che è invece risparmio per dopo e non godi durante. Avevo guardato a lungo l’alluce, che usciva da in fondo al lenzuolo coi suoi movimenti in proprio. Non riuscivo a riempire lo spazio tra me e l’alluce, c’era una valle di assenza. Tirai su la gamba reinserendo l’alluce nel resto e la coperta assunse la forma di una montagna attraversata da un insetto, di cui cerco il nome da anni o meglio desidero cercarlo ma non metto in atto niente di risolutivo, non più grande del segno che fa la punta aguzza di una matita calcata su un foglio, non è facile catturarlo, con la vista si può scambiare per le… (parola che sapevo e si nasconde quando lo cerco; nel cercare le parole si compiono operazioni intraducibili in parole; con le parole si pensa secondo quelle che hai, se le avessi tutte a disposizione ne parlerei dalla mattina alla sera fino ad essere il giorno stesso ma c’è già il giorno); di fronte al mio dito, col quale per distrarmi gli impedivo di proseguire, l’invisibile puntolino si arrestava, deviava, retrocedeva, si gareggiò a lungo, finché il dito lo schiacciò, o meglio lo toccò involontariamente e lo rintracciai a stento sul polpastrello. Un sonnellino di una ora fu angustiato dal sogno che mi trovavo su un palcoscenico inopinatamente di fronte a un pubblico di occhi, nemici e amici aspettano che io apra bocca e non so la parte, ma perché lo accettano? e spero di essere un altro.

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Cesare Zavattini, Notturno 1960, in Straparole, Milano, Bompiani, 1967.

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri

 

Maurizio Soldini, Lo spolverio delle meccaniche terrestri, Il Convivio Editore 2019

Non soltanto i versi – aforismi allitteranti – da Aus der Erfahrung des Denkens (Dall’esperienza del pensiero) di Heidegger riportati in esergo, ma ogni singolo testo di una raccolta che, anche per questa ragione, manifesta maturità e compattezza, sembrano indicare nel dichtendes Denken, nel pensiero poetante, dunque, il soffio che anima, il sostrato che nutre, il moto che drammatizza Lo spolverio delle meccaniche terrestri di Maurizio Soldini.
Non ho usato casualmente il verbo “drammatizzare” per i testi di questo volume che esige e merita attenzione e ritorni. Questi, infatti, mettono in scena scorci, dell’essere e dei luoghi, dell’essere nei luoghi, così come rivelazioni e rievocazioni; alla rappresentazione vivida si accompagnano spesso ‘dialoghi’ tra istanze diverse (enunciate anche nei titoli di alcune sezioni), talvolta emergono perfino veri e propri “contrasti”, per dirla con il nome di un genere poetico.
Che, tuttavia, il movimento, o meglio, l’andatura, non abbia il suo esito in una dilaniante lacerazione, ma che essa, l’andatura, sia una, e una sola, pur nella drammaticità del confronto e nel confronto permanente con il dilemma, è chiaro proprio dalla citazione da Heidegger: «Weg und Waage/ Steg und Sage/ finden sich in einem Gang» (nella mia resa: “Via e bilico/ pontile ed epopea/ si trovano in una sola andatura”; Soldini propone la sua traduzione che testimonia una consuetudine di lunga data con questo passo heideggeriano: «Il sentiero e il suo essere in bilico, il suo farsi pontile e la sua saga/ nel ritrovarsi su una stessa banda»).
Nella terza delle sette sezioni (Frontiera, Parola e voce, Tra nuvole e trottole, Dalla notte al giorno, Dentro l’età e le stagioni, L’azzurrità, Lo spolverio delle meccaniche terrestri) che compongono la raccolta c’è un testo che enuncia, così mi sembra di leggere, il carattere unico della “andatura” e che porta proprio il titolo Il passaggio non muta l’andatura.
Nell’andare e trasportare “Fehl und Frage”, errore e quesito (così prosegue il testo di Heidegger: «Geh und trage/ Fehl und Frage/ deinem einem Pfad entlang»), la sosta, la radura sono perni, cardini di occasioni “lungo il proprio sentiero, che è uno solo”, giammai negazioni dell’andare. Così infatti recita una strofa del componimento in questione:

eppure il passaggio non muta l’andatura
e la fermata è il dunque che brucia a dispetto
che stuzzica i malesseri della fioritura
nei viadotti dove scorre pensa e trema
e la radura è auspicio che si chiama indugio

Con alcune eccezioni, come per la poesia appena menzionata, divisa in strofe di cinque versi ciascuna, così come per il sonetto che apre la raccolta (Frontiera) e per i testi articolati in quartine, la maggior parte dei componimenti è in terzine di versi di varia lunghezza. Anche il numero delle terzine varia con l’avvicendarsi dei testi, ma ogni terzina offre l’occasione di inquadrare con precisione la tappa del cammino («il tuo sentiero, che è uno solo», scriveva Heidegger) di volta in volta presa in esame. Inquadrature precise che si sviluppano nell’arco della strofa, rendendo superflui, così, i segni di interpunzione, che, appunto, non vengono utilizzati da Soldini in questi testi. (altro…)