Giorno: 13 settembre 2019

Carlo Di Legge, Elea (inedito)

Carlo Di Legge. Sullo sfondo: Stupa a Sarnath.

 

Elea

I.

Sulla costa, di luglio avanzato
nel tempo breve dei giorni o delle ore
le correnti iniziano senz’avviso o cessano
vicino a riva
e in quest’acqua, che diresti tranquilla,
ti sorprendono e portano via.
Oppure s’alza l’onda, e là dove inesperto di mare
ti diresti in salvo,
si frange, e toglie il ritorno.

II.

Morte e vita qui mostrano e nascondono l’immediato contatto
alla folla degli arenili, ai giovani di bronzo noncuranti,
ma le ambulanze vanno e vengono urlando.

III.

Dalla stanza aperta osservo il pomeriggio,
e si mostra la torre mezzo rovinata, costruita cinque o sei secoli fa,
per avvistamenti e segnali di cui adesso non c’è ragione.

Da questa parte, sul terrapieno da cui spuntano piante su piante,
lo spigolo verticale netto, i turni della luce e dell’ombra,
scolpiscono le fasi del giorno: lato est, ombra,
occidente, intensa luce pomeridiana,
ancora parecchio al tramonto.

Morte e vita, veglia e sonno, giorno e notte,
altri lo definì il divenire, e lo paragonò al fluire d’un fiume,
ma il sapiente della baia disse: essere è per sempre, e niente non è.

IV.

I miei occhi, la mente che osserva le ore del giorno
servendosi dei punti cardinali e della visione dei cambiamenti,
non torneranno;
eppure tutto sembra si ripeta,
molti hanno guardato la vicenda del teatro azzurro,
i sipari dell’alba e del tramonto aprirsi e chiudersi,
un mare immateriale li portò alla riva delle nascite,
poi una corrente li trascinò nelle strade senza ritorno.

Altri sono stati e saranno, un numero che non sai.
D’improvviso il niente del non ancora si fa qualcosa,
d’improvviso è il non più,
nella corrente tutto sembra per un istante. (altro…)

Su “Dire” di Fabio Michieli (di Emiliano Ventura)

DIRE di Fabio Michieli (ed. 2019)

di
Emiliano Ventura

 

Anche l’essere lettore è soggetto al karma, il mio è in uno stato di grazia, evidentemente, visto il cospicuo numero di bei libri in cui continuo a imbattermi. Una spiegazione più prosaica sarebbe ricondurre il fatto a una acquisita e raffinata capacità di selezione, ma sarebbe pur sempre una spiegazione prosaica. Così come per la scrittura, anche per la lettura è giusto parlare di uno stato di grazia, questa è infatti un’attività tutt’altro che passiva, contrariamente a quanto si crede. Dopo un’ottima lettura il pensiero tende all’astrazione e all’argomentazione, si schiarisce alquanto l’ombra dell’idea (direbbe Bruno); e la conseguente azione è diretta, pulita, raramente imprecisa. Come se lo stile poetico ‘provocasse’ un’azione dalla precisione chirurgica, da ricondurre lo stilo che incide la parola.
Questo accade dopo la lettura di Dire, la raccolta poetica di Fabio Michieli che L’arcolaio riedita in questi giorni (2019) in una nuova veste. È raro trovare una poesia che sia al contempo giusta misura e leggerezza; ciò che è troppo leggero sfugge via, così come ciò che troppo pesa cade e Michelstaedter ci ha insegnato che “il peso pende”:

seppi volare un giorno questo cielo:

distesi le ali in sogno-[1]

Si noti la doppia leggerezza, e la maestria, del verso “distesi le ali in sogno”. Per Dire di Michieli sarebbe meglio parlare di leggiadria, di sottile eleganza del verso, più distici che terzine o quartine, un dire che vuole farsi aforisma; ci sono filtri alla voce poetica e sono dettati dal corsivo alternato, dalla pagina bianca e da Euridice stessa. Siamo abituati a ‘sentire la voce’ di Orfeo mentre Michieli lascia dire alla seconda voce del mito. Non si può evocare Orfeo senza ritrovarsi in compagnia di Édouard Schuré, Angelo Poliziano e Dino Campana, eppure le atmosfere di Michieli non sono infere ma acquoree, la presenza di Venezia si attesta nell’idea di maschera e di carnevale, appaiono anche le gondole.
È leggiadro questo Dire perché tanto ricorda quel dantesco “Poscia che amor m’ha lasciato”, anche per il pathos, dall’amore al lutto, è necessario sia anche ethos. A un corretto sentire corrisponde un corretto agire, ecco la leggiadria dantesca; solo così amore che mi ha lasciato potrà tornare da me, ora che ne sono degno.
Ci si aspetterebbe, da un poeta contemporaneo, un agone in atto con il mondo, mentre Michieli trova la misura in sé, e se agone c’è stato è più interiore che esteriore. (altro…)