Giorno: 9 settembre 2019

‘Letizia di Cagno nel corpo della poesia’ di Roberto Lamantea

C’è uno sguardo alla Dickinson in questo libro di Letizia di Cagno – la sua prima silloge – dall’ossimorico titolo Urla la fine che pianta germogli (Marco Saya Edizioni, 68 pagine, collana “Sottotraccia” diretta da Antonio Bux). 21 anni, nata a Bari, Letizia di Cagno vive a San Martino Buonalbergo (Verona) e studia Filosofia. È un’altra di quelle voci, solo anagraficamente molto giovani, che fanno pensare a una nuova stagione della poesia in Italia: un innamorato rifiorire.
La dama bianca di Amherst guardava il mondo dalla finestra sul giardino e da questo limite Emily capiva l’universo. Letizia guarda il mondo – gli altri, l’amore di cui è, più che un’attrice, una “cavia” – in un continuo scambio tra sé e l’altro. È un trapassare dai fantasmi dell’io (l’invocazione, la disillusione, il ricordo) al mondo esterno, dalla metafora alla cosa: «La mia lontananza intenerisce / un muretto sul mare… senza mai sfilare i nastri / delle tue corde vocali – / ma ogni cosa è davvero in me?» (pag. 9); «Tappata di un pensiero a rose / e volendo appassire» (10); «Le stelle numerate / se ci crollano addosso / e sbriciolano il vino, le strade, / i fiori sul tuo volto»; «lo spicchio di luna / che ho aperto con l’apriscatole. / Avevo perso la follia / del rivederti» (12). Nella lezione dell’espressionismo, è un continuo trasmigrare tra corpo e natura, tra l’io e l’altro: le cose – anche i suoni, compreso il silenzio – sono il proprio corpo: «Io non conosco acqua / più limpida delle mie braccia» (37); «Tirai fuori una casa dal frigo / e loro chiedevano semplici fiori di campo» (42). È poesia della vertigine, musicata da un’autrice che, giovanissima, è attenta lettrice dei grandi poeti francesi e ha già letto Celan. Letizia ama il cinema, e a volte lo sguardo di queste poesie ricorda arditi movimenti della macchina da presa sui dettagli e raffinate alchimie del montaggio. È una fusione dell’io nel mondo, teatro della natura è il proprio corpo, ma nei versi di Letizia di Cagno non c’è nulla di panico o dannunziano: questo essere nel (il) corpo delle cose è un’invocazione disperata di appartenenza: «Quanto mi tocca da vicino / la scoperta del mondo! […] Sopravvivo a sorsi / alla carezza» (13); «verso la fine / la vita genera inspiegabili campi / di quadrifogli» (15).
Ma Urla la fine che pianta germogli è prima di tutto un canzoniere. Scrive Antonio Bux nella quarta di copertina: «Amore, per tutti, è stare da soli in due; amore ovvero sedimento, di una radice che alimenta due alberi. Questa è l’inversione dell’amore, la propria ri-conoscenza: un esistere attraverso l’altro e per l’altro, che siamo noi». «Posso paragonarti perfettamente / al mio unico atto di coraggio: / quello che ho salutando un cuore / slittamenti di me / che cammino amando» (14). Stupendo «Di quante persone sei / gli occhi» (23).
Nel suo canzoniere, Letizia lascia lo sguardo alla Dickinson e si fa corpo. Il corpo di Letizia è il corpo del mondo, è il paesaggio (o la città) ed è, lei, il corpo del suo amore; il corpo dell’amato è un albero, è una strada, ma è un corpo sfuggente perché l’amore è sempre altrove, forse l’amore non ha pienezza se non – come nella grande letteratura francese – nella coscienza della perdita. Fulminanti i versi di pag. 43: «Vorrei starmene attaccata / al fieno delle parole, da qui / per spaventosamente / ancora – te». E Lettera alla bambina, quasi una confessione: «Eppure mi resta un odore / che ancora non è mio» (57).
È il canzoniere di un amore sempre a lato, fisico e lontano come un ologramma, tangibile e assente: «Parli una storia / che ha cambiato radici» (25); «Amore mio, / cammina dentro al sogno. / Almeno qui non ci temiamo» (29); «Ci partoriamo estranei negli occhi. / Uomini pieni di altri uomini. / L’atto di riconsegnare senso / all’impressione sfocata degli altri» (53).
Fino alla poesia che suggella questo libro bellissimo, l’invocazione ironica e disperata di chi cerca di appartenere al mondo e forse, nell’assenza, ci riesce (60): «È un grande amore / la mancanza di amore. Adesso lo so. / Smetto di bruciarmi le dita / con tutto questo avere. / Poi rassereno voi tutti. Che amate. / E vi saluto».

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© Roberto Lamantea

Bustine di zucchero #12: John Donne

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Old Crumpled Paper

Sui versi di Congedo, a vietarle il lamento, e in particolare sul tema del compasso, in sede di critica poetica son stati effettuati vari accostamenti ad opere di altri letterati per tentare di individuare la fonte che avesse ispirato il simbolo al poeta metafisico. Fra questi incontriamo il persiano Omar Khayyam («My Soul, Thou and I are like unto a compass» recita una quartina nella traduzione inglese di J.H. Mccarthy, 1889), il nostro Dante (con riferimenti al “nobile circolo” nel Convivio e al “sesto” citato nel canto XIX del Paradiso), e persino il medico e alchimista Paracelso con il suo Paragranum. Ma un’altra poesia con cui il Congedo sembra presentare una più palese affinità è, secondo quanto riportato da Mario Praz, il madrigale Risposta dell’amante di G.B. Guarini pubblicato nel libro delle Rime («Son simile al compasso,/Ch’un piede in voi quasi mio centro i’ fermo/L’altro patisce di … i giri,/Ma non può far, che’ ntorno à voi non giri», 1598). Altra occasione in cui il decano di Saint Paul ricorre all’immagine, quasi a conferma di una profonda assimilazione, è un sermone a commento del Salmo 89, con una valenza tutta protesa al divino («Questa vita è un Cerchio, fatto con un Compasso che passa da punto a punto […] Di questo Cerchio, il Matematico è il nostro Dio, buono e grande»).
Nel
Congedo il poeta chiede all’amata di rifuggire i sospiri dovuti alla sua partenza; in un amore “raffinato” due anime  «non patiscono frattura ma espansione». La distanza, in tal caso, non può offuscare i pensieri dell’uno o dell’altra. Come le asticelle di un compasso, la donna rappresenta il punto fisso, il centro, e mentre l’uomo – il punto mobile – si allontana (seppur temporaneamente), la donna “si flette”, seguendolo finché l’uomo non fa ritorno al centro. Allora l’invito di Donne è a non versare lacrime, reprimere sentimenti di sofferenza, mantenendo lo sguardo verso quella dimensione superiore entro cui si ascrive l’unità spirituale dei due amanti. Perché lasciarsi andare alla tristezza, svelandola al mondo, vuol dire profanare una gioia d’amore, una gioia che si completerà con la ricomparsa dell’amato. È per questo che la separazione genera tensione, ma pure attesa capace di tradursi in pazienza. Ecco che in poesia, come in un tempo originario, incontriamo ancora una volta un Ulisse vagante per i mari e una Penelope ad attendere il suo ritorno.

Bibliografia in bustina
J. Donne, Poesie amorose. Poesie teologiche, Torino, Einaudi (trad. C. Campo), 1971, p. 29, rist. in Shakespeare e i poeti elisabettiani, Milano, Mondadori, 2012
G.B. Guarini, Rime, Venezia, Ciotti, 1598, p. 105
M. Praz, Seicentismo e marinismo in Inghilterra, Firenze, La Voce, 1925, p. 109
R.F. Fleissner, Donne and Dante: The Compass Figure Reinterpreted. Modern Language Notes, vol. 76, no. 4, 1961, pp. 315–320 (articolo presente su JSTOR a questo collegamento)