Festivaletteratura2019 #3: live!

Margaret Atwood a Piazza Castello

Cominciamo dagli errori.
Alla tenda Sordello, durante uno degli Accenti, abbiamo scoperto grazie a Massimiano Bucchi con errori di quale portata a volte si è costretti a convivere, e quanto epocali possano essere dei fallimenti. Ora guardo indietro alla mia vita e sostituisco talune tentazioni a prendermi a schiaffi con le seguenti consapevolezze:
1) Il segway non ha mai preso piede anche perché Bush vi cadde, Hussain Bolt venne investito da uno di quegli affari in mondovisione e lo stesso inventore morì cadendo da una scogliera (con annesso il segway);
2) Il Muro di Berlino è caduto anche per un errore di comunicazione da parte della Sala stampa del Comitato centrale del Partito di unità socialista in Germania;
3) La Kodak è fallita per via dell’arrivo della fotografia digitale, nonostante avesse inventato la fotografia digitale nel ’75 ma commettendo l’errore di valutazione di costringere comunque le persone a stampare;
4) Un produttore musicale non ha voluto scritturare i Beatles (ma qualche tempo dopo, andando sconsolatamente a bere, incontrò i Rolling Stones).
Quanto a me, ieri è successa una cosa giustissima. Ho conosciuto Margaret Atwood. Leggetelo con il tono che più vi aggrada, attribuitemi una compostezza che non ho, perché la verità è che io ho avuto la conferma di un autore capace di coniugare la più sottile analisi politica con il più rocambolesco talento narrativo. E assemblare intelligenza e intrattenimento è la via magna per conquistarmi. Una via che spesso passa per la distopia, e Atwood, candidata al Nobel per la sua fumantina produzione, ne è una maestra: il celeberrimo Racconto dell’ancella, con il suo seguito a breve in libreria, la trilogia del Diluvio (tutti pubblicati da Ponte alle Grazie), ma anche lì dove la distonia non è centrale si respira un senso di disequilibrio, fragilità contro lo strapotere, irruzione del meraviglioso e del perturbante (penso ad esempio a L’altra Grace, altro successo trasposto magnificamente in una serie TV). E siccome il diavolo e la padrona di casa si annidano nei dettagli, all’ingresso di Piazza Castello ci regalano le cuffiette dell’Ancella. Sono di cartone, rinuncio a montarle perché pianoforte a parte ho la manualità di Rudolph il cerbiatto. Chi può, accoglie Atwood così, copricapo in testa. È incredibile sentir parlare di un libro del 1985 “che molti, vedendo la serie, scambiano per un documentario su fatti di oggi”. Libro che ha richiesto documentazione in un mondo allora senza internet, pianificazioni affondate in ritagli di giornale, nella “tendenza teocratica e puritana con cui nascono gli Stati Uniti e che sempre tengono viva come una fiamma”. Con l’elezione di Trump, Atwood ricorda come tutto, per il cast e la troupe della serie TV, è cambiato. Non più fantasy e distopia, ma possibilità concreta. Aggiunge, con profonda amarezza, “un buon ritorno di pibblicità”. Ma lo scrittore è di per sé chi ha speranza: nel finire un libro, nel pubblicarlo, nell’avere lettori, in ogni gesto che lo identifica come scrittore. Come nella biblioteca norvegese dove, racconta l’autrice, a meravigliosa pratica si pianta un albero assieme a un manoscritto per avere tra un secolo la carta su cui stamparlo.
Defluire è seguire un fiume in piena, meravigliosamente ordinato. È un FestLet frequentatissimo, nonostante il tempo ora che scrivo si sia messo di traverso. Anche il Campiani è pieno per Patrizia Valduga, affusolatissima nel suo nero d’elezione. Parla di Belluno, un libro affascinante e rarefatto che Silvia Righi dice fatto di “malinconia, ironia e memoria”. “Non sono di quei poeti che scrivono tutti i giorni. Posso stare sette anni senza scrivere. Poi accade la cosa strana: e tutto quello che ho e che vedo sono versi. La scrittura, quando c’è, dura poco, anche solo dieci giorni. Ma quei giorni… quanta energia”. È attenta alle parole, Valduga, all’estremo (se può esserci estremo per una cosa così bella): lamenta di aver detto tre volte la parola “importante”, quando chissà, forse come quel servizio al tg la sera prima, quello che veniva chiamato “importante” in realtà non lo era.
Non appena smetterà di piovere andrò da Umberto Fiori. Appoggerò la schiena da qualche parte, un po’ incriccata e felice. Fiori aveva paragonato lo squillo del telefono altrui a qualcosa. Non ricordo cosa, ma era un’immagine bellissima.

© Giovanna Amato

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.