Giorno: 4 settembre 2019

Festivaletteratura2019 #1: Best Of

«Pure», dico dopo una scorsa rapida al programma.
Per “pure” intendo: pure quest’anno. Pure quest’anno il Festivaletteratura è riuscito a leggermi nel pensiero. È che ho da poco comprato Opera struggente di un formidabile genio, e anche se non sono pazza di Eggers (sono più un tipo da Foer), Eggers a questo Festival ci sarà. (E pure Foer.)
La prima volta che il Festival mi ha letto nel pensiero è stata la prima volta che ho messo piede a Mantova; credo di avervi raccontato fino allo stremo delle (vostre) forze come ho passato la prima settimana di settembre del 2014, all’inseguimento di un sempre più perplesso Michael Cunningham nello strenuo tentativo che i nostri incontri apparissero casuali. E il primo FestLet fu anche quello dell’intervista combo a Michela Murgia e Chiara Valerio. Parlavano di eroine. Murgia si concentrò sulla Morgana di Le nebbie di Avalon, che tanto avrebbe lasciato ramificare in seguito. A quel tempo Murgia era per me l’autore di Il mondo deve sapere e di tutta una serie di libri che volevo leggere; con l’andare dei FestLet, perché è lì che compro i suoi libri, sarebbe diventata l’autrice di quasi tutto quello che ha scritto e di quell’oggetto luminoso e pensante che si chiama Ave Mary. Valerio parlò di Lady Oscar, con un piglio che mi lasciò incantata, e con un paio di frasi che ancora porto impresse come una scottatura mi insegnò il bisogno di guardare chi amo come “la cosa più bella del mondo”. L’ho sempre fatto, da quel momento. Checché talora qualcuno protesti, non avendo colto del tutto lo spirito (“quindi per te sono una cosa”).
Ho il ricordo di due anni fa, del ghiaccio nel mio campari che si scioglieva a palazzo Tè, quando seduta su una sdraio sotto la stellata mi domandavo se non fosse iniquo chiamare tutto ciò al telefono con mia madre “lavorare”. E anche se sapevo cosa stava per accadere, Mariangela Gualtieri fu precisa come uno stiletto. Mi alzai in piedi mentre lei scandiva: giorno d’Aspromonte dove salgo / caricata con un peso un peso / che non si appoggia.
Tanto più intimo l’anno scorso ritrovare in un luogo caro l’amicizia calda di una Biancamaria Frabotta entusiasta, curiosa come lei è sempre quando c’è della bellezza in cui frugare. La nostra passeggiata serale, quasi notturna, il giorno prima della sua presentazione a Tutte le poesie, cadenzata dal click della catena della mia fedele bici, portata a mano per stare tutti al passo di una cupola da indicare, uno scorcio da promettere dietro lo spigolo di muro.
Mantova ha un ponte che taglia due laghi e un nome di velluto. Ha la prospettiva solida di Palazzo Ducale prima che la folla riempia la piazza. Qui sono passati tanti: la Pompei raccontata da Alberto Angela, le storie del Ruggito del Coniglio, la voce magnifica di Lella Costa che legge la Posta del Cuore della Aspesi. A Mantova ho visto cose che speravo con tutto il cuore di vedere, come Charlotte Rampling prendere un caffè, e cose che davvero non mi aspettavo, come Tracy Chevalier prendere la porta con un patchwork in braccio. Non credo di essere mai mancata a una lavagna di Bietti né all’appuntamento con il primo dolcetto alla ricotta all’arrivo.
Per il ventennale, i ragazzi dell’Orchestra da Camera di Mantova suonarono al Duomo la Settima di Beethoven.
Oggi comincia il ventitreesimo Festlet, il sesto che ho l’orgoglio di raccontarvi. Appuntamento qui ogni giorno alle sei, e come sempre fate un applauso ai volontari, loro lo meritano fin da adesso.

© Giovanna Amato

Racconti per l’Alzheimer Fest #6

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Questi i primi due racconti.
Marco Annicchiarico

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Come Scarface

Nella mia città è presente un centro diurno che accoglie esclusivamente i malati di Alzheimer e di demenza senile. Un luogo di fiducia dove i familiari dei malati possono accompagnare i loro cari e distrarsi un po’ dal mondo in cui vivono a causa dell’Alzheimer. È un luogo dove gli stessi malati vengono stimolati attraverso la musica, con attività ludiche e ricreative, dove è presente un bel giardino e tanti volontari che se ne prendono cura. Insomma un vero e proprio asilo per bambini, destinato agli adulti.
Con mia madre avevamo stabilito dei turni: lei accompagnava il mio papà tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, e io lo andavo a prendere dopo pranzo. Ogni mattina gli facevamo la doccia e veniva preparato con la camicia stirata, pronto per recarsi “all’asilo”.
Aveva preso molto bene questa iniziativa: dispensava bacini e bacetti alle operatrici più giovani e faceva improbabili proposte di matrimonio a quelle più adulte.
Un giorno lo andai a prendere ma era più nervoso del solito. Non ho mai capito se riusciva ancora a riconoscermi, se capiva che io fossi sua figlia, ma sicuramente vedeva in me una persona di fiducia, qualcuno di cui potersi fidare. Forse, come qualcosa di sua proprietà.
Dopo averlo aiutato a indossare il cappotto e il cappello, mentre ci stavamo dirigendo verso l’uscita, mano nella mano, un’altra signora affetta da Alzheimer e ospite del centro ci sorpassò spingendoci un po’ di lato. Lui mi tirò la mano facendomi cenno di avvicinarmi e, con un tono degno di una scena del film “Scarface”, mi sussurrò: “Hai visto a quella lì? Lasciala perdere: è una pazza!”

(G.C.)
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