Mese: settembre 2019

Irene Sabetta, Tre testi inediti

Hanoi. Foto di Sandro Gigliozzi

 

Gente di Hanoi

La città nel fiume
emerge a sprazzi dall’acqua verde.
Non chiede pietà e non dorme la gente di Hanoi.
Si muove agile
su ruote di fuoco
lungo la cresta del dragone
e agli incroci delle strade
ognuno segue il suo destino:
una tomba nel campo di riso.
La dama della foresta
è lontana ormai,
si è persa tra le botteghe di souvenir
o è scivolata nel lago
al richiamo della tartaruga.
Buddha è arrivato via terra
tanto tempo fa
ed è ingrassato qui
dove ogni angolo di strada
si riversa nel piatto.
Le donne indossano tuniche
per non scoprirsi
alla luce violenta del sole
e roteano come libellule
sotto sedici giri di bambù.
Le donne di Hanoi
sono libellule e formiche
e come fenici
rinascono dalla pioggia
e la loro pelle è bianca.
I numeri non si contano
ad Hanoi
e l’indistinto tutto
danza in vortice
fino al mare.

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Bustine di zucchero #15: Ghiannis Ritsos

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

bustina chiara - Ritsos

Di Ritsos è nota la sua attrazione per l’Italia, per cui giunse a visitarla ben otto volte. Alcuni di questi viaggi furono occasione di importanti conferimenti per la sua opera poetica. Proprio nel maggio del 1976 vi si recò per ricevere il Premio Etna-Taormina. Il suo itinerario cominciò da Catania, passando per Taormina, per poi visitare Venezia, Firenze, Milano e alla fine Roma. Da questo viaggio, durato una settimana, uscì un taccuino di poesie, dei versi come frutti maturi, vitali e floridi di metafore, e in calce a ogni poesia Ritsos segnò la città e la data. Se da una parte i paesaggi della Sicilia suggerirono al poeta delle somiglianze con la Grecia («un suggestivo riscontro di identità» dice Sereni nell’introduzione a Trasfusione), dall’altra, nelle città da lui raggiunte, s’innamorò dei monumenti e delle statue. Ritsos scrisse questi versi, come chiaramente indicato, mentre si trovava a Firenze. Le opere d’arte gli fornirono una profonda riflessione sul mondo, come ad esempio il leone, all’ingresso della Loggia della Signoria, che tiene sotto la sua zampa la sfera terrestre («Quanta morte – disse –/sotto il leone di pietra»). In una contrapposizione d’immagini, troviamo chi è indifferente alle espressioni del bello («il turista adolescente/morse la grande mela/sputò i semi sul marmo») mentre il poeta, affascinato dalle sculture di Cellini e Michelangelo, esplora, sonda con occhio meditativo «l’atteggiamento della poesia», la ponderazione statuaria, nota come posa “chiastica” («il piede destro saldo inamovibile/ quello sinistro un po’ più avanti»), quale combinazione armoniosa di storia e bellezza. Avviene così un incontro fra l’osservatore e l’opera. Ritsos trova l’incastro «tra qualcosa che appare al primo sguardo, e un significato più arcano, profondo, che solo l’occhio del poeta esplora e divulga» (Savino), coglie con destrezza il simbolo, lo medita sulle rive della parola e, con naturalezza, coniuga immagine e senso. Il presente, sebbene assorbito nella sua modernità, mantiene sempre le radici nel passato. Ritsos si fa quindi scultore di lettere e suoni, artigiano del suo tempo, ma con uno sguardo alla storia dell’uomo. In una posa, in una forma è possibile ritrovare un equilibrio vitale, come «una vena in tensione sotto il marmo», ed è lo stesso equilibrio della poesia, la bellezza che può ancora salvare nella quotidianità. 

Bibliografia in bustina
G. Ritsos, Trasfusione (poesie italiane), Torino, Einaudi, 1980 (Introduzione di V. Sereni, traduzione di N. Crocetti), p.53
E. Savino, N. Crocetti, «Ghiannis Ritsos. Molto tardi nella notte», sulla rivista Poesia n. 284 Luglio/Agosto 2013 (traduzione di N. Crocetti), p. 3.
L’editore Crocetti ricorda Ritsos. Intervista a Nicola Crocetti pubblicata su La Repubblica edizione di Parma in data 14 gennaio 2015, consultabile a questo link.
Amanda Skamagka, Il viaggio di Ghiannis Ritsos in Italia tra antichità e modernità, tra bellezza e sensualità, presente in A. Berrino e A. Buccaro, Delli Aspetti de Paesi. Vecchi e nuovi Media per l’Immagine del Paesaggio: Costruzione, descrizione, identità storica – Tomo I. Napoli, Federico II University Press, 2018, p. 1071-1077.

I poeti della domenica #396: Roberto Lamantea, t’innevi/ in azzurri lacustri e rari

 

.                                    t’innevi
in azzurri lacustri e rari,
fiumi di cere e nevi
in lumi e ori,
da rive m’inorli,
da luce azzurra invaghita,
là nel selvoso manto
di neve smarrita, e di gioielli il bosco
contempla rami e pini;
t’innamori d’aria appassita
come un ciclamino.

.

Roberto Lamantea, in Xilofonie, 1994

I poeti della domenica #395: Roberto Lamantea, Se la dolcezza è delicata mimosa

 

Se la dolcezza è delicata mimosa
la ferita sanguinerà quarzo,
la memoria oscillerà da rèsine e cere.
La bellezza si specchia in pugnali d’oro.
L’alba gelata, le rose selvatiche,
i cardi velenosi lo sanno.
.

31-XII-1978 ore 21.35

 

Roberto Lamantea, in Xilofonie, 1994

Giovanni Peli, Onore ai vivi. Nota di lettura di Michele Paoletti

Di fronte a sedici millimetri di vita altra che sarà, Giovanni Peli sceglie di cantare in maniera lucida e onesta e lo fa con parole crude e affilate. Canta la nascita, canta il desiderio, l’attesa e non la speranza e attraverso il canto cerca di riportare la parola alla sua origine, ad una nudità, una sorta di magma primordiale. Da questo magma ha origine la poesia, poesia che è vita – deve necessariamente esserlo – e non letteratura, pena la sua perdita di senso, di contatto profondo con la realtà: onorare i vivi è dunque cantare della vita stessa tenendo presente che ciò che scriviamo esiste da prima.
Onore ai vivi è anche una critica ad un certo tipo di poesia fine a sé stessa, morta nel momento in cui lascia traccia sulla carta, incapace di attraversare il foglio, di bucare la realtà; una poesia che onora soltanto chi la scrive, non è catastrofe dubbio eterno ma semplice esercizio. La poesia secondo Giovanni Peli deve necessariamente essere un atto rivoluzionario, così come lo è la vita nella pancia di mia moglie, perché il libro racconta anche questo: in verità arriva un figlio – scrive Peli – hai paura di non saper scrivere dopo di lui.
L’Altro – i sedici millimetri di ecografia – contiene in sé una potenza distruttrice e generatrice, già si colloca in uno spazio bianco, una distanza irraggiungibile, incolmabile, può scegliere se vivere/ o occupare il suo posto nel mondo. Il poeta-padre decide dunque di regalare terra fertile da coltivare, come scrive Giulio Maffii nella prefazione, consegnare un mondo imperfetto così com’è, con le sue innumerevoli trappole, i luoghi comuni e altre truffe, dove massimo non significa migliore, dove nascere non è una colpa e neppure sopravvivere.

© Michele Paoletti

 

1

dici cantiamo ancora
abbiamo distrutto a sufficienza
così la voce torna
da pulsazioni di roccia
cosa canteremo
non come i vecchi poeti
travestiti di nuovo
non come l’intelligenza artificiale
che imita il meglio di noi
canteremo il desiderio
pericoloso
ancora e ancora

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proSabato: Gianni Rodari, La giostra di Cesenatico

Una volta a Cesenatico, in riva al mare, capitò una giostra. Aveva in tutto sei cavalli di legno e sei jeep rosse, un po’ stinte, per i bambini di gusti più moderni. L’ometto che la spingeva a forza di braccia era piccolo, magro, scuro, e aveva la faccia di uno che mangia un giorno sì e due no. Insomma, non era certo una gran giostra, ma ai bambini doveva parere fatta di cioccolato, perché le stavano sempre intorno in ammirazione e facevano capricci per salirvi.
«Cos’avrà questa giostra, il miele?» si dicevano le mamme. E proponevano ai bambini: – Andiamo a vedere i delfini nel canale, andiamo a sederci in quel caffè coi divanetti a dondolo.
Niente: i bambini volevano la giostra.
Una sera un vecchio signore, dopo aver messo il nipote in una jeep, salì lui pure sulla giostra e montò in sella a un cavalluccio di legno. Ci stava scomodo, perché aveva le gambe lunghe e i piedi gli toccavano terra, rideva. Ma appena l’ometto cominciò a far girare la giostra, che meraviglia: il vecchio signore si trovò in un attimo all’altezza del grattacielo di Cesenatico, e il suo cavalluccio galoppava nell’aria, puntando dritto il muso verso le nuvole. Guardò giù e vide tutta la Romagna, e poi tutta l’Italia, e poi la terra intera che si allontanava sotto gli zoccoli del cavalluccio e ben presto fu anche lei una piccola giostra azzurra che girava, girava, mostrando uno dopo l’altro i continenti e gli oceani, disegnati come su una carta geografica.
«Dove andremo?» si domandò il vecchio signore. In quel momento gli passò davanti il nipotino, al volante della vecchia jeep rossa un po’ stinta, trasformata in un veicolo spaziale. E dietro a lui, in fila, tutti gli altri bambini, tranquilli e sicuri sulla loro orbita come tanti satelliti artificiali.
L’omino della giostra chissà dov’era, ormai; però si sentiva ancora il disco che suonava un brutto cha-cha-cha: ogni giro di giostra durava un disco intero.
«Allora il trucco c’era, – si disse il vecchio signore. – Quell’ometto dev’essere uno stregone».
E pensò anche: «Se nel tempo di un disco faremo un giro intero della terra, batteremo il record di Gagarin». Ora la carovana spaziale sorvolava l’Oceano Pacifico con tutte le sue isolette, l’Australia coi canguri che spiccavano salti, il Polo Sud, dove milioni di pinguini stavano col naso per aria. Ma non ci fu il tempo di contarli: al loro posto già gli indiani d’America facevano segnali col fumo, ed ecco i grattacieli di Nuova York, ed ecco un solo grattacielo, ed era quello di Cesenatico. Il disco era finito. Il vecchio signore si guardò intorno, stupito: era di nuovo sulla vecchia, pacifica giostra in riva all’Adriatico, l’ometto scuro e magro la stava frenando dolcemente, senza scosse.
Il vecchio signore scese traballando.
– Senta, lei, – disse all’ometto. Ma quello non aveva tempo di dargli retta, altri bambini avevano occupato i cavalli e le jeep, la giostra ripartiva per un altro giro del mondo.
– Dica, – ripeté il vecchio signore, un po’ stizzito. L’ometto non lo guardò nemmeno. Spingeva la giostra, si vedevano passare in tondo le facce allegre dei bambini che cercavano quelle dei loro genitori, ferme in cerchio, tutte con un sorriso d’incoraggiamento sulle labbra.
Uno stregone quell’ometto da due soldi? Una giostra magica quella buffa macchina traballante al suono di un brutto cha-cha-cha?
– Via, – concluse il vecchio, – è meglio che non ne parli a nessuno. Forse riderebbero alle mie spalle e mi direbbero: «Non sa che alla sua età è pericoloso andare in giostra, perché vengono le vertigini?».

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

Liborio Conca, RockLit (recensione di Raffaele Calvanese)

Liborio Conca, Rock Lit. Musica e letteratura: legami, intrecci, visioni, Jimenez Edizioni 2018

«Sherwood Anderson, John Cheever e Flannery O’Connor hanno cambiato la mia musica» Bruce Springsteen

Nel 2017 Minimum Fax pubblica un libro dedicato al calcio totale dell’Olanda che tutti abbiamo ammirato, Brillant Orange di David Winner. A prima vista sembra essere un libro sul calcio, ma pagina dopo pagina ci si accorge che invece è tutt’altro. UN modo per dare forma e peso al famoso adagio attribuito a José Mourinho “chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio”. Perché tutto è collegato ed interconnesso e la bravura dell’autore sta proprio nel ripercorrere il filo rosso che collega arte, architettura, religione e politica, il tutto perfettamente riassunto nel calcio totale.

Un’operazione simile è riuscita, a mio parere, a Liborio Conca che con il suo Rock LIt uscito per Jimenez Edizioni (2018 pagine, 16,00 euro) ha messo in fila una lunga serie di autori e di artisti dimostrando come sotto molte delle più importanti canzoni rock che abbiamo amato si nascondano più che dei semplici riferimenti letterari dei veri e propri percorsi che hanno portato artisti come i Cure o Kate Bush a scrivere brani ispirati a capolavori della letteratura moderna.

La prima volta che ascolti una canzone c’è solo la canzone, e può benissimo bastare a se stessa. Dietro quelle voci e quelle note, però, non c’è il vuoto ma la sensibilità artistica di chi l’ha scritta, attingendo a quella cassetta per gli attrezzi che comprende le esperienze di vita, le passioni, i gusti musicali, e quelle letture che hanno il potere di cambiarti o di mostrarti la realtà davanti ai tuoi occhi in un modo prima sconosciuto, come un’epifania che si allunga con il contorno di un’ombra che non ti lascia più.

Quello di Liborio Conca, già redattore di Minima et Moralia e responsabile della pagina letteraria del  Mucchio Selvaggio, è un libro circolare che si apre e si chiude in un ideale anello saldato attorno a William Burroughs uno degli autori principali della Beat Generation capace di ispirare un gran numero di autori rock, inteso nel senso largo di popular music, a scrivere alcuni dei capolavori della musica internazionale. Ma Burroughs non è il solo scrittore presente nel libro, Conca infatti è capace di spaziare dal Nord al Sud degli Stati Uniti passando per il Regno Unito fino ad arrivare al medioevo italiano. Quello sul Southern Rock e sugli autori ad esso legati è forse il più intenso dei capitoli, essendo l’epica del Sud quella probabilmente meno glamour e meno citata rispetto ai più famosi autori newyorkesi di casa al famoso Limelight o al CBGB. (altro…)

Sara Vergari, Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann

Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann
Vedere con occhi felici

Nella Roma del 1956 si incontra o confluisce solo parallelamente un tripudio artistico di vite simile a pochi altri nella storia. In Via Veneto Flaiano, ad un tavolo del Caffè Strega, scrive l’articolo che sarà pubblicato il giorno dopo su Il Mondo, annota qualche osservazione, butta giù ritratti di vita quotidiana. Non lontano è seduto il poeta Cardarelli, che ha scelto Via Veneto per i suoi ultimi anni di vita. Il fermento politico di una Repubblica ancora giovane si fa sentire nella capitale attraverso le grandi inchieste dell’Europeo e l’Espresso, che gridano alla libertà di stampa e appoggiano i nuovi partiti. È la Roma città aperta di Rossellini che sta passando il testimone nelle mani di La dolce vita di Fellini, un set cinematografico che ha conquistato Hollywood, ora trapiantato nella capitale italiana. In Via dei Condotti al Caffè Greco De Chirico siede da combattente solitario avvolto da un’atmosfera metafisica, come saprà raffigurarlo un ventennio più tardi Renato Guttuso.
In Piazza della Quercia, a pochi passi da Campo de’ Fiori, Ingeborg Bachmann trascorre il suo trentesimo anno. L’arrivo in Italia nel 1953 è l’atto di superamento dei confini, la conseguenza di un’inquietudine intellettuale e morale che nasce dagli anni dell’adolescenza. La Carinzia, terra d’infanzia abbandonata dopo i diciotto anni, ha già lasciato in lei tutte le ferite che la scrittura e la vita faranno riemergere; l’assassinio nell’orrore della guerra, il disorientamento per la vicinanza a tre culture e tre lingue diverse, il desiderio di liberazione dalle ideologie naziste. Proprio in questi anni trascorsi durante il periodo della Prima Repubblica nasce nella Bachmann il tema dei confini – geografici, linguistici, culturali – e la necessità di oltrepassarli. Il progressivo allontanamento dai confini carinziani si ha a partire dagli spostamenti, per studiare, a Innsbruck e Graz, per poi terminare l’Università con la laurea in filosofia nella città dove tutte le aspettative confluiscono, Vienna. Bisogna comprendere l’entusiasmo giovanile e illusorio di una studentessa che arriva in una grande capitale nel secondo dopoguerra, desiderosa di conoscere e affermarsi. Tuttavia la Vienna del 1946, quando arriva la Bachmann, è una città distrutta dai bombardamenti, dominata da miseria e da una politica che ancora mira ad occultare le proprie responsabilità nell’avvento del nazismo. Anche a Vienna dunque la Bachmann ritrova quei confini che non le permettono di rimanere. Quando lascia la capitale per l’Italia ha in mente solo un viaggio di qualche mese e sarà invece l’inizio di tre anni di grande maturazione che la separano dal suo trentesimo anno, il 1956 appunto. Gli occhi della Bachmann cercano una verità universale che non appartiene ad alcun luogo e il suo nomadismo non è spirito avventuriero ma piuttosto ricerca di una risposta all’implacabile domanda di “Che ci faccio qui?”. (altro…)

Nino Muzzi: La sera del poeta (Trakl)

La sera del poeta

C’è un’ora, quella della sera, che contiene per Trakl il momento in cui il mondo appare più vero, pur nella sua crudezza e malinconia.
Trakl, al pari di Hölderlin e di Rilke, ha avuto la ventura di passare sotto l’analisi critica di Heidegger, il quale vi ha trovato quel che vi ha cercato: la lingua (die Sprache, intesa come “la parlata” di un popolo o di una etnia). Con questa impostazione filosofica e filologica ogni poeta incorso appunto nella ventura heideggeriana, si fa oggettivamente portavoce di qualcosa di più grande di lui, di cui lui diventa il tramite inconsapevole.

Una biografia non produce poesia

Rivelare al lettore che un poeta, nato da famiglia agiata e numerosa, si sia invaghito della sorella fino all’incesto, che abbia fatto uso di droghe e sia morto suicida di un’overdose, distendendo il tutto su un tratto di Storia civile (per esempio sul periodo che include la Grande Guerra), non riesce a spiegare quasi niente della sua produzione poetica. La biografia del Nostro purtroppo è stata chiamata troppo spesso in causa per spiegare i moti del suo animo e le sue scelte poetiche, come d’altronde le sue esperienze di guerra sono state prese per cause del suicidio che invece era stato da tempo maturato e annunciato.
D’altronde ogni strada intrapresa dai critici al fine di un’esegesi risolutiva della poesia di Trakl si è conclusa con le parole di Rilke: «Wer mag er gewesen sein?» (Chi mai potrà essere stato?).
Una disamina completa delle varie posizioni critiche su Trakl venne poi intrapresa per il centenario della nascita del poeta da Fausto Cercignani in un convegno organizzato nel 1987 alla Statale di Milano. Cercignani, comunque, dopo aver esposto tutte le posizioni altrui, tentava una sua propria interpretazione evocando la figura di Elis, il fanciullo cantato da Trakl. Sarebbe stata questa l’immagine che ci avrebbe permesso di penetrare nel mondo di Trakl, che era quasi programmaticamente precluso al lettore.
Noi pensiamo di penetrarvi evocando l’immagine della sera.

La sera senza simbologie

La sera ci richiama alla mente il famoso sonetto del Foscolo che ne esplicita – forse fin troppo – i significati simbolici. Noi non pensiamo però che la sera di Trakl si debba interpretare su quella falsariga. Pensiamo piuttosto che il poeta ci abbia regalato delle stupende atmosfere serali che non sono affatto scevre da un carattere naturalistico né da un’aura di reminiscenza personale:

Passeggiata attraverso un’estate morente
accanto a manne di grano ingiallito. Sotto la volta imbiancata,
dove la rondine entra ed esce sfrecciando, bevemmo vino generoso.

Forse non si è riflettuto abbastanza su quanto sia importante certo paesaggio per un occhio austriaco. Basta scorrere le pagine di Musil per capire in che modo quell’occhio legga il paesaggio, al di là della famosa frase dell’autore de L’uomo senza qualità per cui “La montagna d’inverno e il mare in piena estate sono le due grandi prove dell’anima”. Quella particolare lettura di quel certo paesaggio, che in fin dei conti va inteso come terra dei padri, sbocca sempre in una visione filosofica, mentre, al contrario, la visione del filosofo non saprà mai ripercorrere quella lettura partendo dalle sue categorie di pensiero. Per questo la visione heideggeriana rimane esterna alle ragioni poetiche di Trakl. Il poeta parte da un sentimento di esilio che gli nasce dalla visione di un determinato paesaggio urbano, e quindi si definisce “esule”, mentre Heidegger parte dal concetto di “esule” e lo applica a Trakl.
Sentiamo il poeta:

Voi grandi città
costruite di pietra
nella pianura! Così muto segue
il senza-patria
con fronte bassa il vento,
gli alberi spogli sulla collina.

Il poeta risale quindi sempre dall’immagine al concetto:

– Il bosco che disseccato si allarga –
con ombre intorno, come siepi di rovi.
La selvaggina esce tremante dai covi,
mentre un torrente silenzioso sgorga
e fra le vecchie pietre segue felci
e brilla argenteo fra intrecci di foglie.
Tosto il suono in buie gole si coglie –
forse già brillano in cielo le luci.

È chiaro che qui il percorso è quello di cui parlavamo sopra: le siepi, il torrente, le felci, le foglie e tutti gli altri elementi naturalistici -che fanno anche pensare ad un Trakl impressionista- nell’ora della sera vanno trasformandosi in qualcosa di astratto e concettuale, in qualcosa che perde fisicità e diventa sentimento e idea al contempo. Quindi niente di definitorio a priori che poi si vada sciogliendo in immagini poetiche: questo percorso non è di Trakl. (altro…)

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche

 

Floriana Coppola, Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche, oèdipus edizioni 2017

Sembra arduo, se non addirittura impossibile, unire la robustezza dell’espressione alla capacità di distinguere, anche nelle sfumature impercettibili a occhio nudo, agenti, attori, scenari e segni, perfino sentori, moti e motivazioni che vanno via via animando un universo poetico.
Cambio di stagione e altre mutazioni poetiche (oèdipus edizioni 2017) di Floriana Coppola riesce in tale impresa che non esito a definire prodigiosa, perché sono talento nell’esplorazione e coraggio nell’esposizione quelli che si manifestano in questa opera di poesia.
Di che cosa parlano le «mutazioni poetiche» di Cambio di stagione? Floriana Coppola lo esplicita nei versi che introducono alla raccolta: «Siamo malgrado tutto famiglia/ concerto di corpi e di anime/ strette nel cerchio di una stanza/ affogati tra amore e paura/ capaci a volte di rompere schemi/ cercando di costruirci faticosamente persone./ È di questa fatica che parlo/ sforzo che sforna dolore e ferite/ suggella cicatrici e fa stormo/ quando vola altrove/ finalmente/ in altro sangue». Scaturigine, tema principale è dunque il travaglio, ferita e nascita, nel concertare e dissentire, riunirsi e divincolarsi, affondare e riemergere e riconoscersi, nel comune essere attirati e strattonati dai principi opposti di amore e paura, malgrado tutto, un “noi”.
Essere insieme eterei e robusti, camminare e librarsi. Orlando, sia il protagonista delle chanson medievali e dei grandi poemi della letteratura italiana, sia, soprattutto, il personaggio multiforme dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf, è il titolo del terzo componimento, uno dei testi più significativi che appaiono nel volume. La poesia si apre proprio con una citazione dal primo capitolo del romanzo di Woolf: ‘All ends in death’, «Tutto finisce nella morte.». Una frase che Orlando, nella narrazione, ripete, segnale ed espressione di “violente altalene tra vita e morte”, senza fermate intermedie. Dona il piacere della scoperta riprendere in mano quelle pagine di Virginia Woolf nella versione originale e ripercorrere, verso per verso, Orlando di Floriana Coppola. Nel romanzo, la donna, la straniera, di cui Orlando cerca di catturare a parole il fascino, l’essenza, è Sasha. Nella poesia di Floriana Coppola, l’interlocutrice non ha nome, ma è anch’ella «volpe, ulivo e cedro, collina». È fondamentale, inoltre, riportare agli occhi della mente il cruccio di Orlando, e dunque il tema di entrambi i testi, vale a dire l’inadeguatezza delle parole nel rendere la bellezza e l’incommensurabile amore. Ecco che Floriana Coppola scrive: «Orlando cammina tra due fuochi adesso, il prima e il dopo/ dove si rintana la parola e l’amore s’inviola a piedi scalzi».
Ciascuno dei quarantasei testi di Cambio di stagione è preceduto da considerazioni che possono essere lette come preludi, messa in situazione, pontile offerto a chi legge. Queste sono le righe che precedono la poesia Orlando: «Leggo i nomi gemelli tra le pagine immense, raschio con le unghie gli interstizi tra i righi, spulciando parole che prendo e ingoio intere, sono radure oscure, vedo altri cognomi e mi perdo nella scacchiera lastricata di domande, attorno il gioco perverso dei fratelli siamesi, maschere dell’esilio e della perdita.». (altro…)

Alessandro S. Dall’Oglio, poesie da “Pensieri sottili”

 

Campane a vento

Cerca il disordine nell’ordine,
e ruba i sassi sul fondo di un lago,
mentre contempli le pietre e i cristalli.
Non limitarti alle cascate di acqua,
se vuoi render tutto possibile,
come nelle nuove ardenti stagioni,
scegli lo splendore di nuovi sgomenti.
Lascia fluire la corsa retta del Chi,
suoneranno campane a vento.

 

Nefertiti

Mi fermo davanti al tuo busto,
dove il tempo è solo vigilia,
e dorme la tua bocca egizia.
Dorata come la croce di Ankh,
contro lieve piuma di Maat,
risuona forte musica antica,
tra la pace di un occhio bianco.

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Caregiver Whisper 83

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)