PoEstate Silva: Renzo Favaron, Apollonia (un ricordo)

Serena Nono, nightlight, olio su tela (proprietà di Renzo Favaron)

Economicamente parlando, Apollonia non aveva mai avuto bisogno di ricamare tovaglie e tovaglioli, ma così ingannava il tempo sin da quando la conoscevo. Erano passati più di vent’anni e né la radio né la televisione erano riuscite a scalfirla, a destare in lei la più piccola curiosità o attenzione. A dirla intera, credo che in vita sua non sia andata mai una volta al cinema o a teatro. Anche quando Guido ha fatto istallare il telefono, lei non se ne curava e lo lasciava squillare. La lista potrebbe continuare, come se Apollonia non avesse mai varcato la soglia della società industriale e non fosse mai andata via da Forcarigoi (quando la terra argillosa, dopo l’aratura, non si lasciava frantumare dall’erpice e allora era necessario rompere le zolle adoperando il rovescio della zappa, prima che il sole le rendesse dure come sassi). Non esagero e comunque, quando le ho fatto visita, ricordo che ha sbattuto le palpebre e mi ha guardato con una faccia perplessa, come se fossi un estraneo. Io l’ho salutata e lei non ha pronunciato il mio nome ricambiando il saluto, ma quello di un altro nipote. Lì per lì non sono rimasto colpito, anche se da lei non mi sarei mai aspettato un lapsus del genere. O, forse, non volevo riconoscere un sintomo che cominciava ad alterare la sua capacità di giudizio (nel frattempo, mi ero laureato in psicologia e avevo imparato l’eziologia di molte malattie del cervello sia di origine mentale che di natura organica). Di fatto, quel chiamarmi con un altro nome era il prodromo di un addio.
Nei mesi successivi l’amnesia di Apollonia si è aggravata e, quando sono tornato da lei, era seduta al solito posto accanto alla finestra, ma immobile e già ridotta a una pianta di Sansevieria, se così si può dire: era spenta e questa volta non solo mi ha salutato con il nome di un altro nipote, ma non mi ha riconosciuto e mi ha scambiato per l’uomo che aveva messo incinta Claretta. La coscienza era andata, tanto che la sorella di mia madre mi ha detto che ormai non si poteva più lasciarla in casa da sola. Oltre a ciò, mi ha confessato che un giorno l’aveva scambiata per una cugina che si era lasciata cadere dal ponte della ferrovia e che aveva insistito con lei, la sorella di mia madre, a proposito di un anello svenduto da suo padre in tempo di guerra per mangiare. Infine, ha aggiunto: «Lo psichiatra non ha saputo dirmi se si tratta di demenza o Alzheimer. Ad ogni modo», ha proseguito, «ha diagnosticato che perderà ancora di più la competenza dei gesti». La sorella di mia madre ha fatto una pausa. Poi si è asciugata una lacrima con un dito e, abbassando la testa, ha borbottato: «Non bastasse, perderà anche ogni controllo di funzione». Inutile dire «che perderà ogni controllo di funzione» significava che al decadimento mentale sarebbe seguito quello fisico.
E così è stato. I vuoti della mente di Apollonia sono diventati integrali, poi il corpo ha cominciato a scarnificarsi e alla fine non è più riuscita a reggersi in piedi con le proprie gambe. Ha finito i suoi giorni a letto, totalmente dipendente dalla sorella di mia madre. Le si sono atrofizzate anche le braccia e così doveva essere lavata, imboccata e via di questo passo. La sorella di mia madre ha sopportato stoicamente le sofferenze di Apollonia, i suoi improvvisi sbalzi d’umore, il suo spegnersi come una candela.
L’ultima volta che l’ho vista, che ho visto Apollonia, non ho visto un essere umano, ma una prigione sotterranea, una cella le cui pareti si stringevano sempre di più. Giaceva a letto, il corpo ricoperto di piccole piaghe e intrappolato dentro se stesso, se così si può dire, il sui intero essere non vivo e non morto. Mentre ero assorto a guardarla, improvvisamente mi è venuto da piangere, non perché mi facesse pena, ma perché in quel momento mi sono reso conto che Apollonia era l’unico essere di cui mi importasse veramente e che al mondo non ci sarebbe stata nessun’altra come lei. Sì, io le ero appartenuto, le sarei appartenuto sempre, e ora che se ne stava andando più di una volta ero stato sul punto di dirle qualcosa, ma, all’ultimo momento, rinunciavo. Avrei voluto sapere a cosa pensava in quel momento, quali immagini le passassero per la testa. Alla fine, le ho preso la mano, l’ho baciata sulla fronte e ho provato a farle qualche domanda. Inutilmente, le mie parole non hanno svegliato alcuna eco e così l’ho lasciata in pace.
L’ora passava lentamente. Poi un curioso fenomeno è accaduto. La sua testa si è girata verso di me e ha bisbigliato: «Chi sei?» Sono rimasto allibito e, dopo essermi ripreso dalla sorpresa, ho sillabato: «Sono io, Renzo». Silenzio. «Sono tuo nipote, Renzo», ho ripetuto, ma il contatto era già concluso, perché Apollonia ha piegato la testa all’indietro. Poi ha chiuso gli occhi e la bocca ha preso una piega misteriosa, che non sapevo come interpretare. Ironia, pace, cos’altro? Pace, mi sono augurato.
È morta due giorni dopo.

 

© Renzo Favaron

 

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